DAD, DID, DIP

“L’impossibilità di valutare “oggettivamente”, la disonestà degli alunni nella restituzione degli artefatti e delle interrogazioni sincrone, il loro trincerarsi silenzioso passivo dietro uno schermo, l’impossibilità di impostare lavori di gruppo e di valutarli, sono tutte dichiarazioni che possono essere “rovesciate” e che rivelano quale sia la concezione dell’apprendimento espressa dalla maggioranza dei docenti, quale sia stata la loro organizzazione della didattica prima e quale sia stata durante la fase emergenziale, quali siano effettivamente le capacità di orientamento e di apprendimento autodiretto ed autoregolato dimostrate durante la fase critica ed anche nel successivo momento di riflessione “a freddo”. “

[Pierluigi Fabbri]

Eallora ci siamo. … si torna alla DAD (ora DDI).

Facciamocene una ragione, quest’anno andrà così. Checchè se ne dica e se ne pensi della ‘didattica a distanza’, lockdown o meno che sia, sospensione o meno della ‘didattica in presenza’ che sia, dobbiamo, oramai, accettare il fatto che avremo spesso classi in quarantene più meno brevi, o anche docenti costretti a fare didattica alle proprie classi da casa.

Urge, perciò, farsi carico di una riflessione in merito a ciò che si può fare per ovviare agli oggettivi limiti di una didattica a distanza (Dad) che scimmiotti la didattica in presenza (Dip).

Ora, va subito detto che la Dad può essere una didattica in presenza impoverita al limite dell’inutile e del controproducente o un’occasione per ripensare la didattica tradizionale e ‘inventare’ una didattica che usi gli strumenti tecnologici che abbiamo a disposizione per ‘migliorare’ l’interazione docente-studente; per favorire i processi di individualizzazione e personalizzazione dell’apprendimento; per coinvolgere più attivamente gli studenti nelle materie di apprendimento; per sviluppare la capacità di collaborare e cooperare nella creazione di prodotti frutto del lavoro cooperativo a distanza, attraverso gli strumenti digitali; per raggiungere obiettivi di apprendimento sia in termini di contenuti che in termini di competenze, attraverso l’integrazione di dispositivi e materiali didattici digitali nel processo educativo.

‘Le roi s’ennouie’

Partiamo da un dato ormai assodato: la DAD non piace nè ai docenti nè agli studenti. Non c’è niente di divertente nel fare lezione ad uno schermo con tanti riquadri con lettere o, anche, volti di ragazzi attenti a … non si sa cosa. D’altra parte i ragazzi ce lo dicono: non è il massimo stare fermi ad ascoltare da luoghi (la cucina, il soggiorno, la camera da letto …) inconsueti per l’apprendimento, e per ore, a vedere ectoplasmi che parlano da uno schermo delle cose più disparate (e che interessano fino ad un certo punto); non sempre con connessioni di rete all’altezza; con pratiche d’uso non proprio impeccabili (i terribili tagli di videocamera sui soffitti delle nostre case, o sulla calvizie incalzante; le voci che sembravano provenire dall’oltretomba o dalla tromba delle scale; gli sfondi tristi o malinconici dei corridoi o dei nostri soggiorni); dispositivi e strumenti digitali non proprio ottimali per l’insegnamento e per la fruizione a distanza…

Naturalmente, non stiamo parlando di DID, cioè di integrazione della didattica ordinaria con la didattica digitale, quanto di periodi più o meno lunghi in cui la didattica digitale sostituisce in toto la didattica in presenza. E se la DID ha la funzione di sfruttare la didattica digitale per integrare ed arricchire la didattica in presenza, con la DAD si deve spostare tutto il processo di insegnamento/apprendimento ‘a distanza’.

Questo comporta la necessità per ciascun docente di riprogettare il proprio insegnamento: contenuti, metodi e strategie; ma richiede anche allo studente uno sforzo, quello di riprogettare il proprio apprendimento: tempi, metodi e strategie di apprendimento, che non possono più essere quelle tradizionali, a cui è abituato fin dai primi vagiti scolastici.

Riprogettare i processi di insegnamento e apprendimento richiedono arte, fantasia e formazione, non si improvvisano. Uno sforzo che molti colleghi nel corso dei mesi passati hanno fatto, condividendo con la comunità degli insegnanti le loro esperienze attraverso i vari gruppi social.

Non si è mai vista tanta voglia di condividere esperienze, sperimentazioni didattiche, tecniche e strategie per risolvere piccoli e grandi problemi dei tanti colleghi impegnati nella DAD. Non si è mai vista tanta voglia di formarsi all’uso delle nuove tecnologie: colleghi che passavano ore ed ore a seguire tutorial, corsi di formazione, tirati su per la bisogna dalle case editrici e dai più disparati enti formatori.

L’esperienza fatta durante il lockdown non è passata invano. Ha prodotto una piccola rivoluzione nelle scuole: oramai la tecnologia digitale è entrata nella vita quotidiana degli insegnanti, persi tra un webinar, una videoconferenza, un corso di formazione on line, una riunione su Meet, Teams o Zoom, registri elettronici, classi virtuali …

Ma basta?

Bisogna dire che, dopo il fervore formativo primaverile, molti hanno sperato che con il rientro in presenza, si potesse tornare alla ‘tradizione’, magari con qualche piccolo inserto digitale. Ma il bisogno di tornare alla ‘normalità’ (di cui ho parlato in un post precedente) ci ha resi ciechi di fronte alla realtà di una pandemia ancora in corso e all’alta probabilità di un ritorno alla DAD.

E rieccoci al punto: come evitare gli errori del passato? Come riuscire a raggiungere gli obiettivi di apprendimento, evitando la tristezza e la noia che accompagna la ‘distanza’ nella DAD?

Alcune cose dovremmo averle imparate. Dovremmo avere imparato che occorre:

  1. evitare quanto (e il più) possibile le fantozziane (è una palla pazzesca!) lezioni frontali con o senza presentazioni incluse (tentazione a cui io stesso ho ceduto più di una volta, e che mi ripropongo di evitare come la peste): soporifore e micidiali per l’attenzione e la concentrazione;
  2. evitare le tradizionali interrogazioni orali e le verifiche scritte uguali per l’intera classe: troppi i rischi che siano falsate in vario modo ( e spesso le soluzioni — penso alla collega che ha fatto bendare lo studente, durante l’interrogazione a distanza — sono peggiori del male!);
  3. alternare momenti in cui i ragazzi devono “ascoltare” a momenti in cui devono “fare”;
  4. se possibile, lasciare l’ascolto alla fruizione autonoma (audiolezioni o videolezioni, preferibilmente, registrate dal docente); sfruttare i momenti in presenza per fornire feedback, correggere, dare indicazioni, consigli, suggerimenti …
  5. ridurre, quando possibile, la quantità dei contenuti e puntare, piuttosto, sulla qualità (i saperi ‘essenziali’ e i saperi ‘significativi’, quelli non lontani dall’esperienza del discente) e sulle competenze;
  6. rendere il più possibile attivi gli studenti durante le ‘lezioni’ sincrone: spingendo gli studenti a usare gli strumenti che la tecnologia e la Rete ci mettono a disposizione per confrontarsi e collaborare a distanza per risolvere problemi, lavorare a soluzioni , creare prodotti ….

E qui mi fermo.


Sito/Bibliografia

Pierluigi Fabbri, LEZIONI DALLA DIDATTICA A DISTANZA. Un’occasione persa per ripensare lo “stare in presenza”?

https://www.agendadigitale.eu/scuola-digitale/ripensare-la-didattica-nellera-del-covid-19-le-proposte-dellocse/