Platone ‘Eutifrone’

Ri-leggere i classici

In this article I argue that the way we read the classics of ancient philosophy (and, in particular, the Platonic dialogues) is framed within an interpretive paradigm. Within this paradigm current readings move, while the frame is never, truly challenged.
An alternative way to read the classics of philosophy is to treat them as contributions to a discussion, which spans the centuries, on problems and questions that are still of interest to us today, and that propose unresolved dilemmas of existential, ethical, etc..
The
Euthyphro brings to our attention a fundamental ethical dilemma: when we have to choose between our affections and what we consider our moral duty, which of the two must prevail. Our thesis is that in the Euthyphro two different options clash. The first is the (almost kantian) one of Euthyphro: “we must do what is right, whatever the consequences may be, even for those we love. The second, that of Plato, is that until we have answered the question ‘what is Justice?’ (because that’s what it’s about in the end) we must avoid making rash decisions that may have consequences for those closest to us and for ourselves.
Who between Euthyphro and Plato was right on the point? Should Euthyphro have proceeded with the complaint or gone home?

***

Intrappolati nella Tradizione

Nei giorni scorsi mi è capitato tra le mani l’Eutifrone di Platone. Non lo rileggevo da diversi anni.

Nei giorni seguenti, ho voluto confrontare alcune mie impressioni con quanto avevano scritto lettori molto più autorevoli ed esperti di me. E ho trovato delle ‘dissonanze’ che ho voluto chiarire soprattutto a me stesso.

Il risultato di queste riflessioni (sicuramente molto ‘ingenue’) ve le propongo nel testo che segue.

Socrate e noi

Chi ama la filosofia, cresce nel culto di Socrate. Così capita che quando qualcuno lo critica, lo trattiamo come un tempo quelli che venivano accusati di lesa maestà.Tuttavia, se ci pensiamo, Socrate non lo avrebbe fatto’. Non sarebbe stato ‘Socrate’ se non avesse dubitato anche di sé stesso, se non avesse posto anche sé stesso sotto esame critico: “non è che sono anche io un tantino presuntuoso, supponente e arrogante come quegli ateniesi, sedicenti esperti, che critico e demolisco?”

Accade che, abbiamo messo Socrate su un piedistallo altissimo, dimenticandoci della sua umanità. Socrate per noi rappresenta tutto ciò che di alto, di nobile e di grande c’è in un Filosofo e nella Filosofia. Eppure, come tutti, ogni tanto, gli sarà capitato di sbagliare, di prendere delle cantonate, malgrado Platone ce lo presenti come ‘infallibile’. Socrate, come tutti, avrà provato paura, rabbia, delusione.

Bene, la grandezza di Platone (magari non intenzionalmente) sta anche nella sua capacità di farci vedere questo aspetto dell’umanità del suo adorato maestro. Anche se di questa cosa gli interpreti dell’Eutifrone, a mio modestissimo avviso, non si sono accorti. Ci torneremo più avanti.

Uno ‘sguardo innocente’

È quello che accade con l’Eutifrone. È difficile avere uno ‘sguardo innocente’ nell’interpretare ciò che è stato già interpretato e definito da una tradizione di lettori (e che ‘lettori’!). Socrate il grande filosofo; Eutifrone, il povero saccente che prende gravi decisioni senza sapere ciò che sta facendo. Socrate, il maestro, che con la sua tecnica dialettica cerca di portare l’indovino presuntuoso a riconoscere l’errore; portatore di una visione più alta della religione e degli déi, ecc.

Tutti i commentatori a dargli addosso: a mettere in evidenza la sua supponenza, la sua presunzione, la sua incapacità di sollevarsi dalla volgarità e dalla bassezza della visione religiosa comune.

Bene, io mi sono posto sotto una prospettiva più problematica. Come un giurato in un processo (deliberativo), mi sono chiesto: ma Eutifrone aveva ragione sul punto o no?

Insomma, sul caso Eutifrone c. il Padre chi aveva ragione e chi torto? E se anche avesse avuto torto, aveva torto precisamente su cosa?

Ne è venuta fuori una lettura piuttosto ‘strana’, alternativa, irriverente, quasi ‘empia’.

Per seguirla, occorre fare un sforzo di purificazione iniziale dai pregiudizi interpretativi che non possiamo non avere quando si ri-legge un classico.

Re-incorniciamento

  1. È il giovane e promettente filosofo Platone che scrive e prende posizione, non il vecchio e saggio Socrate;
  2. Platone è un narratore inaffidabile e di parte, che per tutto il dialogo cercherà di porre Eutifrone in cattiva luce.
  3. Platone è di parte, perché propende per una delle parti in causa e (probabilmente, almeno in questo caso) dà voce alla Maggioranza degli Ateniesi; è ragionevole pensare, infatti, che in un caso come questo, gli Ateniesi avranno dato contro la decisione (ripugnante?) di Eutifrone di denunciare il proprio vecchio padre per ‘difendere’ un estraneo omicida.

Come dicevo sopra, ne è venuta fuori una lettura piuttosto strana, alternativa, irriverente, quasi ‘empia’. Siate, perciò, ‘pietosi’ nel giudicarla.

Situazione

La cornice del dialogo è ben nota ai lettori e non ci perderò dietro tempo. A noi interessa leggere e interpretare il testo come sue proponesse alla nostra attenzione un Caso di studio su cui deliberare. Per cui andiamo subito al dunque.

Eutifrone accusa il padre di omicidio per aver provocato (non curandosi della sua sopravvivenza) la morte di un suo colono, macchiatosi a sua volta di omicidio. Leggiamo direttamente il testo:

SO. E così, che specie di causa, Eutifrone, è la tua? Ti difendi o persegui?

EU. Perseguo.

SO. E chi?

EU. Uno che, a perseguirlo, devo sembrarti impazzito.

SO. Oh, che! persegui forse uno che vola? EU. Ma che volare! E’ un vecchio decrepito. SO. E chi è?

EU. Mio padre.

SO. Tuo padre, mio eccellente amico?

EU. Mio padre, appunto.

SO. E che cosa gli rimproveri e di che lo accusi?

EU. D’omicidio, Socrate.

SO. Oh, Eracles! la gente, Eutifrone, certo ignora come ciò sia ben fatto, perché non è, credo, da tutti regolarsi così in un caso simile, ma da uomo assai provetto in fatto di sapienza.

Qui c’è già la posizione presa da Platone/Socrate . Solo un uomo sicuro di sé e di ciò che sta facendo (‘provetto in fatto di sapienza’) può arrivare a fare ciò che stai facendo, sfidando l’opinione comune.

EU. Sicuro, per Zeus, assai provetto, Socrate.

SO. E sarà senza dubbio uno dei tuoi familiari la vittima di tuo padre, non è vero? Giacché per un estraneo, penso, non lo accuseresti d’omicidio.

Platone inizia la caratterizzazione in negativo del personaggio. Non sottolinea la dimensione tragica (come pure avrebbe potuto fare (1)) della scelta di un figlio costretto a scegliere fra l’amore per il padre e il seguire la Giustizia, il Dovere, quanto piuttosto la supponenza senza affetto (si veda l’espressione sprezzante che Platone gli fa usare presentando il proprio padre ‘vecchio decrepito’).

EU. E’ ridicolo, Socrate, il credere da parte tua che faccia qualche differenza se il morto sia un estraneo o un familiare, e che non si debba tener conto unicamente di questo: se chi ha ucciso ha ucciso giustamente o no; e se giustamente, lasciarlo andare; se no, dargli addosso, quand’anche l’uccisore viva sotto il tuo tetto e mangi alla tua mensa.

Quando si tratta di fare la cosa giusta in un caso di omicidio non conta la vittima e non conta chi sia il colpevole, ma solo ‘sapere “se chi ha ucciso ha ucciso giustamente o no”. Diversamente da Socrate/Platone che sembra sbalordito per il fatto che Eutifrone difenda un ‘estraneo’ (sarebbe stato per lui più comprensibile se si fosse trattato di un ‘familiare’), Eutifrone si fa portavoce di un’istanza etica superiore. Non sentite l’eco di Kant nell’affermazione? ‘Ma perché questa intransigenza?’

EU. Perché il contagio ti s’attacca egualmente, ove tu, sapendolo, viva con un uomo siffatto e non purifichi te e lui, perseguendolo in giudizio. Chi versa sangue ingiustamente, si macchia di una colpa che rende ‘impuri’ e che contagia chi, conoscendo la colpa, non ‘purifichi’ sé , denunciando, e il colpevole, espiando la propria colpa.

(I Fatti)

EU. Il morto non era che un mio colono; e poiché possedevamo delle terre a Nasso, serviva lì da noi dietro compenso. Un giorno, preso dal vino e montato in collera contro uno dei nostri servi, lo ammazza; sicché mio padre, fattolo legare mani e piedi e gettatolo in una fossa, manda qui uno a sentire dall’esegeta che cosa ne dovesse fare. Nell’attesa, egli di quell’uomo in ceppi non si curava né punto né poco, come d’un omicida, quasi non importasse nulla se anche moriva. E questo difatti avvenne; che per la fame, per il freddo e per le catene, morì prima che il messo tornasse dall’esegeta. Ed ora perciò mio padre e gli altri di casa ce l’hanno con me, perché per un omicida sporgo querela d’omicidio contro mio padre, che, dicono, non l’uccise, e perché, quand’anche l’avesse ucciso, dal momento che il morto era un omicida, non bisognava darsi pena per lui. E sentenziano che è un’empietà da parte d’un figlio sporgere contro il padre una querela d’omicidio, perché, Socrate, non hanno un’idea precisa di quel che, secondo il diritto divino è santo o empio.

SO. Sicché tu, Eutifrone, in nome di Zeus, credi di vederci così chiaro nei giudizi divini, circa quello che è santo o empio, da non temere che, stando i fatti come tu li hai narrati, con l’accusa contro tuo padre tu non commetta per caso un’azione empia? (Eutifrone, 3e-5a)

Eutifrone ha preso una decisione sotto ogni profilo grave di cui è consapevole (“Uno che, a perseguirlo, devo sembrarti impazzito”), che gli ha inimicato la famiglia e sicuramente molti ad Atene. Lo sta facendo, pensa Socrate con la leggerezza del presuntuoso che crede “di vederci così chiaro nei giudizi divini, circa quello che è santo o empio, da non temere che … con l’accusa contro [suo] padre [egli] non commetta per caso un’azione empia

C’è veramente stato un personaggio di nome Eutifrone e sarà veramente avvenuto che Eutifrone denunciasse il padre? Se sì, deve avere fatto scandalo nell’Atene del tempo: un figlio che denuncia il padre per difendere un estraneo omicida. Quale fu la sua posizione dl giovane Platone sul caso? Parteggiò (come sembra trasparir) per i familiari che condannavano Eutifrone? Possiamo essere sicuri che non parteggiò per Eutifrone.

Platone pone la cornice del dialogo in un’epoca precedente ai possibili sviluppi del caso: nello stesso giorno in cui Socrate viene a conoscenza della denuncia di Meleto. Teniamo a mente questo fatto.

Ora, dimentichiamoci per un attimo della tradizione e delle interpretazioni dominanti. Dimentichiamoci delle intenzioni di Platone, di quello che Platone voleva dire ai suoi lettori su Socrate, sulle credenze religiose volgari, sulla gente che lo aveva accusato, perfino sul metodo socratico volto a ‘purificare’ dall’errore Eutifrone.

Platone, notoriamente, è uno che ‘avvelena i pozzi’: in questo caso, scredita Eutifrone con attacchi ad hominem continui e devastanti (come farebbe un avvocato che vuole denigrare la credibilità di un testimone alla sbarra!). Che ne sappiamo noi di cosa veramente ha provato il vero Eutifrone? Non avrebbe potuto essere dilaniato dal dubbio?

Question 

E allora, discutiamo con Platone del Caso Eutifrone c. il Padre. Mettiamo tra parentesi e proviamo a non tenere conto della caratterizzazione del personaggio che ne viene dato, se vogliamo evitare, così, di cadere nel gioco narrativo di Platone, impegnato com’è per tutto il dialogo a screditare l’antagonista di Socrate (maligno l’accenno alla profezia dell’ ‘indovino’ Eutifrone sull’esito positivo del processo a Socrate), per sminuirlo nei confronti del Maestro. Teniamo la barra dritta su ciò che ci interessa: ha ragione o torto Eutifrone nel denunciare il padre? È nel giusto oppure no? Chi ha ragione tra Socrate ed Eutifrone nel merito del Caso?

Mappa della discussione

Una posizione kantiana

Rileggiamo il testo:

EU. E’ ridicolo, Socrate, il credere da parte tua che faccia qualche differenza se il morto sia un estraneo o un familiare, e che non si debba tener conto unicamente di questo: se chi ha ucciso ha ucciso giustamente o no; e se giustamente, lasciarlo andare; se no, dargli addosso, quand’anche l’uccisore viva sotto il tuo tetto e mangi alla tua mensa.

Eutifrone, come dicevamo sopra, si fa portavoce di un’etica assolutista (quasi kantiana) di stampo religioso che potremmo esprimere in questo modo: chi uccide qualcuno (chiunque esso sia e chiunque sia la vittima) è passibile di punizione, perché se non lo si fa , si commette un’ingiustizia.vAll’esposizione di questo principio Platone aggiunge una motivazione di carattere egoistico:

Perché il contagio ti s’attacca egualmente, ove tu, sapendolo, viva con un uomo siffatto e non purifichi te e lui, perseguendolo in giudizio.

Essendo il crimine una sorta di ‘malattia’, chi conoscendo il crimine non lo denuncia, ne viene ‘contagiato’ (immoralità= malattia)). Insomma, sembra insinuare Platone, alla base di questa intransigenza morale c’è la paura di Eutifrone di essere ‘contaminato’ dalla colpa del padre.

I familiari difendono il padre, sostenendo che, di fatto, non si può parlare di ‘uccisione’ (ma al più, diremmo oggi, di omicidio ‘colposo’); inoltre, quand’anche l’avesse fatto, essendo il morto un omicida, non bisognava curarsene.

Ecco perché i familiari accusano Eutifrone di ‘empietà’, essendo empio per un figlio denunciare un padre di omicidio.

Eutifrone si difende dall’accusa sostenendo, incautamente, che essi non sanno il significato vero di ‘santo o empio’. Ora, prima di entrare nel merito dello scambio dialogico con Socrate, fermiamoci un attimo a pensare, senza pregiudizi, alla posizione dei familiare: per i familiari uccidere un omicida non è così ‘grave’; mentre lo è il denunciare il proprio padre.

Socrate/Palatone, fin dall’inizio, ha fatto la sua scelta di campo: è dalla parte dei fratelli (e del padre di Eutifrone). Eutifrone nel fare questo atto particolarmente ripugnante (accusare il proprio padre) pretende di sapere ciò che è giusto e ciò che è ingiusto; ciò che è empio e ciò che non lo è (come l’accusatore di Socrate, Meleto).

Ed ecco come la discussione che segue, assuma la forma più che di un’interrogazione purificatrice dell’errore (come molti interpreti pure affermano), quella di un interrogatorio alla sbarra. L’accusatore diventa l’accusato: Tu Eutifrone pretendi di accusare tuo padre di avere commesso un atto ‘empio’ e non sai neanche di cosa stai parlando.

Ecco la Confutazione dialettica di Socrate non è, forse, un’abile strategia di attacco per provare ad un’ideale giuria che Eutifrone è un accusatore da non prendere sul serio?

A me sembra non, come spesso si dice, un attacco alla presunzione, alla saccenza e all’arroganza ( anche questo naturalmente, nelle intenzioni di Platone), quanto un attacco contro coloro i quali muovono accuse di ‘empietà’ senza sapere di cosa parlano. Eutifrone diventa nella mani sapienti di Platone, solo un capro espiatorio della rabbia montante di Socrate per le accuse di ‘empietà’ che gli ha rivolto Meleto (in questo ha ragione il Gomperz).

Proviamo a leggere il dialogo platonico sotto questo punto di vista. Possiamo sentire il travaglio di Socrate: accusato di ‘empietà’ da un giovane sconosciuto, Meleto; cosa può saperne un giovane di cosa è ‘santo’ o ‘empio’?

Ed ecco che gli capita fra i piedi un altro saccente, Eutifrone, sedicente esperto di cose religiose, che accusa addirittura il proprio vecchio padre di omicidio, pretendendo di fare una cosa ‘giusta’ e ‘Santa’.

Socrate sfoga contro il povero Eutifrone la sua rabbia, umiliandolo. Eppure, Eutifrone gli aveva manifestato la sua simpatia e gli era stato solidale. Per tutto il dialogo, sta al gioco, non si irrita, anzi, accetta bonariamente le confutazioni.

Ma non serve, Socrate vede nelle due denunce la stessa matrice di supponenza e tracotanza: quella di chi pretende di avere la sapienza, di conoscere ciò che gli déi pensano e giudicano santo o empio e che, perciò, tale è.

La discussione con Eutifrone offre, naturalmente, a Platone lo spunto per criticare la religiosità comune fatta di storie e miti insensati e contraddittori; così come il modo utilitaristico con cui la gente comune si rapportava con gli déi. Ma non è questo che qui ci interessa. Il nostro interesse è centrato sul contenuto della discussione tra Eutifrone e Socrate/Platone.

È come se Socrate si rivolgesse all’Uditorio di fronte a cui si troverà Lui, al su processo: quest’uomo pretende di fare giustizia portando il vecchio padre in giudizio per avere causato per incuria la morte di un suo colono macchiatosi di omicidio. Possiamo fidarci del suo giudizio? Questi accusa suo padre di avere compiuto qualcosa di ‘empio’, ma non sa neanche lui di che parla. Probabilmente, se avesse avuto fra le mani il giovane Meleto, l’avrebbe strapazzato allo stesso modo.

Bene, ma nel merito chi aveva ragione tra Eutifrone e i suoi fratelli? Era giusto denunciare il padre per quello che aveva commesso o no? Sarebbe interessante sapere se esistevano leggi ad Atene contro l’omicidio colposo, oppure no? E se si, Socrate/Platone chiedeva a Eutifrone di non rispettarle per rispetto del padre e indifferenza per un estraneo assassino?

Il caso avrebbe dovuto essere posto in questi termini: è nel giusto Eutifrone nel denunciare un familiare per un caso di omicidio (seppure non intenzionale e di un omicida) di cui è venuto a conoscenza o no? Socrate lo re-inquadra in questo modo: è nelle condizioni (ha la ‘scienza’) Eutifrone di giudicare se l’atto commesso dal padre è ‘empio’, oppure no?

Ma Eutifrone ha denunciato (anche se ritiene il padre ‘colpevole’), non condannato né eseguito alcuna condanna. La valutazione e quindi la decisione viene affidata ad un tribunale. La cosa curiosa è che Socrate non dubita che l’atto sia stato compiuto, ma che sia ‘giusto’ denunciare la cosa, in mancanza di un criterio certo e sicuro di ciò che è santo o empio. Messa così quanti autorevoli interpreti sarebbero ancora dalla parte di Socrate?

Discussione

Chi aveva ragione tra Eutifrone e Socrate? Per farlo dobbiamo esaminare gli argomenti tanti dell’accusa e quelli pochi della difesa.La strategia ‘difensiva’ di Socrate è quella che un abile avvocato avrebbe potuto abbracciare per confondere la giuria, mettendo alla sbarra l’accusatore.“Tu, Eutifrone, ti presenti a questa Corte, accusando il tuo vecchio padre di avere fatto una cosa ‘empia’, sostenendo che se non denunciata macchierebbe moralmente anche te. Ma cosa ne sai tu di ciò che è santo?”.

L’interrogatorio a cui Socrate sottopone Eutifrone non è una ‘ricerca’ filosofica sulla definizione di ‘santo’, come spesso si dice e scrive, quanto una strategia intimidatoria volta a mettere in difficoltà Eutifrone davanti all’ideale giuria. Ed Eutifrone ci casca per ingenua supponenza: pretende di poter tenere testa a un abile dialettico come Socrate. Accetta di far determinare a Socrate le condizioni di accettabilità della risposta: quella che cerchiamo è una definizione che ci permetta di fissare un principio/criterio di giudizio per tutti i casi e non solo per questo. E da qui in poi Socrate ha facile gioco. Come facciamo a stabilire ciò che è ‘giusto’ o ‘santo’ in assoluto?

Eutifrone avrebbe dovuto capovolgere il tavolo, non stare al gioco di Socrate: qui il problema è se uccidere è male o no? È empio o no? E se chi commette un crimine (chiunque esso sia e chiunque sia la vittima) deve essere denunciato e punito.

Non è una ricerca, perché Socrate non è veramente interessato alla definizione di Santo’ (malgrado lui insista ‘ironicamente’ a chiedere a Eutifrone lumi per poterlo usare in sua difesa al processo), infatti, si limita a demolire la presunzione di Eutifrone, utilizzando le armi che ingenuamente lui stesso gli mette a disposizione con le sue banali risposte (etero-guidate dall’astuto Socrate).

È un gioco. Giochiamo il gioco di arguzia di Platone

Per analizzare le singole mosse argomentative utilizzeremo la tecnica della visualizzazione degli argomenti (argument mapping):

Definizione 1

Definizione 2

Platone confuta Eutifrone usando un argomento ad personam: tu credi nelle storie degli dei e pensi di trarne esempio per stabilire ciò che è giusto e pio, ma fai male, perché degli dei si racconta anche che, spesso, non sono d’accordo fra di loro. E questo disaccordo nasce proprio sulla diverse valutazioni che loro fanno sulla giustezza o meno dei singoli atti. Nessuno in tribunale nega che sia giusto punire chi ha commesso ingiustizia, ciò che chiunque nega è di averlo fatto.

Io, per esempio (avrebbe potuto dire Socrate) non nego che dovrei esser punito se mi fossi macchiato di empietà, ma non l’ho fatto. Ma anche in questo caso, Eutifrone avrebbe potuto rispondere: tu Socrate sei accusato di avere introdotto nuovi déi e di averlo insegnato e questo ad Atene è considerato cosa empia e meritevole di punizione: l’hai fatto o no?

Allo stesso modo: condannerebbero o approverebbero gli déi uno che denuncia un colpevole di omicidio, essendone venuto a conoscenza? È giusto procurare la morte di qualcuno per incuria?

Questo è il problema su cui tutti gli déi dovrebbero deliberare e su questo non è possibile disaccordo. Platone potrebbe prendersela con questo mescolare diritto e religione, con il voler fondare il Dovere sulla religione, ma non lo fa. Neanche il giovane Platone ha il coraggio di andare fino in fondo. La sua strategia è confondere e scompigliare le carte per arrivare a svergognare Eutifrone.

Su questo punto l’unico argomento valido e forte è il ragionamento arguto sviluppato contro la Terza definizione. L’argomento noto come il Dilemma di Eutifrone:

Definizione 3

Esiste una legge di giustizia che anche gli déi rispettano o la Legge diventa tale perché gli déi la rispettano? Arguta domanda? Ma che non sposta di un capello la questione. Lo stesso Socrate/Platone ha ammesso che la giustezza della punizione di un crimine non è in discussione:

EU. Ma, Socrate, su questo punto: che chi ha ucciso ingiustamente qualcuno debba pagarne la pena, nessuno, credo, tra gli dèi la penserà diversamente da un altro.

SO. E come, Eutifrone? Degli uomini ne hai mai udito qualcuno mettere in dubbio che chi ha ucciso ingiustamente o ha commesso qualche altro atto ingiusto non debba pagarne la pena?….

SO. E quindi non mettono in dubbio che il colpevole debba pagarne la pena; ma piuttosto questo: chi sia il colpevole e di che e in quali circostanze.

EU. E’ vero.

SO. E altrettanto non si verifica forse anche tra gli dèi, se litigano del giusto e dell’ingiusto, secondo il tuo discorso; e gli uni affermano degli altri che hanno colpa, e gli altri lo negano? Poiché questo, mirabile amico, nessuno né tra gli dèi né tra gli uomini oserebbe sostenerlo: che il colpevole non debba esser punito. …

Definizioni 4 e 5

Che il santo (pio) sia parte del giusto o che il modo in cui intratteniamo i rapporti con gli déi sia una triviale forma di commercio di doni e richieste, non solo non è attinente al caso, ma non fa fare un passo alla stessa discussione su ciò che è pio o empio. Fa parte della strategia diversiva messa in campo da Platone per screditare Eutifrone.

Da un punto di vista argomentativo il metodo elenchico funziona in un interrogatorio alla sbarra, ma non ti aiuta ad avvicinare nessuno alla verità a meno che tu non sappia dove vuoi arrivare e dove vuoi portare l’interlocutore. Non è ricerca della verità è destabilizzare per mandare in confusione. La confutazione dialettica ti può far vincere una gara di arguzia, ma non necessariamente porta a far avanzare la discussione. Ed è questo il caso dell’Eutifrone.

Deliberazione

Socrate ha confuso il povero Eutifrone, inchiodandolo alle sue dichiarazioni improvvide, con l’unico scopo di criticare la sua grave decisione.La conclusione del dialogo è quella di un arguto avvocato. Socrate accusa (quasi possiamo vedere l’indignazione di Socrate nei confronti del giovane, nelle ultime righe del dialogo) Eutifrone di essere un presuntuoso saccente che per difendere un ‘avventizio’ (si veda l’uso sapiente della qualificazione) denuncia per omicidio il ‘vecchio padre’ (linguaggio pregiudizievole): non sapendo cosa è giusto, si mette non solo ‘nel rischio di commettere un atto ingiusto’, ma di rischiare la punizione degli déi e la vergogna degli uomini’.Quale sia il giudizio di Socrate/Platone sul caso traspare in tutto il dialogo: non si può in alcun caso per un ‘avventizio’ che si è macchiato di omicidio denunciare il proprio padre per averne indirettamente provocato la morte.Socrate sfrutta la presunzione di Eutifrone per metterlo in difficoltà, attaccandolo non sulla prima accusa che un atto ingiusto va punito sempre, chiunque sia il colpevole e chiunque sia la vittima. Socrate difende, indirettamente, i familiari di Eutifrone che lo accusano di ‘empietà’ e attacca la difesa di Eutifrone che i suoi familiari non sanno di cosa parlano. Ma già di cosa lo accusano? Essi dicono che è ‘empio’ per un figlio denunciare il proprio padre. Non è vero che Socrate/Platone non ha una sua posizione; ce l’ha, eccome. La sua posizione è quella dei fratelli di Eutifrone: c’è una gerarchia evidente : un padre o un familiare vale più di un avventizio; a maggior ragione se questo si è macchiato di una colpa. Eutifrone sta commettendo un atto ingiusto di cui renderà conto agli déi e da cui riceverà discredito.Se Socrate avesse voluto lottare alla pari avrebbe dovuto argomentare a favore di questo principio, contro quello di Eutifrone, ma non lo fa.Eutifrone afferma nella sua prima definizione che occorre sempre fare ciò che è giusto e che questa è una legge sacra. Lo stesso Socrate dice che questo è vero, che nessun Dio può metterla in discussione, ma che il problema riguarda lo stabilire se questo caso è un’applicazione di quel principio. Socrate come un abile avvocato mette in discussione l’autorevolezza di Eutifrone nel giudicare se è giusto, oppure no, ciò che sta facendo. È come se dicesse al suo uditorio: “non sa neanche di cosa parla! Ma il problema alla fine rimane chi tra Eutifrone e i suoi familiari (e il loro arguto avvocato) aveva ragione. Eutifrone, in fondo, accusa il padre non per aver messo in sicurezza l’omicida, ma solo di non aver fatto nulla per mantenerlo in vita, provocandone indirettamente la morte. Potremmo, da un punto di vista razionale e morale, dargli torto?

Conclusione

La storia della filosofia è la storia di una discussione che dura ancora oggi sui grandi problemi che gli uomini di tutte le epoche si sono trovati ad affrontare per decidere cosa credere, fare e sperare. Io credo che il contributo di Platone alla discussione sul Dovere etico (e di questo alla fin fine si tratta) dato con l’Eutifrone stia nell’aver indicato la debolezza di ogni teoria etica che intenda fondare il Dovere morale sulla Religione. L’assolutismo etico, la dottrina deontologica se fondata su un particolare insieme di credenze religiose, manca di universalità. Ha bisogno di appellarsi a un fondamento più universale. È quello che, per esempio, farà Kant con l’appello alla Ragione.

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