Le tre domande (ancora) senza risposta sull’introduzione della Filosofia negli Istituti tecnici


L’idea che i non-filosofi hanno della Filosofia, sia che la disprezzino, sia che ne enfatizzino il valore, è sempre piuttosto superficiale.

“È un Paese per giovani?” nell’ambito del Festival Francescano 2021. Bianchi ha infatti detto: “La scuola deve essere sempre più il modo in cui tutti sono in grado di usare tutti gli strumenti della propria epoca e non di esser usati. Penso al telefonino, al computer, cioè all’intelligenza artificiale. Ma bisogna farlo con capacità critica. Bisogna saper leggere l’attualità. Quando studi filosofia, devi entrare con capacità critica nel dibattito vax no vax. Ma sei fortunato di poter usare la lettura critica che parte da Kant che non è un libro da mettere nella biblioteca. È lo strumento concettuale con cui puoi affrontare il mondo di oggi”. (1)

La filosofia insegnata soffre, insomma, di pregiudizi sia pro che contro. Chi la apprezza ne magnifica le straordinarie proprietà taumaturgiche, che essa avrebbe nel potenziare il senso critico, le capacità critiche, la profondità intellettuale di chi la studia (indipendentemente da come la si studia). Chi la disprezza, ritiene la Filosofia un sapere vacuo, sostanzialmente inutile e di nessun interesse pratico: crea intellettuali barboni e barbosi che discettano su tutto con presunzione, senza nulla conoscere.

Il dibattito povero e piuttosto superficiale che si è sollevato alla notizia di una possibile estensione della filosofia agli istituti tecnici risente di questi pregiudizi. In effetti, la battuta del ministro Bianchi su Kant e il dibattito vax/no-vax è stato piuttosto improvvida, per non dire foriera di decisioni politiche (mi permetto di dire) bislacche o, come spesso è accaduto in passato, compromissorie tra il vecchio (insegnare filosofia come storia della filosofia) e il nuovo (insegnare filosofia per temi o problemi con un po’ di logica e argomentazione) che, alla fine, lascia tutti insoddisfatti.

Il problema di questo paventato inserimento nei curricoli degli istituti tecnici è che lascia ancora senza risposta tre questioni cruciali: sul perché, sul chi e sul come.

Perché si sente il bisogno di estendere lo ‘studio’ (e qui già si partirebbe con il piede sbagliato) della filosofia agli studenti dei ‘Tecnici’? Per non farli sentire figli di un dio minore? Perché non li si vuole privare dei tesori di conoscenza e di competenza della disciplina?

A chi verrà affidato l’arduo compito di insegnare filosofia nei Tecnici? A insegnanti formati a cosa? Non è che l’insegnamento della filosofia nei Tecnici farà la fine dell’introduzione dell’insegnamento negli istituti d’Arte? Sempre la stessa storia della filosofia, ma in quantità omeopatica.

La questione della formazione degli insegnanti è strettamente correlata con il cosa e il come verrà insegnata filosofia nei Tecnici. Se si introducono le innovazioni anticipate negli Orientamenti per l’apprendimento della filosofia (lavorare per temi e problemi, puntando sulle competenze logico- argomentative collegate con il pensiero critico) il problema di avere docenti formati in modo adeguato si porrà in tutta la sua estensione.

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