Animali argomentanti

“Il problema non è essere nel giusto, ma convincere una giuria”

(J. Bull)

Divagazioni argomentative

Nei giorni scorsi ho ‘dibattuto’ con uno dei miei figli. 

Tornato da scuola,  mi ha detto:

“Papà, oggi mi sono comportato bene a scuola. Dovresti farmi giocare un po’ con lo smartphone” 

Era il più piccolo dei due, sei anni, e vi assicuro che non ha studiato logica, né retorica.

Non ha cercato di convincermi con un polisillogismo (anche se nel suo argomento era implicito) del tipo:

  • chi si comporta bene acquisisce un merito
  • Chi acquisisce un merito, merita un premio
  • dunque, chi si comporta bene merita un premio
  • Io mi sono comportato bene a scuola
  • dunque, merito un premio
  • Giocare con il tuo smartphone sarebbe un premio per me
  • dunque, dovresti farmi giocare con il tuo smartphone 

Un poli-sillogismo ineccepibile direi.

Mio figlio, naturalmente, non sillogizza, però, come vedete, argomenta, e argomenta in maniera persuasiva: sa che io sono sensibile al fatto che si comporti bene a scuola, e senza tanto pensarci su, ha intuito che quello poteva essere un buon argomento per convincere il suo uditorio, cioè, me.

Alla fine lo smartphone gliel’ho dato. Possiamo, quindi, dire che alla fine il suo scopo argomentativo l’ha raggiunto: ottenere di poter giocare con lo smartphone

Tuttavia, mi ha solo persuaso, non convinto.  E mi ha persuaso per ragioni diverse da quelle che lui mi aveva portato (mi hanno divertito le sue argomentazioni da furbetto).

Dico che non mi ha convinto, perché ho subito contro-argomentato che comportarsi bene a scuola non è un merito, bensì un dovere di ogni bravo scolaro; e il fare ciò che si deve, non merita premi. Avendo pensato il contrario (non atto doveroso ma concessione) meritava una punizione, piuttosto  che un premio.  Per dire che non tutte le argomentazioni riescono col buco. 

Animali argomentanti

In questo aneddoto io ho visto una prova evidente che siamo argomentatori nati. In quel semplice argomento, mio figlio aveva condensato un ragionamento complesso che, se richiesto, non sarebbe stato in grado di esplicitare in tutti i suoi passaggi. Perché è così che, per lo più, creiamo argomenti,  per associazioni: comportato bene-mi merito un premio-premio = qualcosa che piace = giochi sullo smartphone.

D’altra parte i bambini sanno come persuaderci fin dalla nascita, anche se non sanno parlare, come sa chiunque abbia avuto a che fare con un neonato urlante che richiedeva la nostra attenzione!

Questo per dire, che tutti siamo alle prese con l’Argomentare nella nostra vita quotidiana.

Bene, questo ci permette di dire che chiunque di noi sa a quale tipo di attività mentale si fa riferimento quando ci si chiede di ‘argomentare’, anche se (come per il ragionare) pochi di noi riflettono su cosa facciamo quando argomentiamo. 

Insomma, tutti argomentiamo, come tutti ci allacciamo le scarpe la mattina, ma immaginate di doverlo spiegare ad un bambino che ancora non sa cosa occorre fare per allacciarsi le scarpe. 

Ci accorgeremmo, che la nostra conoscenza è tutta ‘pratica’, è, come dire, materializzata nelle singole azioni che, senza pensarci su, facciamo, un movimento dietro l’altro.

In fondo, dove abbiamo studiato ‘Argomentazione’? Non a scuola. L’Argomentazione l’abbiamo appresa per ‘imitazione’ dagli altri esseri umani con cui ci relazioniamo, dalle pratiche argomentative del settore disciplinare che abbiamo studiato e che pratichiamo. 

E tuttavia, abbiamo, come esseri umani, una naturale propensione per il dare e pretendere ragione. Datemi un perché e vi solleverò il mondo: infatti, perché, per questo, cioè. infatti, dato che….  hanno un potere particolare per noi umani. Robert Cialdini, nel suo ‘Le armi della persuasione’,  citando lo studio della psicologa sociale Ellen Langer, scriveva che alla gente piace avere delle ragioni per quello che fa, quali che siano. 

Attraverso il giustificare perché crediamo, facciamo, abbiamo deciso e giudicato; dando ragioni e spiegando, gli esseri umani si scambiano esperienze complesse del mondo e rendono conto del proprio agire o delle proprie pretese sugai altri.

Giusto, direte voi, ma il problema, dice Cialdini, è che l’effetto si ottiene anche quando usiamo le paroline magiche, senza che le ‘ragioni’ per ciò che facciamo o crediamo siano rilevanti, pertinenti, valide. p. 12

Perché argomentiamo?

 Argomentiamo per giustificare una nostra presa di posizione, ma argomentiamo anche per persuadere qualcuno a credere, a fare, a giudicare in un modo piuttosto che in un altro. 

 Sia nell’uno che nell’altro caso sviluppiamo un ragionamento che vuole essere convincente. Se vogliamo persuadere qualcuno a fare qualcosa, possiamo usare, chiaramente, anche altre strade, magari più efficaci, passando per le emozioni (paura, desiderio, terrore, pietà, commozione, ecc.), ma in quel caso non argomentiamo

Possiamo definire, perciò, l’argomentazione in due modi differenti, con differenti conseguenze: 

  1. un’argomentazione è un discorso che un oratore rivolge ad un uditorio per convincerlo della validità di un’affermazione detta Tesi;
  2. un’argomentazione è un discorso finalizzato a sostenere la validità di una presa di posizione (Tesi) supportandola con delle ‘ragioni’ dette ‘Argomenti’

Le due definizioni sono simili ma non uguali: la prima mette l’accento sul fine persuasivo dell’argomentazione, cosa che può prescindere dal valore ‘oggettivo’ degli argomenti. Siamo di fronte, in questo caso, ad una tipica argomentazione ‘persuasiva’.

La seconda definizione non fa riferimento ad alcuna finalità persuasiva, e parla di validità di una presa di posizione sulla base del nesso logico che lega strettamente la Tesi con le ragioni portate a supporto. Siamo di fronte, in questo caso, ad un’argomentazione ‘giustificativa’.

Prendiamo la lettera a Don Benedetto Castelli che molti di voi conosceranno: Galilei voleva persuadere il proprio interlocutore della validità della propria posizione o voleva solo ‘presentare’, ‘ spiegare’, giustificare perché, la posizione che egli difendeva, era la migliore in rapporto alle ragioni portate?

Nel primo caso Galilei poteva non credere nella bontà delle proprie ragioni; nel secondo caso sì. Insomma, propendiamo per un Galilei ‘furfante’ o per un Galilei ‘onesto’ credente e ‘ricercatore della verità’? Le due interpretazioni, come sappiamo, sono state date da valenti filosofi e storici della scienza.

In un Debate, per esempio, l’oratore si pone nella condizione del ‘furfante’ persuasivo (o dell’avvocato, se vogliamo dirla con più grazia). Indipendentemente da ciò che egli crede ‘veramente’, egli deve difendere una ‘data’ posizione e deve cercare di essere persuasivo. E questo ci sta. 

Una celebre arringa da avvocato difensore è il celebre Encomio di Elena, in cui il grande retore Gorgia da Leontini, difende Elena di Troia dalle accuse e dal disdoro che la circondava per aver causato la guerra di Troia, appunto.

Bene, il discorso di Gorgia è un esempio di grande arguzia argomentativa. Gorgia costruisce una linea di ragionamento chiara e la riempie di argomenti più o meno solidi e condivisibili, a cui probabilmente non credeva neanche lui.

Ma ciò che l’esempio di  Gorgia ci insegna  è che chiunque voglia sostenere una posizione, che creda o meno nella bontà della propria tesi, non può eludere la necessità di trovare argomenti (che essi stessi vengano o meno creduti veri, verosimili o probabili) che diano un sostegno logicamente forte alla tesi sostenuta. Insomma, bisogna mettersi nella condizione di poter affermare che: se quegli argomenti fossero veri, allora sarebbero delle buone ragioni per affermare la Tesi.

Questo esclude dal campo tutti quegli argomenti non pertinenti o irrilevanti per la tesi, ma che potrebbero essere efficaci per persuadere un dato uditorio. Un uditorio sensibile ad un dato tema potrebbe trovare efficace un argomento per credere, per quanto oggettivamente irrilevante rispetto alla tesi (in quanto non ne aumenta il grado di verità o di verosimiglianza).

L’efficacia persuasiva di un argomento si basa, infatti: 

  • sul nesso logico fra le ragioni portate e la presa di posizione (tesi)
  • sull’evidenza delle prove portate
  • ma anche sulla disponibilità dell’Uditorio a farsi convincere.

Ecco perché, come sanno gli avvocati, in un processo in cui il giudizio è dato da una giuria di pari, conta sicuramente l’avere una strategia argomentativa efficace e buoni argomenti; ma conta anche avere giurati disponibili ad essere convinti da ‘quel’ tipo di argomenti. 

Per dirla con il  Jason Bull della fortunata serie televisiva: “Il problema non è essere nel giusto, ma convincere una giuria”.

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