Pensare criticamente al tempo degli ‘esperti’ da Social

Il frutto avvelenato dell’Illuminismo

Forse dovremmo fermarci di tanto in tanto e dire a noi stessi: “sai una cosa? Forse non ho assolutamente idea di che cosa sto parlando” .

Rob Brotherton

Conspiracy by Nick Youngson CC BY-SA 3.0 Alpha Stock Images

Non c’è insegnante di Filosofia che non conosca il famoso incipit del testo kantiano dal titolo Che cos’è l’Illuminismo:

“L’illuminismo è l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità di cui egli stesso è colpevole. Minorità è l’incapacità di servirsi della propria intelligenza senza la guida di un altro. Colpevole è questa minorità, se la sua causa non dipende da un difetto di intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di servirsi di essa senza essere guidati da un altro. Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza!” (1)

Un inno sembrerebbe, quello di kant, al pensiero critico, all’usare sempre la propria testa, a non affidarsi sempre a qualcun altro, lasciandosi guidare supinamente.

Ma è veramente così? Veramente Kant esortava a fare sempre e solo da sé? A non fidarsi di chi ne potrebbe sapere più di noi?

E se veramente lo ha detto e pensato, dovremmo seguirlo anche in questo? Davvero non dovremmo mai seguire chi potrebbe saperne più di noi, e se sì perché? E non è che alla fine, anche quando pensiamo di seguire la nostra testa, stiamo invece seguendo quella di un altro?

In questo post mi occuperò di questa esortazione all’usare sempre e in ogni caso la nostra testa per valutare e prendere decisioni che ci possono riguardare. Dell’incitamento al dubbio, a non accettare mai nulla che non sia passato al vaglio della nostra Ragione. Del rischio di cadere in forme di cospirazionismo involontario, e di bias che potrebbero risultare financo pericolosi.

1. Sapere Aude!

Nel passo immediatamente successivo del testo citato sopra, Kant accusava di ‘pigrizia e viltà’ chi non accetta di buon grado di uscire dal proprio stato di ‘minorità’, rifiutandosi di utilizzare la propria ragione per pensare e scegliere da sé, senza affidarsi a tutori. ‘Pigri’ sono quelli che lasciano ad altri il compito di pensare e scegliere per loro; ‘vili’ sono quelli che intimoriti dai pericoli che, gli si dice, possono venire dal pensare da sé, non si arrischiano a ‘camminare con le proprie gambe’ o non lo fanno più dopo essere caduti anche solo una volta.

La colpa di ciò è assegnata da Kant all’educazione che essi hanno ricevuto, educazione che non gli ha fornito gli strumenti (che solo pochi sono riusciti ad ottenere) che, “lavorando sul proprio spirito”, permettessero loro di riuscire “ a districarsi dalla minorità camminando, al contempo, con passo sicuro”.

Ciò detto, il testo di Kant non è un’esortazione al dubbio, ma soprattutto è una raccomandazione ai governi di garantire la libertà di pensiero (“pubblico uso della ragione in tutti i campi” ), da cui solo può avvenire il “rischiaramento” tra gli uomini. È sì un’esortazione a riflettere criticamente sulle cose, a non limitarsi ad accettare passivamente ciò che l’Autorità (politica o religiosa) ci dice di credere, ma non un esortazione ‘a-critica’ a non accettare altro che ciò che a ciascuno, dopo attento esame, sembra essere vero o giusto. 

Pensare liberamente (“da studioso” scrive Kant) e poter liberamente sottoporre le proprie opinioni “davanti all’intero pubblico dei lettori” è tutto ciò che Kant chiede a ciascuno di noi e alle pubbliche autorità, per non  impedire il progresso nella conoscenza (“Ma riunirsi, fosse anche soltanto per la durata della vita di un essere umano, sotto una costituzione religiosa immutabile che nessuno possa pubblicamente porre in dubbio, e con ciò annullare per così dire una fase cronologica del cammino dell’umanità verso il suo miglioramento e rendere questa fase sterile e per ciò stesso forse addirittura dannosa alla posterità, questo è assolutamente proibito.”)

2. Il sapere critico è spesso una questione di … fiducia

Chi di noi può dirsi ‘esperto’ in ogni campo in cui dobbiamo prendere decisioni su cosa credere e cosa fare? Usciti fuori dal nostro campo di expertise, per quanto intelligenti e informati, non possiamo che affidarci a “chi ne sa più di noi”.

Un seminatore di dubbi

Chi si diletta di filosofia non può non amare (non aver amato) Socrate e il suo metodo dialogico, la sua professione di ignoranza (più affettata che sincera) …

Socrate seminava dubbi sulla vera expertise di tanti ‘supposti’,  ‘supponenti’ e sedicenti ‘esperti’ ateniesi. I dialoghi socratici sono pieni di questi scontri dialettici tra il saggio e furbo Socrate e gli pseudo-sapienti che avevano la sfortuna di imbattersi in lui. Scontri dialettici in cui il ‘sapiente’ di turno si rivelava ignorante nelle stesse cose di cui pretendeva di essere ‘sapiente’. 

Socrate aveva scoperto un fenomeno cognitivo noto come “illusione della conoscenza”. Tutti noi ne siamo vittime, dato che, normalmente, pensiamo, di sapere più di quanto effettivamente sappiamo. Pensiamo di sapere qualcosa , di padroneggiarla, ma, non appena ci si chiede di ‘spiegarla’ in dettaglio, andiamo nel pallone, e prendiamo consapevolezza della nostra ignoranza.

Socrate pensava che questo dis-velamento fosse propedeutico (fosse solo il primo passo) alla scoperta di una propria verità, che lui, con il suo metodo brachilogico, avrebbe condotto, maieuticamente, a trarre fuori da sé.

Questo atteggiamento votato al dubbio e alla critica dei ‘presuntuosi’ maestri di verità è da sempre adorato dai filosofi, come dicevo sopra. In fondo, la filosofia nasce come attività razionale volta e esaminare criticamente e a fondare razionalmente le proprie affermazioni. Ma, il problema è: fin dove dobbiamo spingerci nel ‘dubitare’ di tutto? Quando dobbiamo fermarci?

In fondo, lo stesso Socrate riteneva il dubbio e la ‘confutazione’ solo una forma di esame preliminare, una sorta di liberazione dalle mis-concezioni, dalle supposte verità, da ciò che si assume senza prima averlo sottoposto a critica, ecc. . Un momento di purificazione della mente per predisporla ad accogliere nuova conoscenza.

Ma il problema è che la pretesa (anche cartesiana) di tutto sottoporre a dubbio e di non accettare per vero nulla che non si sia prima esaminato fino in fondo, ci lascia in una condizione di provvisorietà infinita (vedi la morale ‘provvisoria’, mai ‘definita’ di Cartesio) che può portarci all’inazione.

Oggi, gli psicologi cognitivi si accontentano di molto meno: la presa di consapevolezza, che viviamo in una ‘menzogna’, quella dell’illusione di conoscere e padroneggiare la complessità delle cose di cui, in realtà, sappiamo meno di quanto crediamo.

Ma Socrate (ed è quello che in questo contesto ci interessa) ce l’aveva non con l’ignoranza dell’uomo comune, quanto con quella dei presunti o sedicenti ‘esperti’. Uomini che ad Atene (o nel mondo greco, penso a Retori come Gorgia o Trasimaco) erano noti come ‘esperti’ nel loro campo. 

Ma chi aveva  ‘certificato’ la loro ‘expertise’? Come si spargeva la voce che uno era esperto di Retorica o di medicina o altro? 

Oggi, chi può essere considerato un ‘esperto’ non lo decide lui, né la cerchia dei suoi conoscenti, né la fama che si è fatto, ma un riconoscimento pubblico della comunità di altri esperti di cui fa parte. Perché qualcuno possa essere considerato esperto in un settore di studi, deve avere superato test, esami, avere ottenuto riconoscimenti, attestati, pubblicato in riviste specializzate e riconosciute dalla comunità di esperti di cui fa parte, ecc. 

Quale Socrate ‘contemporaneo’, ‘ignorante’ della materia (come lui si professava nei più diversi campi di expertise), potrebbe oggi legittimamente pretendere di poter cogliere in fallo un ‘esperto’ nel suo campo di specializzazione?

Eppure, sempre di più questo oggi succede. Persone che non hanno alcuna expertise, solo per aver letto qualcosa da auto-didatti (gli alunni dell’università di Google!) pretendono di poter interloquire e/o prendere in castagna, se non confutare un esperto.

Tot capita tot sententiae

Ora, se gli ‘esperti’ avessero tutti un’opinione unica su tutto, il problema non sussisterebbe: se tutti i medici fossero d’accordo sull’utilità dei vaccini, non ci rimarrebbe altro da fare che accettare i loro verdetti; ma così non è, e non esiste, praticamente, campo o questione su cui tutte ( e ribadisco “tutte”) le opinioni degli esperti siano coerenti e in pieno accordo: quasi sempre, qualcuno che la pensa diversamente c’è.

E’ questo nella storia della scienza non è stato necessariamente un male. Tutti i grandi scienziati ‘rivoluzionari’, prima che le loro teorie venissero prese in considerazione, andando contro le teorie prevalenti, si trovarono isolati o minoritari rispetto al resto della comunità scientifica (pensiamo a un Copernico, un Galilei, un Einstein).

Bene, la difformità di idee non è un male, anzi, è un dono prezioso per il progresso della conoscenza, ma è un dramma per chi deve “affidarsi” a un esperto per decidere cosa credere o fare.

Di fronte ad un esperto che ti dice che le cose stanno in un certo modo e un altro che ti dice il contrario, come si fa a scegliere? Su che basi ‘razionali’ credo all’uno piuttosto che all’altro? Posso basarmi sull’opinione della maggioranza degli esperti in quel campo, naturalmente; è ragionevole, ma questo non mi garantisce che la scelta sia quella giusta. La maggioranza degli astronomi contemporanei credeva che Tolomeo e Aristotele avessero ragione e Copernico e Galilei torto. Chi seguì le opinioni della maggioranza, sbagliò drammaticamente. La questione è: c’era un’alternativa? Oggi sappiamo, per esempio, che le ‘prove’ della verità copernicana non c’erano. Non si trattò di mera e cieca fede nell’Autorità contro le indicazioni che provenivano dai Sensi e dalla Ragione. E tuttavia, la questione non è se Galilei aveva le ‘prove’, ma l’avere impedito che potesse cercarle.

Se c’è una cosa che abbiamo imparato negli ultimi quattro secoli è che non bisogna impedire la possibilità a nessuno di non essere d’accordo con la maggioranza, di poter pubblicamente esporre le proprie idee e di sottoporle al libero esame. Dopodiché, occorre anche che tutti accettino le regole del gioco: la libera discussione e il giudizio dei ‘pari’. Se non lo si fa, si fa un cattivo servizio alla propria Comunità. Chi pretende di avere ragione, quando tutti gli urlano contro che ha torto, e glielo ‘provano’ anche, qualche dubbio dovrebbe porselo (e dovrebbe suscitarlo anche in chi esperto non è). Se non lo fa e insiste e bypassa la Comunità dei pari per rivolgersi all’opinione pubblica, di fatto costringe la gente comune a ‘scegliere’ senza avere le basi per farlo.

Per questo, alla fine l’unico uso legittimo del pensiero critico sembra che possa esercitarsi non tanto su cosa credere, ma su chi fidarci, sulla persona autorevole che ci dà più garanzia di affidabilità.

E qui casca il proverbiale asino: come facciamo a scegliere l’esperto di cui fidarci? Se c’è sempre un bastian contrario, un eretico, un narciso che vuole distinguersi, come facciamo a non cadere nelle spire fascinatorie dell’ “originale” di turno? 

L’unico criterio ‘critico’ a cui affidarci sembrerebbe essere un principio di prudenza razionale, che ci dice di fidarci, in mancanza di qualcosa di meglio, della comunità scientifica e dei suoi metodi di validazione delle ipotesi e delle scoperte fino a prova contraria.

Il ruolo dei protocolli 

Ogni comunità scientifica si è data nel tempo dei protocolli per controllare e validare le ipotesi scientifiche, selezionare quelle più ‘credibili’, più ‘promettenti’, più affidabili, frutto di un dibattito epistemologico interno alle discipline. Dopodiché, non esiste alcuna certezza sul fatto che alla fine le ipotesi che ricevono l’approvazione, perché superano i controlli e presentano gli standards previsti dalla Comunità scientifica siano le migliori o ‘vere’, e quelle che non lo superano siano peggiori o ‘false’ (come popperianamente non possiamo fare a meno di rilevare). Ma l’alternativa, ancora una volta, qual è? Affidarsi a ipotesi prive di sostegno empirico? Affidarsi a ipotesi che non hanno superato il controllo della Comunità scientifica?

Protocolli di credibilità li usiamo tutti i giorni nella nostra vita quotidiana, quando discriminiamo fra le affermazioni, le indicazioni o i messaggi ‘credibili’ e da prendere in considerazione, e quelli da non prendere in considerazione o su cui sospendere il giudizio (dalla miracolosa dieta dimagrante all’occasione imperdibile del supermercato ). 

Si tratta di protocolli non scritti, che fanno parte della nostra ‘naturale’ ragionevolezza. Non prendiamo in considerazione un’affermazione se non supera degli standards minimi di ‘credibilità’, che nascono dalla nostra esperienza del mondo e di ciò che vi succede o può succedere. Chi non si affida a questi standards minimi nel prendere per buona un’opinione o un’affermazione, viene giudicato un ‘credulone’ (quello che ‘si beve’ qualsiasi cosa per quanto ‘improbabile’ o ‘inverosimile’ essa sia) o un imprudente. 

Si tratta di standards minimi frutto di una sorta di selezione naturale e sociale: i creduloni non hanno vita facile in natura e nella società. Il credulone è facile preda di truffe e inganni, o, al minimo, di prese in giro.

Si tratta di standards che sospendiamo quando vediamo un film di fantasia o un cartoons, ma che recuperiamo non appena torniamo alla realtà. 

La cosa grave è che tendiamo a sospenderli anche quando vogliamo fortemente credere in qualcosa che desideriamo, o che ci piace, o di cui pensiamo di non potere fare a meno (wishful thinking). 

A questi standards minimi (comuni a tutti gli esseri umani) frutto della nostra esperienza e di quella altrui, nel corso della vita ne aggiungiamo altri, che non dipendono da esperienze dirette o indirette, ma da ciò che ‘crediamo’ succeda o possa succedere nel mondo (per esempio, le credenze fondate sulla fede religiosa o sulla superstizione magica: la resurrezione, la transustanzione, i malefici ecc.; ma anche le ideologie politiche di carattere totalizzante che vedono nel mondo l’opera di gruppi che cospirano in vario modo contro la gente comune e che spingono, perciò, a non fidarsi del potere o delle grandi Organizzazioni …), da ciò che crediamo sia ‘naturale’ e ciò che, invece, crediamo non possa che essere ‘creato ad arte’ (le coincidenze quando sono troppe, non possono essere più tali!)

Il ruolo dei Social

Il problema è che con l’avvento dei Social queste barriere sono saltate: chiunque può rivolgersi al grande pubblico o attraverso i Social o, anche, attraverso i mezzi di informazione che sempre di più amplificano o rincorrono il pubblico dei Social, senza la mediazione e la ‘certificazione’ della propria expertise. 

I messaggi arrivano diretti al pubblico e la loro ‘autorevolezza’ è garantita solo dal fatto che chi parla ha un qualche titolo professionale che lo qualifica come ‘esperto’. Il presunto ‘esperto’ si presenta ‘direttamente’ senza sottoporsi prima al controllo dei propri ‘pari’. Il risultato è una perdita generalizzata della credibilità della comunità scientifica di cui il presunto esperto fa parte, e della ‘scienza’, in generale. La credibilità genera autorevolezza e l’autorevolezza genera credibilità. È un circolo virtuoso che si inceppa: la credibilità viene messa in discussione, e l’autorevolezza viene minata dalla messa in discussione della credibilità

3. L’esortazione ‘acritica’ al pensiero critico: un frutto avvelenato dell’Illuminismo

Spesso dietro l’esortazione ad usare la propria testa, ad esercitare il pensiero critico, l’arte del dubbio, c’è la condivisibile idea che, quando abbiamo la possibilità, le conoscenze e la competenza per farlo, dobbiamo cercare di farci una ‘nostra’ opinione ragionata e chiedere sempre “ragione” di ciò che ci viene proposto di credere da parte di altri, non accettando nulla a ‘scatola chiusa’. È il grande messaggio che ci ha lasciato in eredità l’Illuminismo.

Tuttavia, spesso questo invito ci proviene da gente che sembrerebbe essere tutt’altro che  competente e ‘ragionevole’ o ‘critica’, quanto alle proprie ‘personali credenze’. Persone che vedono macchinazioni e cospirazioni ovunque; persone che credono alle cose più ‘assurde’ e improbabili, e non credono, invece, a cose che sono sotto gli occhi di tutti. Persone convinte che tutti, intorno a loro, mentono e cospirano per i loro personali interessi. Diffidenti nei confronti del prossimo, soprattutto quando questo ‘prossimo’ assume la forma del “Potere”: la Chiesa, le Multinazionali, la Massoneria, la Finanza ebraica, i Servizi segreti. Oppure persone che pensano di saperla sempre più lunga degli altri, ché si sono ‘documentate’, facendo qualche ricerca in internet.

Insomma, persone che giudicheremmo ‘paranoiche’ o persone prede inconsapevoli di bias cognitivi come l’effetto di Dunning-Kruger o ‘illusione di competenza’ per cui alcune persone meno sanno più pensano di sapere.


(1)

1 Risposta alla domanda: che cos’è l’illuminismo? 5 dicembre 1783, p. 516 , Immanuel Kant. Traduzione dall’originale tedesco di Francesca Di Donato; revisione di Maria Chiara Pievatolo.1784 in http://btfp.sp.unipi.it/dida/kant_7/ar01s04.xhtml

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