Come tante cose che si ripetono nel mondo della scuola senza veramente capirle, è diventato un mantra di ogni teoria educativa che il compito della scuola deve essere quello non di riempire la testa di nozioni, quanto piuttosto di insegnare a pensare bene, con la propria testa, di insegnare il pensiero critico ( comunque declinato), l’arte del dubbio ecc. Ma cosa vuol dire questo in concreto?

Le tecnologie digitali, come il telescopio galileiano sono strumenti neutrali: con un cannocchiale ci puoi spiare la signora dell’appartamento di fronte, o puntarlo verso il cielo per scoprire le meraviglie dell’universo. La stessa cosa puoi farci con un computer o uno smartphone. Se diamo un computer ad un ignorante perditempo al più lo utilizzerà per andarci su Fb o navigare sui siti porno! Se diamo un computer ad un professionista o a uno scienziato ne farà un uso cognitivamente e operativamente diverso.

Il nuovo esame di stato rende palese alcune cose che fino a ieri erano evidenti ai più, ma misconosciute: il totale distacco fra le intenzioni dichiarate e la realtà delle prassi didattiche; fra una scuola delle competenze dichiarata e la realtà di una scuola che, sostanzialmente, ruota attorno a saperi disciplinari; il fatto che il nuovo esame di stato certifica l’imbarazzante verità che la scuola italiana, al netto delle intelligenze e dei talenti naturali, fornisce una formazione generica, un sapere appiccicaticcio e superficiale.

Una decina di docenti scoraggiati, delusi, critici (in ogni scuola ce n’è sempre qualcuno) ed ecco fatto l’articolo di colore sulla scuola, triste e lamentoso, pieno di recriminazioni sulla società brutta e cattiva, ingiusta contro i poveri insegnanti, su ragazzi storditi dai videogiochi e dagli smartphone, sui politici sordi e ciechi, a tutt’altro interessati.