Su Green Pass e ‘discriminazioni’

Henri-Paul MotteOche del Campidoglio, 1889 | Pubblico dominio

È giusto che in una Democrazia le decisioni politiche possano e debbano essere oggetto di riflessione e ponderato esame. Tanto più quando queste decisioni vanno a toccare diritti e doveri fondamentali ( e il loro delicato equilibrio) del nostro vivere in una Comunità.

Insomma, ogni volta che un provvedimento limita una nostra ‘libertà’ garantita dal patto sociale fondativo è giusto pretendere che esso venga motivato con ragioni di assoluta utilità pubblica, necessità, ma anche di ‘giustizia’. 

Il Green pass è un provvedimento che limita, in parte almeno (posto che in alternativa al GP si può accedere ai servizi pubblici interessati, facendo un tampone), la libertà di una parte degli Italiani (quelli che non hanno fatto il vaccino anti Covid-19) rispetto alla possibilità di accedere ad alcune tipologie di Beni (uso di mezzi pubblici, accesso a luoghi pubblici di vario tipo, accesso a eventi e servizi culturali ecc.).

Il Pass, in quanto limita la libertà di alcuni e forza (in modo indiretto) a un trattamento sanitario, pone questioni giuridiche, etiche e politiche importanti: il pass è coerente con le  norme e i principi fondamentali? È un cittadino ‘moralmente’ tenuto a vaccinarsi? Si può, anche se indirettamente, ‘obbligare’ qualcuno ad un trattamento sanitario che non  vuole? Può uno Stato, una Comunità imporre, attraverso i suoi legittimi organi di governo restrizioni alla libertà individuale e discriminare tra chi può e chi non può accedere ad alcuni Beni? È compatibile la ‘coercizione’ con la Democrazia? È compatibile la ‘discriminazione’ con la Democrazia? Qual è la soglia oltre la quale un governo democratico diventa dispotico e una Democrazia ‘Dispotismo’ (seppur della maggioranza)?

Un provvedimento ‘discriminatorio’

Si tratta di un provvedimento, si dice ormai, ‘discriminatorio’, in quanto divide e seleziona i cittadini in base ad un criterio: l’essere o il non essere vaccinati. 

Il termine ‘discriminazione’ ha una connotazione fortemente negativa per ragioni che è superfluo ricordare. Chi usa l’aggettivo “discriminatorio” in rapporto al Green Pass sfrutta il correlato emotivo e di condanna che il termine porta con sé, in quanto chi è ‘discriminato’ verrebbe considerato qualitativamente ‘inferiore’ e, perciò, trattato in modo peggiore rispetto agli altri. 

Il Green Pass, in questo caso, discriminerebbe tra cittadini di serie A e cittadini di serie B: i primi considerati degni di rispetto e meritevoli di ogni libertà; i secondi considerati moralmente ‘abietti’ e meritevoli di limitazioni della propria libertà di accesso a determinati Beni.

Ora, l’atto del ‘discriminare’ non è in sé ingiusto (“Adottare in singoli casi o verso singole persone o gruppi di persone un comportamento diverso da quello stabilito per la generalità, o che comunque rivela una disparità di giudizio e di trattamento” Treccani)

Esistono discriminazioni ‘lecite’ e, financo, ‘giuste’: per esempio riteniamo lecito e giusto ‘discriminare’ in base ai ‘titoli’ per accedere ad una professione o ad un tipo di attività; riteniamo lecito e giusto discriminare i portatori di handicap gravi nell’accesso alla possibilità di avere una patente di guida: un cieco non si sente discriminato, perché non può avere la patente per guidare un auto, in quanto consapevole che questo metterebbe a rischio se stesso e gli altri.

Ciò che rende un atto discriminatorio ‘ingiusto’ è il ‘criterio’ in base a cui si seleziona per accedere ad un determinato bene (poter guidare un’auto, accedere ad un servizio pubblico ecc.) o a ricevere un trattamento ‘diverso’. Il colore della pelle è un criterio giusto per discriminare tra chi può o non può accedere ai mezzi pubblici? La religione è un criterio giusto per accedere ai pubblici servizi o all’istruzione pubblica? L’orientamento sessuale di una persona è un criterio giusto per accedere all’adozione di un bambino?

 Ma anche la natura del ‘Bene’ a cui accedere o no determina l’accettabilità di una discriminazione. Accettiamo una discriminazione se il fine (il Bene da perseguire) è considerato meritevole di essere perseguito anche a scapito di altri beni. 

Una cosa è il bene ‘guidare un’auto’, altro è il bene ‘libertà di movimento. Per limitare l’accesso ad un Bene comune sulla base del possesso di un titolo o di una qualità occorre giustificare tale limitazione con ragioni di opportunità, di utilità, di necessità, di ‘giustizia’.

In questo contesto un atto discriminatorio è ingiusto quando il criterio di discrimine  non ha nessuna ‘giustificazione’ (è inutile, non necessario, viola la ‘dignità’ della persona).

Per stare ai nostri esempi, il colore della pelle come ‘titolo’ per accedere ai mezzi pubblici a quale Bene è funzionale, e in che modo esso permetterebbe di perseguirlo? L’appartenenza religiosa come discrimine per accedere all’insegnamento o all’istruzione pubblica a che cosa sarebbe funzionale, a quale Bene?

Tanto più importante è il valore assegnato al Bene a cui si impedisce, o a cui si limita l’accesso, tanto maggiore sarà la richiesta di ‘giustificazione’ dell’atto discriminatorio.

Le discussioni sorgono sull’essere un dato criterio funzionale (utile, necessario,’degno’) al raggiungimento di un Bene accettato e condiviso da tutti i membri di una Comunità. Accettiamo la discriminazione dei fumatori come dei non patentati, perchè riteniamo che ciò che viene richiesto è funzionale al Bene superiore da raggiungere.

Per esempio, la patente è funzionale al perseguimento della sicurezza propria e altrui del potenziale guidatore. Il non fumare è funzionale al perseguimento della salute propria e altrui. Il GP è funzionale al perseguimento della salvaguardia della propria e dell’altrui salute.

Cittadini ‘moralmente’ di serie A e di serie B

Il patto sociale comporta non solo che tutti noi accettiamo, in linea di principio, limiti alle nostre libertà naturali, ma anche la necessità di contemperare con opportune ‘regole’ la salvaguardia dei beni fondamentali, per perseguire i quali accettiamo di entrare in una comunità politica. Tra questi c’è sicuramente la Vita e la Salute, che sono, banalmente, beni ‘fondamentali’ in quanto prerequisito per l’esercizio di tutti gli altri. 

Ora, la Salute è un bene che può essere messo in pericolo sia dai propri comportamenti che da quelli altrui. Storicamente, in ogni stato ben organizzato le autorità hanne sempre preso provvedimenti che limitano la libertà individuale per proteggere la salute di tutti in momenti di emergenza sanitaria. I nostri comportamenti individuali, le nostre scelte sul nostro corpo e la nostra salute sono un affare nostro, almeno fino a quando questi comportamenti e queste nostre scelte non hanno ripercussioni sulla salvaguardia della vita e della salute degli altri con cui con-viviamo. Chi, anche fra i no-vax, accetterebbe il principio che le autorità pubbliche non devono in alcun impedire la libera circolazione e non possono interferire con la libertà di movimento e di accesso ai luoghi pubblici di un appestato o di un malato di Ebola?

Ma se le cose fossero così semplici, il dibattito intellettuale sulla liceità morale e sulla ‘democraticità’ del  Pass Covid-19 non avrebbe dovuto nemmeno iniziare. Perché allora il dibattito si è acceso, anzi, ‘infiammato’ in tutto il mondo democratico e valenti intellettuali, anche da noi, la pensano diversamente? Leggo su Il Post un interessante articolo sul dibattito etico-giuridico (filosofico?) che, in Francia, si è focalizzato sul tema del Green Pass. 

Filosofi e intellettuali sono intervenuti sui giornali con articoli che hanno posto la questione della ‘liceità’ morale del Pass Covid-19.Il Pass è ‘moralmente discriminatorio’ e  perciò ingiusto; ha conseguenze ‘ingiuste’ in quanto impedisce l’accesso a determinati Beni a determinate categorie di persone che nulla hanno fatto per essere trattate diversamente dagli altri cittadini; discrimina ingiustamente chi, semplicemente, ha opinioni e fa scelte diverse, preferendo la libertà alla salute… 

Ora, la questione della liceità morale della discriminazione e della qualificazione moralmente negativa dei no-vax ha qualche ragione dalla sua, ma solo perché si tende a fare di ogni erba un fascio.

Nella categoria ‘No-Vax’ bisogna ‘discriminare’ tra i ‘confusi’, i ‘paurosi’ i ‘cospirazionisti’, gli ‘ultras libertari’ e gli ‘strafottenti’.

I ‘confusi’ sono quelle persone confuse da false informazioni sull’efficacia dei vaccini, sulla possibilità di continuare a contagiarsi e contagiare anche con il vaccino.

I ‘paurosi’ e i ‘cospirazionisti’ condividono la paura delle possibili conseguenze per sé o per i propri cari (penso a molti genitori) della vaccinazione. I primi sono da ‘comprendere’; i secondi da ‘commiserare’.

Fra i ‘libertari ultras’ pongo tutte quelle persone che si ribellano per questioni di principio alla obbligatorietà di un trattamento sanitario. Nella frangia più estrema ci sono quelli che ritengono che non sono loro a dover limitare la propria libertà di movimento e accesso ai servizi pubblici, ma quelli che, pur vaccinati, hanno paura di infettarsi frequentando i luoghi pubblici.

Infine, ci sono gli ‘strafottenti’, quelli che sottovalutano il pericolo per sé e sono indifferenti ai rischi per gli altri. Sono i più pericolosi (assieme ai ‘cospirazionisti’) e quelli moralmente da condannare.

Il Pass Covid 19 colpisce indifferentemente tutta la categoria No vax, ma non li qualifica moralmente, a meno di non appartenere alla sub-categoria degli ‘strafottenti’: ma questi, vax o no vax si qualificano moralmente da sé.

Per la questione delle conseguenze  che il Pass può avere per le persone che non hanno ‘scelto’ di non vaccinarsi, ma non ne hanno avuto la possibilità (per ragioni diverse) di farlo, i diversi governi hanno pensato a misure alternative o aggiuntive per evitarle.  

Alla fine, se togliamo di mezzo la questione ‘morale’, ciò che rimane è la questione di opportunità,  utilità e necessità del provvedimento.

***

In Italia molto scalpore ha fatto l’intervento di Agamben e Cacciari sul GP. Un intervento che appartiene al genere ‘allarmistico’. Un genere, questo, in cui sono specializzati molti opinion makers italiani: si ‘allarma’ l’opinione pubblica sui pericoli, i rischi, i danni di una misura, un provvedimento, una ‘politica’, incitando l’opinione pubblica alla mobilitazione, alla vigilanza, alla reazione , o, più semplicemente , alla ‘condanna’. 

Una presa di posizione di rifiuto che ha suscitato qualche sorpresa nel mondo intellettuale italiano solo perchè accanto ad Agamben (noto alle patrie cronache intellettuali italiane per le sue posizioni radicali e critiche sulle politiche governative per l’emergenza Covid-19) c’era un filosofo come Cacciari, di solito annoverato fra gli intellettuali liberal e di sinistra. 

Ho iniziato a scrivere questo post qualche giorno fa, non appena ho avuto notizia dell’intervento dei due all’IISF. Da allora su Agamben e Cacciari si è scatenata una sorta di tiro al piccione, in cui molti si sono cimentati ora con dispetto, ora con rabbia, più spesso con malcelata ironia (fino all’irrisione). I due hanno provato a difendersi con precisazioni che non hanno ulteriormente convinto i detrattori. Anzi, nel caso di Agamben hanno esacerbato ancora di più gli animi.

Molte delle critiche sulla tenuta argomentativa della loro posizione si muovevano sullo stesso piano delle mie, per cui mi sono chiesto se avesse ancora senso intervenire sull’argomento. Quando l’avversario è già in ginocchio, è vile colpirlo ulteriormente!

Riporto l’analisi che ne avevo fatto per i curiosi:

Mappa 1

Mappa 2

Gli argomenti portati a sostegno della loro posizione sono stati ampiamente criticati e confutati sul piano logico (vedi 1 e 2), sul piano giuridico (vedi 3), sul piano fattuale (scientifico) ogni singola affermazione è stata messa in discussione o confutata dagli esperti (vedi 4 e 5). Discorso chiuso.

Tuttavia, rimangono in piedi le questioni sollevate dai due filosofi, che sono le stesse,  poi, sollevate da altri intellettuali in molti paesi democratici sulla liceità (morale e politica) o meno del Pass Covid-19:

  1. È giusto o no discriminare i non vaccinati in una società democratica?
  2. Se è vero che in una Democrazia è moralmente lecito ‘discriminare’ o limitare l’accesso a determinati Beni (libertà) solo per ‘giustificato motivo’ (perché utile, necessario) il Pass Covid-19 presenta questi requisiti?
  3. Se è vero che una discriminazione rispetto a beni fondamentali è moralmente accettabile solo in caso di ‘emergenza’, l’evoluzione pandemica e i trattamenti sanitari presenti e futuri ricadono sotto questa categoria ‘emergenziale’?

Cacciari e Agamben rispondono di no a tutte queste domande: 1. i controlli e i Passaporti sono strumenti usati dai regimi dispotici, se l’Italia usa questi strumenti diventa con ciò stesso un regime dello stesso tipo; 2. non c’è nessun giustificato motivo per ‘discriminare’ i non-vaccinati rispetto all’accesso a determinati beni, perché il vaccino non è sicuro, non è necessario, non è utile (o potrebbe non esserlo da qui a poco); 3. la ‘discriminazione’ non è accettabile, in quanto la situazione pandemica e i trattamenti sanitari potrebbero prolungarsi per anni.

Come dicevamo, su tutti e tre questi punti i due filosofi hanno fallito nella loro argomentazione. Non è questione di opinioni o sensibilità diverse, sono questioni di fatto, e i ‘fatti’ (oltre che la logica) vanno contro di loro.

***

Gli intellettuali hanno o si assumono spesso il ruolo delle ‘Oche del Campidoglio’ con i Galli di Brenno: starnazzare rumorosamente avvertendo del pericolo. Nella storia del pensiero tanti filosofi si sono assunti questo ruolo di ‘oca del Campidoglio’: per farmi voler bene dai miei amici filosofi, ne cito solo uno: “Nietzsche”.

Ce ne sono alcuni che starnazzano a prescindere dal fatto che i pericoli siano veri o immaginari. 

Gli intellettuali ‘allarmisti’ sono una falange numerosa e molto considerata dai Media nostrani. Gli affidano gli editoriali in prima pagina sui quotidiani; li intervistano in continuazione, sperando che la sparino grossa, per attirare l’attenzione, suscitare dibattiti e procacciarsi, in questo modo, lettori o telespettatori.

Sono immuni alle critiche. I loro allarmi vengono il più delle volte smontati e ridicolizzati, ma non li vedrete mai col capo cosparso di cenere a chiedere scusa. Confidano nella smemoratezza dell’opinione pubblica e sul fatto che che il discorso pubblico viene considerato uno scontro di opinioni e non una ‘discussione’ collettiva su ciò che è ‘giusto’ credere, fare o sperare; una discussione a cui ciascuno dà il suo contributo di idee, suggerimenti, evidenze; pronto ad accettare le eventuali critiche e tornare sui propri passi.

Ma questo è chiedere troppo all’‘intellettuale allarmista’. 

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