“La buona logica” di P. Legrenzi e A. Massarenti

Ho letto un libro

Ho letto con curiosità il libro (appena 135 pagine) scritto a quattro mani dallo psicologo cognitivo Paolo Legrenzi e dal filosofo della scienza Armando Massarenti (ai più noto come responsabile del supplemento culturale Il Sole 24 Ore-Domenica), dal titolo La buona logica. Imparare a pensare (Raffaello Cortina Editore, Milano, 2015).

I due autori (che, assieme a Ermanno Bencivenga ed altri, si sono spesi negli anni passati per una campagna a favore del studio della logica a scuola) partono dai risultati del rapporto dell’OCSE (2015) dedicato allo “skills outlook” e dai risultati piuttosto scarsi dei giovani italiani nelle abilità di lettura e matematica.

Partendo da questi dati gli AA. sottolineano nella Premessa come la “buona scuola” dovrebbe prendersi cura di sviluppare le abilità logico-formali, se non altro perché esse sono richieste nelle prove di selezione per l’accesso alle facoltà universitarie a numero chiuso e sempre più anche nei test di selezione di molte aziende. Richiesta che ha alla base la convinzione che tali abilità siano propedeutiche alla padronanza dei “numerosi saperi fondati su modelli o strumenti matematici” (p. 9).

Il pensiero critico

Nelle prime pagine del libro gli AA. fanno una certa confusione (non saprei in che altro modo definirla) su cosa intendere con “pensiero critico”.

In un primo momento, il pensiero critico (Critical Thinking) sembrerebbe risolversi nelle abilità logico-formali, e la logica da insegnare alla logica formale (anche se è vero che nel prosieguo del libro si parlerà anche di argomentazione, seppur ridotta al ragionamento).

In altri passaggi si parla di “capacità collegate al pensiero critico”, e del pensiero critico come di una “fondamentale cassetta di strumenti teorici”, ma anche del pensiero critico come di qualcosa (capacità, competenza?) che “si avvale di molti strumenti diversi” (p.10). A p. 13 gli AA. assimilano il pensiero critico alla “dialettica” socratica, e qui, davvero, non si capisce più niente!

Pur con questi limiti iniziali, il testo procede sottolineando come il pensiero critico (la “logica buona”) non venga insegnato a scuola, salvo poi pretendere nei test di accesso ai corsi universitari a numero chiuso che gli studenti possiedano, per affrontare i quesiti di logica, quelle abilità che la scuola non potenzia.

Come gli AA. sottolineano, a scuola non si insegna a ragionare ed argomentare, non si insegna a distinguere tra fatti, opinioni e struttura del ragionamento: “i programmi delle scuole secondarie s’incentrano più che altro sull’assimilazione di informazioni e di contenuti”(p.13).

Citando il filosofo Giovanni Reale, Legrenzi e Massarenti rilevano che ai giovani “abbiamo dato tutto tranne la capacità di affrontare i problemi” (p.14). E questa è una gravissima mancanza nella formazione dei giovani, perché il saper pensare ha conseguenze importanti per la nostra vita:

“Saper pensare correttamente significa saper argomentare e parlare bene, portare avanti in modo convincente le proprie opinioni, risolvere problemi più o meno complessi e controintuitivi, riuscire nella scuola e sul lavoro.” (p.14)

Gli obiettivi del libro

Gli obiettivi dichiarati dagli AA. sono pretenziosi. Il lbro si propone, infatti, di “mostrare … le principali strutture profonde del ragionamento e il modo in cui queste vanno a combinarsi con le opinioni, da una parte, e con contenuti fattuali, dall’altra.” (p.14).

Per ottenere questo risultato gli AA. partono dai problemi di logica normalmente utilizzati nei test di accesso, al fine di individuare la “logica” comune alle diverse tipologie di problemi, per poi offrire metodi risolutivi che possano essere utilizzati per affrontare nuovi tipi di problemi, con diverso contenuto, ma identica struttura formale. (pp. 12–13)

Capitolo 1

Il primo capitolo del libretto porta come titolo “Pensiero critico” e si occupa di quel tipo di ragionamenti di cui si occupa la logica tradizionale, che ha a che fare con la soluzione di problemi a risposta chiusa: l’enunciato del problema fornisce tutti i dati necessari e noi dobbiamo, attraverso una catena di ragionamenti (o inferenze), dare la risposta giusta.

Padroneggiare la logica del ragionamento è il primo strumento che dobbiamo possedere dentro alla nostra “cassetta degli attrezzi” (p.23)

Spesso confondiamo l’accettabilità delle premesse e della conclusione di un ragionamento con la sua correttezza (validità) logica. Per evitare questi errori occorre scarnificare il ragionamento, arrivando allo scheletro formale: eliminare i contenuti per arrivare alla struttura logica. In questo modo, ci risulta più facile verificare la sua validità o meno.

E’ questo, dicono gli AA., che ci viene chiesto nei test di logica: “ragionare in modo logico, indipendentemente dalle nostre emozioni e convinzioni.” (p.23).

Nel prosieguo del capitolo vengono esaminati gli schemi di alcuni problemi di ragionamento, generalmente usati nei test di logica; gli AA. spiegano l’origine della difficoltà nella risoluzione e suggeriscono delle semplici strategie per risolverli (creare schemi o tabelle a doppia entrata per aiutare la nostra memoria di lavoro mano a mano che raggiungiamo conclusioni parziali, per esempio).

Capitolo 2

Il secondo tipo di strumento utile per la nostra cassetta degli attrezzi, riguarda la capacità di ragionare per modelli. Gli autori iniziano con il distinguere i ragionamenti pratici dai ragionamenti teorici: i primi sono finalizzati ad un’azione; i secondi servono a capire quali credenze ( o giudizi sul mondo) sono compatibili con altre credenze (o giudizi) , o quali conoscenze sono derivabili da altre conoscenze.

I modelli che dobbiamo costruire per ragionare in questo modo sono rappresentazioni mentali (visuali o concettuali) di stati di cose del mondo o di come funzionano le cose del mondo (problemi di fisica ingenua).

Si tratta di problemi che necessitano di strategie di ragionamento che non si apprendono a scuola, anche se poi i ragazzi se li ritrovano nei test di ingresso ai corsi universitari.

Si potrebbe dubitare che il ragionare per modelli abbia a che fare con il pensiero critico. Tuttavia, gli AA. fanno notare come nella vita quotidiana noi ragioniamo continuamente per modelli. Citando Wittgenstein, essi affermano che “ragionare in modo critico è padroneggiare il modo di funzionare dei modelli mentali”, la nostra mente si forma concezioni, immagini che sono “modelli di realtà”: “se impariamo a prestare attenzione al modo in cui vediamo le cose, che si tratti di oggetti e semplici figure geometriche, ma anche della nostra idea di felicità, benessere, giustizi, è probabile che non cadremo più nei tranelli cognitivi in cui così spesso le nostre prime intuizioni ci fanno inciampare.” (p.47) . Un argomento che avrebbe avuto, forse, bisogno di un maggiore approfondimento.

Capitolo 3

Nel capitolo 3, gli AA affrontano una classe di problemi che troviamo nei test d’accesso all’università, che riguardano la “scoperta” di regole che permettono di costruire “mini-mondi” artificiali e inventati. Si tratta dicono gli autori di “una delle attività più stimolanti del pensiero critico, dal momento che si applica a problemi che sono nuovi per la persona che li vede per la prima volta” (p.49) Il valore formativo sta nel fatto che la soluzione di questo tipo di problemi richiedono “gli stessi processi di pensiero necessari per affrontare le più grandi questioni filosofiche. artistiche o scientifiche” (ibidem).

Si tratta di problemi molto diversi da quelli che ci troviamo ad affrontare nella vita quotidiana, dove piuttosto il problema è di individuare le regole dietro alle frequenze. I problemi affrontati in questo tipo di test sono quelli in cui individuata la regola di costruzione di quel mini-mondo, bisogna stabilire “quando si fa un’affermazione sul mondo stesso, se si stia affermando qualcosa di vero o di falso”; un altra classe di problemi mette alla prova la nostra capacità di ragionare con le “regole condizionali” (Se… allora) o con le conseguenze vere oppure false di affermazioni condizionali. Un altro tipo di problemi ha a che fare con l’individuazione di una regola “che funzioni in un mini-mondo basato su una sequenza di casi e nel produrre un nuovo caso applicando la regola trovata (p.56)

Come giustamente concludono gli AA: non è facile ragionare con la logica dei mondi artificiali, perché nella vita di tutti i giorni non lo facciamo mai (p.64).

Capitoli 4 e 5

I capp. 4 e 5 del volumetto si occupano di problemi che fanno riferimento al “pensiero visivo” e al ragionamento probabilistico.

Nel primo tipo di problemi si presenta un’immagine che rappresenta un modello “fisico” di un meccanismo o di oggetti fisici in una qualche relazione fisica tra loro, e la domanda verte sugli effetti che si otterrebbero se gli oggetti interagissero in un certo modo o su cosa sarebbe meglio fare perché si abbia un certo effetto. Sempre attraverso il pensiero visivo possono essere risolti un’altra classe di problemi che si accompagnano ad un calcolo (per esempio i problemi basati su pesi e bilance o sul trascorrere del tempo).

Si tratta di problemi che per essere affrontati non necessitano di altro che della “fisica ingenua” che tutti noi ci costruiamo sulla base delle osservazioni fatte nel corso della vita quotidiana.

Diverso è il tipo di problemi che hanno a che fare con il calcolo delle probabilità. Si tratta di problemi che, diversamente dai precedenti, hanno tutti a che fare con l’incertezza (p.84)e richiedono per essere risolti di stimare la probabilità di un evento all’interno di un mini-mondo creato appositamente (mini-mondi che in genere hanno a che fare con dadi e carte) per testare le nostre abilità nel calcolo delle probabilità.

Nella seconda parte del capitoletto gli autori si soffermano sui deficit cognitivi strutturali (bias) della nostra mente che hanno a che fare con i giudizi di probabilità. Come sottolineano giustamente Legrenzi e Massarenti, sono questi gli aspetti più direttamente correlati con il pensiero critico, “… perché è qui che le maggiori fallacie sono in agguato” (p. 88). La probabilità oggettiva (che ha a che fare col calcolo delle frequenze) non coincide con la probabilità “soggettiva”, la quale risulta infatti influenzata dalla nostra memoria o dalle nostre emozioni (così riteniamo a ritenere più frequente e quindi più probabile un evento se questo ci torna più facilmente in mente, ma questa come sottolineano i due AA. è una fallacia logica: è ragionevole pensare che se una cosa accade spesso, allora ci viene più facilmente in mente; ma non è vero l’inverso: se qualcosa ci viene facilmente in mente — cosa che può avvenire, perché quell’evento ci ha emotivamente colpito, oppure perché è appena accaduto- , non significa che accade più spesso! — come sanno i manipolatori delle informazioni di tutto il mondo).

Legrenzi e Massarenti collegano il problema della differenza tra probabilità soggettiva e oggettiva a quello della differenza tra verità e giustificazione. Noi possiamo ritenere una data opinione giusta sulla base di alcune evidenze che ci vengono in mente, ma questo non vuol dire che sia vera; così come potremmo avere un’opinione vera su qualcosa, ma per i motivi sbagliati.

Capitolo 6

Il capitolo 6 del libro si occupa dell’arte di argomentare. E’ una sintetica perorazione a favore della logica che dovrebbe, secondo gli AA., “[…] diventare … un armamentario importante per affinare al meglio i nostri ragionamenti e le nostre argomentazioni.” (p.95), per muoverci nel “caos ottundente di informazioni e pareri in cui ogni giorno navighiamo” (ibidem) Le pagine che seguono illustrano, anche grazie all’uso di semplici mappe argomentative (di cui, meritoriamente, viene consigliato l’uso, ndr) cosa si intende per argomentazione razionale (opinione giustificata), e l’importanza e la forza del ragionamento analogico soprattutto quando ci si rivolge ad un pubblico di non addetti ai lavori.

Va sottolineato un piccolo errore a pag. 102 , quando si parla di co-premesse. Gli autori, infatti, fanno un esempio che è fuorviante, trattando come co-premesse due premesse indipendenti. Le co-premesse sono infatti delle Regole o Garanzie (solitamente nella forma se…allora, che permettono di passare da uno o più dati ad una conclusione. Nell’esempio specifico le due premesse dell’argomento, è vero che si sostengono a vicenda, ma sono indipendenti, in quanto nessuna delle due è Garanzia per l’altra.

Il capitolo si conclude con l’analisi degli ostacoli psicologici al pensiero critico, ostacoli che provengono sicuramente dalle emozioni, ma anche ostacoli di natura cognitiva: il primo è il cosiddetto bias di conferma, che ci spinge a ricercare prevalentemente conferme ai nostri punti di vista, piuttosto che dis-conferme; e l’ostacolo noto come “revisione delle credenze”, e che consiste nel fatto che incorporare nuove conoscenze nuovi punti di vista diversi da quelli fin lì posseduti, porta a una revisione generale delle proprie credenze, che è “operazione molto faticosa e coinvolgente” e proprio per questo usata molto di rado.

Accade così che molto spesso “… ci limitiamo a costruire compartimenti stagni, evitando che le credenze in contrasto tra loro possano entrare in contatto, con la conseguenza di rivelare la nostra incoerenza.” (p. 108)

Tutto ciò dimostra, per gli autori, la difficoltà del pensare criticamente e il perché sia “tanto più semplice abbandonarsi all’inerzia mentale” (ibidem). Cosa deleteria in un mondo come il nostro in cui l’opinione “a-critica” e disinformata sta sempre più diffondendosi in modo sempre più tumultuoso.

Capitolo 7

Nell’ultimo capitolo del libro, Legrenzi e Massarenti si soffermano su pregiudizi e stereotipi che nascono da un uso improprio della razionalità. Gli AA mettono in guardia dal non pensare che basti soffermarsi sulla verità dei dati e sulla correttezza dei ragionamenti svolti a partire da quei dati per prendere le giuste decisioni e formarci le opinioni più corrette. In particolare, Legrenzi e Massarenti si soffermano su due meccanismi che generano stereotipi, comportamenti e atteggiamenti basati su un uso non critico della razionalità: il “razzismo razionale” e il “conformismo razionale”.

Il razzismo razionale opera quando è razionalmente utile adattarsi agli stereotipi o ai pregiudizi sociali, una volta che si sono formati. In una società in cui la discriminazione genera persone meno istruite e meno motivate, è razionale preferire a loro persone più istruite e più motivate. E una volta che una persona è stata “classificata” in un dato modo è “razionale” comportarsi con essa nel modo che ci si attende possa comportasi; questo alimenterà la discriminazione e le persone risponderanno sempre di più allo stereotipo.

Essere razionali, quindi, sottolineano gli AA., può convivere tranquillamente con pregiudizi e stereotipi. È il pensiero critico che in questi casi deve intervenire, indagando le origini degli stereotipi, le classificazioni che ci troviamo belle e fatte quando entriamo in società, per poterli eventualmente combattere.

Il conformismo razionale dice che quando dobbiamo fare delle scelte e in queste scelte sono coinvolte scelte di altri soggetti razionali, la scelta più razionale potrebbe non essere quella che in astratto potremmo considerare “la migliore risposta”, bensì la scelta che tiene conto delle risposte (possibili) degli altri. È questa, potremmo aggiungere noi, una pratica conosciuta da tutti i politici navigati.

La conclusione che Legrenzi e Massacranti ne traggono è che la razionalità “buona” è cosa molto difficile da raggiungere e non si identifica con la mera razionalità “economica”: una razionalità “buona” è una razionalità che non si limita a fatti e deduzioni corrette, ma applica a fatti e conclusioni “il filtro di alcuni valori, come quelli di equità e di giustizia sociale” (p.123)

Un “buon cittadino” dovrebbe essere educato alla razionalità “buona” che è sempre esercizio di pensiero critico.

Gli AA concludono dicendo che:

“Solo con il fondamentale esercizio del pensiero critico potremo rifiutare queste ed altre ingiustizie [le discriminazioni sociali e i pregiudizi], non solo grazie ai valori che desideriamo tutelare, ma anche grazie alla comprensione dell’ingranaggio che le h generate.” (p.124)

Conclusione

Nell’ultimo capitoletto del libro Legrenzi e Massarenti tirano le conclusioni del percorso.

“Pensiero critico è un termine ombrello che copre tutte le forme di pensiero puro, cioè le strutture mentali che funzionano indipendentemente dai contenuti e sono quindi applicabili a contesti più diversi…” (pp.125–126) e che la sua funzione educativa è quella di renderci capaci di muoverci in ambienti sconosciuti e risolvere problemi nuovi, non incontrati prima. Questo il pensiero critico lo può fare, perché insegna “la capacità di astrarre invarianti e di trasferirle a nuovi scenari” (p.127) e a renderci consapevoli che “il nostro pensiero tende ad essere pigro” , utilizzando le scorciatoie del sistema 1 (pensiero veloce che produce euristiche e giudizi automatici basati sull’esperienza) e cade sistematicamente nei Bias del sistema 2 (pensiero lento e logico).

Da qui l’esortazione a “dotare i bambini e gli adolescenti di un’adeguata cassetta fornita degli strumenti del pensiero critico” (p.132), per formare “quel capitale umano che è il patrimonio più rilevante delle società tecnologicamente avanzate.” (ibidem)

Giudizio complessivo

Dopo aver letto il libro di Legrenzi e Massarenti ci si sente come quando, dopo essersi seduti a un tavolo, prefigurando di fare un pasto completo, ci si alza con la sensazione di essere rimasti a pancia vuota.

Nel deserto della letteratura in lingua italiana sul tema del Pensiero critico, il volumetto spicca, seppur di fievole luce. Un libro come questo, pubblicato nel mondo anglosassone, dove la letteratura saggistica e manualistica e non (spesso anche molto ripetitiva, bisogna dire) sul Critical Thinking conta centinaia di testi, non verrebbe neanche preso in considerazione.

Il perché è presto detto: il libro non è né un manuale vero e proprio, né un saggio. È qualcosa a metà strada tra l’uno e l’altro, non riuscendo a essere né l’uno, né l’altro.

Rispetto ai pretenziosi obiettivi iniziali, il libro non è molto utile agli studenti che volessero trovarci strumenti per affrontare in modo adeguato i test di logica, perché il libro si limita a una semplice carrellata delle diverse tipologie di problemi con consigli abbastanza scontati per affrontarli.

Non è un manuale sull’argomentazione, perché il capitoletto a questa dedicato è poverello, superficiale e con qualche errore (le co-premesse, ndr). Descrivere il libro come “un’agile guida per chiunque voglia apprendere come argomentare in modo critico” mi sembra piuttosto eccessivo.

Non è un saggio (e non pretendeva di esserlo), perché a parte l’introduzione e i due capitoli finali in cui si perora l’introduzione dello studio del CT a scuola, il tema del pensiero critico e della sua importanza è poco sviluppato.

Insomma, è un “as-saggio” di cosa si potrebbe trovare in un buon libro sul CT. Per trovare un pasto soddisfacente, ci si dovrà spostare in un altro posto e ricominciare a ordinare tutto: dagli antipasti al dessert.

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