“Erano in uno stato di ‘eccezione’, e facevano quello che potevano. Era un modo per dare un ‘senso’ al vuoto di quelle giornate, facendo qualcosa di ‘buono’ e di utile; e nello stesso tempo si creava una ‘comunità’ tra persone di diversa provenienza e ceto sociale, che mai si sarebbero ritrovati in uno stesso luogo, in tempi normali.”

Un dibattito su Facebook a dir poco “allucinante” (che non riporto per carità di popolo). L’argomento del dibattito: come insegnare a ragionare agli adolescenti che, ovviamente, non lo sanno più fare. Una serie di interventi di insegnanti che non sanno di cosa parlano: l’uso stesso di un armamentario concettuale vago se non impreciso, lo dimostra. Insegnanti che sragionano, incapaci di analizzare un problema in modo “razionale”, e che rendono evidente come gli studenti che abbiamo, con le loro difficoltà cognitive e di metodo, sono figli dei loro Maestri.

Quando dobbiamo prendere posizione o decidere cosa pensare o fare abbiamo bisogno di qualcosa di diverso dal, o di più del, semplice “ragionare”. Chi riflette, chi medita saggia, tenta ipotesi, ne deriva conseguenze, ne valuta i pro e i contro, ritorna indietro; cerca evidenze e contro-evidenze, immagina obiezioni, le esamina, le confuta; subisce il fascino delle analogie, le insegue e così via. La riflessione è un andirivieni, che assomiglia al percorso labirintico o a un nodo autostradale; il ragionamento svolto è un percorso lineare e obbligato, come una strada ferrata: una volta che hai messo il treno sui binari, attivando gli scambi giusti (regole inferenziali) arrivi a destinazione.