Il nuovo esame di stato rende palese alcune cose che fino a ieri erano evidenti ai più, ma misconosciute: il totale distacco fra le intenzioni dichiarate e la realtà delle prassi didattiche; fra una scuola delle competenze dichiarata e la realtà di una scuola che, sostanzialmente, ruota attorno a saperi disciplinari; il fatto che il nuovo esame di stato certifica l’imbarazzante verità che la scuola italiana, al netto delle intelligenze e dei talenti naturali, fornisce una formazione generica, un sapere appiccicaticcio e superficiale.

Una decina di docenti scoraggiati, delusi, critici (in ogni scuola ce n’è sempre qualcuno) ed ecco fatto l’articolo di colore sulla scuola, triste e lamentoso, pieno di recriminazioni sulla società brutta e cattiva, ingiusta contro i poveri insegnanti, su ragazzi storditi dai videogiochi e dagli smartphone, sui politici sordi e ciechi, a tutt’altro interessati.

Le narrazioni archetipiche funzionano sempre, perché sono già dentro di noi, perché ci spiegano con una logica elementare ciò che accade intorno a noi (spesso molto complesso) in modo semplice e comprensibile per noi; perché ci tranquillizzano, in quanto pensiamo di avere il “controllo” della situazione che ci mette a disagio (viviamo un disagio- qualcuno ci spiega cosa sta succedendo- di chi è la colpa; ed abbiamo qualcuno che sta lavorando per proteggerci e che dobbiamo aiutare in qualche modo, anche solo sostenendolo); perché ci mettono a disposizione emozioni e giudizi chiari su come valutare i fatti e i personaggi (a seconda del ruolo che interpretano).

Un dibattito su Facebook a dir poco “allucinante” (che non riporto per carità di popolo). L’argomento del dibattito: come insegnare a ragionare agli adolescenti che, ovviamente, non lo sanno più fare. Una serie di interventi di insegnanti che non sanno di cosa parlano: l’uso stesso di un armamentario concettuale vago se non impreciso, lo dimostra. Insegnanti che sragionano, incapaci di analizzare un problema in modo “razionale”, e che rendono evidente come gli studenti che abbiamo, con le loro difficoltà cognitive e di metodo, sono figli dei loro Maestri.