Riflessioni sulla Scuola di oggi

Innovatori vs Tradizionalisti: cambiare, ma per andare dove?

Leggo sul Corriere della Sera di oggi l’ennesimo attacco di Ernesto Galli della Loggia alla Scuola degli ‘psicopedagoghi’ (i ‘nuovi mentori culturali del Ministero dell’istruzione’).

Questa volta l’occasione è data dall’introduzione del “Curriculum dello studente” una novità (già annunciata da tempo, per la verità) che accompagnerà lo studente italiano al prossimo esame di stato. 

Non mi soffermo sulle critiche al ‘Curriculum’, accusato da Galli della Loggia di essere una nefandezza figlia dell’asservimento della scuola italiana agli interessi di chi comanda nel mondo del lavoro. Colgo invece l’occasione per una riflessione più a largo raggio sull’odierno dibattito pubblico sul mondo della scuola.

***

Negli ultimi tempi il dibattito sulla scuola italiana sembra essersi radicalizzato su due posizioni sostanzialmente antitetiche la prima quella degli ‘innovatori’ a tutti i costi,  dall’altra quella dei ‘tradizionalisti’ che rimpiangono la scuola dei tempi che furono.

La cosa curiosa è che gli uni e gli altri accusano la Scuola che c’è di essere ancora (o troppo) simile a quella degli altri. 

I tradizionalisti curiosamente accusano la scuola attuale di essere in piena crisi a causa delle ‘innovazioni’ introdotte negli ultimi (40?) dal furor pedadogico dei nuovisti ammaliati dalle mode pedagogiche anglosassoni. 

Dall’altra parte, gli ‘innovatori’ lamentano che la Scuola che c’è è ancora troppo identica alla scuola che fu, e che tutti i mali della scuola attuale sono dovuti al suo essere troppo ‘tradizionale’ nei suoi metodi e nella sua impostazione.

Insomma, l’unica cosa su cui i due schieramenti convergono è sul fatto che la scuola italiana contemporanea è in crisi e che produce studenti con una preparazione non ‘adeguata’ a quelli che sono gli standards dei due schieramenti per quella che dovrebbe essere la ‘formazione’ ideale di uno studente. 

Diversamente da quanto si potrebbe pensare, sia gli ‘innovatori’ che i ‘tradizionalisti’ vogliono ‘cambiare’ la scuola per curarla dai suoi mali; ma mentre gli innovatori ritengono che per curare la Scuola italiana bisogna ‘cambiare’ procedendo verso nuovi metodi e nuovi strumenti; i conservatori vogliono sì cambiare, ma tornando indietro, alla scuola pre-sessantottina (o pre-ottantina), eliminando tutto ciò che non sia l’insegnamento tradizionale delle discipline (una sorta di movimento di liberazione del docente, da tutto ciò che, spregiativamente, i tradizionalisti tacciano di ‘burocratico’ – n.b.: burocratico per i tradizionalisti è qualsiasi cosa abbia anche il più lontano sentore di ‘progetto’).

Il compito della Scuola

La prendo molto alla lontana. Ma spesso fare un bagno nei ‘fondamenti’ può essere illuminante.

La Scuola è l’istituzione a cui le Società hanno demandato il compito di trasferire le conoscenze e le abilità acquisite dall’umanità, e ritenute più utili per la crescita personale dei cittadini, per il funzionamento della società, per il progresso della società (capitale umano/crescita?).

Alla scuola è demandato, altresì, il compito di trasferire i sistemi di valori e di significati della propria tradizione culturale (dominante?) civile e politica.

Alla Scuola è affidato infine il compito di curare ed educare le attitudini più funzionali a  cavarsela nella vita privata e professionale, e a diventare un cittadino del XXI secolo

Il compito degli studenti è quello di apprendere tutto ciò per il proprio bene e per quello della comunità di cui si fa parte.

Nell’ideologia umanistica (individualistica?) prevalente (Harari) in Occidente, si dà più importanza alla dimensione ‘personale’, che a quella comunitaria (in Cina vale lo stesso?): gli individui in formazione (ma anche le famiglie) si sentono ‘responsabili’ della loro formazione soltanto in confronto a se stessi (spesso, neanche nei confronti della propria famiglia) e non di fronte alla comunità di cui fanno parte (Devi studiare per te stesso e per farti un futuro!)

La società investe ingenti capitali sulla formazione, che alla fine, però, è vista come un capitale ‘personale’ (di cui ciascuno è proprietario esclusivo), senza ipoteche comunitarie, e che può essere investito anche al di fuori della propria comunità (cervelli in fuga).

La Scuola ha la responsabilità di trovare metodi e strumenti per tradurre queste aspettative in pratica, permettendo a individui e società di raggiungere gli obiettivi posti.

Gli individui hanno la responsabilità di impegnarsi per raggiungere gli obiettivi di apprendimento indicati dalla Società, utilizzando metodi e strumenti messi a disposizione dalla Scuola.

Rendere possibile la felicità

La filosofia dell’educazione discute sul tipo di ‘uomo’ che si dovrebbe costruire; la pedagogia discute su quali metodi e strumenti sono più idonei per raggiungere gli obiettivi formativi che ci si propone.

La nostra società occidentale, liberale e democratica, vuole costruire ‘uomini’ potenzialmente in grado di essere felici. Questo tipo di ‘uomo’ di cosa dovrebbe essere attrezzato? Cosa potenzialmente lo renderebbe felice? Cosa potenzialmente lo renderebbe infelice? 

Le due risposte dell’Occidente:

  1. un uomo felice può esistere solo all’interno di una società in crescita; per essere felice deve contribuire alla crescita della società; per poter contribuire alla crescita della società deve essere formato ad un certo tipo di competenze (le comp. del XXI secolo?); queste competenze possono dargli soddisfazioni sul lavoro, permettergli un livello di vita soddisfacente e agiata e possono permettergli di contribuire con la propria intelligenza al funzionamento di una società democratica …..
  2. un uomo felice vive una vita piena; la pienezza della vita passa per la formazione culturale: solo una solida cultura  può dare senso e significato alla vita; per avere una solida cultura occorre conoscere la tradizione culturale, entrare in contatto con il meglio di ciò che è stato prodotto dagli uomini: le opere, le arti, la storia, le scoperte , le tecniche, ecc.; le competenze lavorative si acquisiscono fuori dalla scuola e/o sono un sottoprodotto della formazione culturale; una persona con un solido bagaglio culturale, non può fallire: avrà uno status sociale e uno status lavorativo adeguati.

Ora, cosa è che veramente conta nella formazione per avere una vita piena e felice? Le competenze o una ‘cultura’, una solida base di conoscenze? Quali competenze e quali conoscenze? 

La presunzione di ‘innovatori’ e ‘tradizionalisti’ è quella di avere la risposta giusta in tasca. In realtà non lo sappiamo e non lo possiamo, forse, sapere, perché la felicità di ognuno dipende da ciò che ciascuno vuole nella sua vita, dai suoi desideri, dalle sue attitudini, dalle sue aspirazioni. Chi ritiene che la propria felicità passa per il successo lavorativo, privilegerà un certo tipo di formazione; chi ha una vocazione intellettuale, ne privilegerà un’altra.

La scuola dovrebbe fornire agli studenti la più ampia e variegata possibilità di fare esperienze, di sviluppare competenze utili e di apprendere conoscenze su ciò che sappiamo del mondo e di come funziona. 

L’errore massimo è quello di proiettare sui nostri ragazzi le nostre aspirazioni, le nostre attitudini e le nostre passioni. 

La formazione dovrebbe essere finalizzata a permettere ad ogni ragazzo, alla fine del suo percorso di studi, di avere quante più strade aperte è possibile, e di fare le sue scelte in modo consapevole, avendo le risorse di base per intraprendere il cammino che le sue attitudini personali, le sue aspirazioni e le sue passioni gli indicano.

Perché studiare

Il problema vero, oggi, a me sembra essere quello di dare un senso alla stessa esistenza della Scuola. Ci accapigliamo su metodi ed obiettivi formativi, quando quello che si è perso nei nostri studenti è il senso stesso dello ‘studiare’.

Chiediamoci perché se il fine dei sistemi educativi è quello di rendere ciascuno di noi potenzialmente in grado di essere ‘felice’ è tanto difficile motivare i nostri studenti allo studio?

Ambedue le prospettive formative partono da un assunto: l’assunto che la felicità arriverà in un futuro più o meno prossimo, non nel presente. Nel presente c’è la fatica e l’impegno, condizioni necessarie per la felicità futura (un residuo ‘cristiano-medievale’ laicizzato?). Laddove, questa fatica e questo impegno non siano presenti occorre intervenire con la ‘coercizione’ (premio-punizione).

Dal punto di vista individuale, ciascuno di noi vive nel presente e cerca di farlo trovando soddisfazione in ciò che fa. Ci muoviamo ed agiamo cercando in continuazione fonti di piacere e sfuggendo tutto ciò che troviamo spiacevole: e tra le fonti del dis-piacere c’è sicuramente la ‘fatica’ non finalizzata ad un qualche premio/piacere (per quanto traslato nel tempo). 

Questi meccanismi di base della motivazione umana, gli educatori di tutti i tempi li hanno conosciuti e li hanno sfruttati al massimo, creando un sistema a premi (e punizioni) che serve a motivare allo sforzo e alla fatica. Un sistema in cui il premio non è troppo lontano dalla fatica per ottenerlo (da qui la difficoltà di ottenere uno sforzo per quanto minimo costante e regolare in vista di un premio lontano nel tempo). E se non vogliamo ottenere il premio, almeno cerchiamo di evitare la punizione.

Insomma, studiare per apprendere non è un’immediata fonte di piacere, qualora non nasca da una naturale curiosità o da una qualche necessità (come sanno gli appassionati di tutorial). Ecco perché agli studenti non piace la scuola. I ‘risultati’, i frutti dello studio, come si diceva una volta, li vedremo in futuro, adesso c’è solo l’impegno e la fatica. 

Ma quali sono questi frutti da ambire così tanto da richiedere di sacrificare il piacere immediato per un piacere più grande in futuro? 

Quale modello di ‘uomo felice’ si è affermato e viene proposto ai giovani attraverso i Social o i Media nelle nostre società: successo, ricchezza e onori (per dirla con Spinoza). La ricchezza passa per la fama (anche effimera dei Social) e il successo, e, più di tutto, il ‘fare soldi’, tanti e subito.

La Scuola fino a che punto è capace di garantire di potere fare raggiungere questi ‘sogni’ allo studente medio? 

Il messaggio che oggi passa alla massa informe degli studenti è che la Scuola, il titolo di studio non riescono a garantire nemmeno un lavoro, e ancora meno un lavoro soddisfacente e ben remunerato. Di laureati , ammasterati, addottorati, e disoccupati o sottopagati ne conosciamo un po’ tutti. 

Di analfabeti con qualche talento (youtubers, cantanti, modelli, ecc.) ricchi e famosi ne conosciamo invece un bel po’. 

Perché dovrei sobbarcarmi la fatica dello studiare se alla fine quello che, se tutto va bene, otterrò sarà un lavoro mediocre con uno stipendio da miseria?

Veniamo da un mondo in cui la ‘felicità’ era l’avere una famiglia con un appartamento di proprietà, la cucina americana, la televisione in salotto, la possibilità di portare la famiglia in vacanza per quindici giorni. Per tutto questo bastava uno stipendio da perito, da ragioniere, da insegnante ….

Oggi proponete questo modello ad uno studente delle nostre scuole e vi riderà in faccia. 

Non c’è un finale di speranza, almeno per questo post.

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