Tornare a scuola si deve, ma si può?

Riflessioni molto personali

Diciamoci la verità, tutti ci siamo stufati di stare a casa e non vediamo l’ora di poter uscire e ritornare al lavoro.

Per chi, come me, fa l’insegnante, significa voler tornare a “Scuola” , rivedere i ragazzi, i colleghi; ritornare alla routine, alle lezioni “dal vivo”, ai progetti lasciati a metà e a quelli da far partire; risentire l’atmosfera calda, viva delle aule e dei corridoi, scandita dalle campanelle dei cambi d’ora, dalle voci degli studenti che attraversano i corridoi spostandosi nelle aule, in biblioteca, in auditorium … È il “mestiere” che abbiamo scelto e ci manca. È la “normalità che ci manca, anche: uscire dallo “Extra-ordinario” per tornare alla “routine”.

Bene, detto questo, “ritornare a scuola” prima che l’emergenza sanitaria dettata dalla pandemia sia finita e messa sotto “controllo”, come da molti parti si comincia a chiedere, è una buona idea?

Provo a mettere in fila una serie di riflessioni molto personali che condivido, senza avere certezze.

Per rispondere, occorre distinguere le diverse questioni in campo: il “si vuole?”, dal “si deve?”, dal “si può?”. Tutte questioni che ne richiamano altre: “in quale ‘scuola’ si vuole tornare?” e “come?”.

Vogliamo?

Come ho detto sopra, è chiaro che tutti vogliamo (anche quelli che a scuola ci andavano e ci vanno controvoglia) tornare alla “normalità”, alla scuola che conosciamo (magari, non proprio a quella che conosciamo!).

Si deve?

Qui rispondere non è così semplice come per la prima domanda. Tornare a scuola è necessario, si dice, “se”: se vogliamo garantire il diritto all’istruzione, che la DAD non garantisce; se vogliamo garantire alle famiglie di riprendere a lavorare (cosa molto difficile, stando i bambini a casa e non avendo a chi affidarli).

Ma ci sono due altri “se” che bisogna tenere in considerazione: “se” è possibile farlo in “sicurezza”; se ‘il gioco vale la candela’, se gli effetti che si otterrebbero valgono i rischi che si corrono. E questo ci conduce alla questione del “si può?”

Si può?

“È possibile farlo in sicurezza” in questo momento? Chi può dirlo? Inutile nascondere la testa sotto la sabbia. Nessuno può rassicurare sul fatto che sia possibile garantire il ‘distanziamento sociale’ necessario a evitare la possibilità del contagio: spostamenti verso la, e nella scuola; uso degli stessi spazi e arredi; uso degli stessi strumenti (computer, libri, dizionari ecc.), uso di bagni comuni; l’imprevedibilità dei ragazzi (per non parlare dei bambini), l’affollamento nelle classi in piccoli spazi, ecc. . A meno che, il retropensiero non sia che, a questo punto, si può lasciare che il contagio faccia il suo corso, oppure, l’ «apriamo e vediamo cosa succede».

E cosa succederà, nell’eventualità di un caso positivo tra gli alunni o tra i docenti, a tutti quelli che saranno entrati in contatto con loro? Si metterà in quarantena tutti: studenti, docenti e rispettive famiglie? Gli studenti tornano a casa, in famiglia, entrano in contatto con genitori, che sono, a loro volta, entrati in contatto con colleghi di lavoro, ecc. Una classe docente ultracinquantenne. Come si fa a parlare di “basso rischio” di contagio?

È facile dire: “occorre che lo Stato metta in “sicurezza” le scuole, investendo denaro”; molto meno facile è dire cosa e come concretamente è possibile fare questo adesso o in pochi mesi.

Si torni a scuola!

Incitare a darsi una mossa, per permettere agli studenti di tornare a scuola il prima possibile, non basta. Il problema della riapertura delle scuole presenta una pluralità di aspetti (come spesso tutti i problemi delle società complesse) che devono essere affrontati da una molteplicità di prospettive: in questo caso sociali, psicologiche, pedagogiche.

Il politico guarda all’impatto sociale, e deve dare risposte (per garantirsi il consenso, certo, ma anche perché, spesso, non riesce a vedere gli aspetti educativi) a chi chiede di essere messo in condizione di tornare a lavorare; ma l’educatore deve guardare all’aspetto pedagogico!

E allora vediamoli questi aspetti pedagogico-educativi. Se anche si ritornasse a scuola, il “come” si è pensato di farlo (doppi turni, distanziamento minimo ecc., lezioni miste in presenza e a distanza, divisione del gruppo classe ecc.) garantisce il ritorno ad una parvenza di “normalità”? Si riuscirebbe a garantire il “diritto all’istruzione” violato? Si riuscirebbe a ripristinare una forma di didattica più efficace della DAD? Come? Niente lavori di gruppo; niente contatti studente/studente; studente/docente; quindi? Lezione frontale a distanza di sicurezza? Studenti e docenti con le mascherine? Studenti e docenti dispersi in spazi pensati per altro?

Temo che il tornare a scuola permetterebbe soltanto quello che “a distanza” si è scoperto essere insensato o complicato fare: interrogare e fare verifiche scritte sotto controllo!

L’idea di lezioni in presenza per una parte della classe, e a distanza per un’altra parte, è tecnicamente improponibile (e pedagogicamente ridicolo, mi permetto di dire!): l’idea di utilizzare le telecamere del computer per riprendere un insegnante che intanto si rivolge ad un uditorio in presenza è improbabile, e quanti istituti possiedono telecamere mobili per ogni aula che permettano di riprendere l’attività dell’insegnante alla lavagna? E registrarle, per poi proporle agli studenti assenti dall’aula, non ripropone, in peggio, la DAD?

Almeno, si potrebbe dire, si riuscirà a dare un pò di sollievo alle famiglie. Ma come? A giorni alterni; a settimane alterne?

Non solo “conoscenze”

La Scuola non è solo trasmissione di conoscenze, ma anche (e direi, prima di tutto) il luogo della prima socializzazione; il luogo in cui si imparano le regole sociali e in cui, fuori dalla famiglia, impariamo per tentativi ed errori a relazionarci con gli altri: l’amicizia, la solidarietà, la competizione, l’invidia, l’amore ecc.; è il luogo in cui si trasmettono i valori fondanti della propria comunità (educazione “informale” questa a cui, negli ultimi quarant’anni, si è affiancata anche un’educazione “formale” alla cittadinanza).

L’enfasi posta sulla trasmissione di conoscenze rischia di mettere in ombra e sottovalutare la trasmissione di regole e valori (agiti prima ancora che trasmessi): la scuola è “scuola di vita”

Ciò che i nostri figli stanno perdendo non sono le conoscenze disciplinari, quanto le “esperienze di vita sociale”.

Cosa ci è mancato di più una volta abbandonata la scuola, se non quel senso di fare parte di una “comunità” (il proprio gruppo “classe”), l’amicizia, la solidarietà dei “compagni”, i primi innamoramenti con i loro tormenti … Non certo le lezioni di trigonometria o di storia greca.

La scuola a distanza non è “Scuola”, hanno ragione quelli che lo sottolineano, anche se spesso lo fanno per le ragioni sbagliate, puntando l’attenzione sulle conoscenze. Le conoscenze possono essere veicolate (qualche volta anche meglio) anche “a distanza”, ma l’apprendimento “sociale” no.

Ora, tornare a scuola permetterebbe di rispristinare una qualche forma di “socialità” e di che tipo? Certo, qualcosa è meglio che niente, direbbe …. ma in cosa consisterebbe questo “qualcosa”? Quacuno è capace di immaginarlo?

È per questo che tornare a scuola “a distanza” non serve: mette in pericolo e ci insegna a vivere in un mondo dove la paura del contatto e della relazione con l’altro si fonda sul “distanziamento”.

È vero, bisogna riportare a scuola il prima possibile i nostri figli, ma che senso ha farlo in questo modo?

Un piano qualsiasi è meglio che rimanere ad aspettare che tutto finisca

Ma allora che fare? Le soluzioni devono essere a breve, medio e lungo termine. A breve termine: cosa fare a Settembre? A medio termine: cosa fare se l’emergenza dovesse continuare per mesi (anni)? A lungo termine: cosa possiamo imparare da questa emergenza per ripensare tempi, spazi e metodi della formazione dei nostri figli nel prossimo futuro?

Come in ogni impresa che si vuole intraprendere, occorre decidere e scegliere gli obiettivi prioritari, quindi individuare/immaginare/realizzare (se necessario) mezzi e strumenti che permettano di raggiungerli (in tutto, in parte?), tenendo conto delle condizioni date (sicurezza, possibilità -finanziarie, tecnologiche, umane — ma anche incertezza dei tempi).

Formazione, Socialità, Famiglia

Far raggiungere ai nostri ragazzi gli obiettivi formativi; creare occasioni di socialità per i nostri figli; dare respiro alle famiglie, permettendo ai genitori di poter tornare al lavoro con la necessaria serenità. Su come creare occasioni di socialità non ho, sinceramente, alcuna riflessione originale da proporre. Sento e leggo di tante iniziative anche da parte di molti Comuni per riaprire asili offrire servizi estivi per i bambini. Spero che su questo si riesca a rendere compatibili la sicurezza sanitaria di tutti con le pressioni che arrivano ai decisori politici da parte delle famiglie e delle associazioni genitoriali, in vista del ritorno al lavoro di padri e mamme.

Sul secondo tema, una riflessione più generale si può fare. Le famiglie nelle società capitalistiche si sono organizzate (a partire dal secolo scorso) attorno a due punti fermi: la scuola di massa e la presenza di una parte di cittadini fuori dal mondo del lavoro per una parte della loro vita (i Nonni). Questo ha permesso alle donne di abbandonare le mura domestiche e entrare nelle professioni e nel mondo del lavoro, affidando ai primi due il compito di controllo/accudimento dei minori (generalizzo, evidentemente). Il Coronavirus ha messo in crisi questi due punti fermi. La società si trova davanti ad un bivio: riorganizzarsi e cambiare profondamente (anche se temporaneamente); “riparare” e riformare per permettere al sistema di riprendere a funzionare come prima, anche se a scarto ridotto. Smartworking, bonus baby sitter, congedi temporanei parentali sono soluzioni temporanee che possono essere utili in parte se l’emergenza finirà nel giro di pochi mesi; se così non fosse, le società si troverebbero nella necessità di “rivoluzionare” l’organizzazione sociale, familiare e lavorativa delle nostre comunità.

Per quanto rigurda il terzo obiettivo, qualche riflessione più estesa. L’istituzione formativa che sembra meno risentire della DAD è l’Università. Perché? Forse perché una istituzione formativa che nasce per veicolare apprendimenti: la sua mission è formativa in termini di conoscenze, e non di valori sociali. Indipendentemente dalle difficoltà di carattere pratico (come garantire esami “validi”, prove scritte “oggettive”, la possibilità di fare tirocini formativi ecc.). Gli studenti sembrano non risentire eccessivamente il peso della “distanza” e di una didattica non in presenza, senza un’interazione con i docenti. Hanno obbiettivi di apprendimento da raggiungere; i docenti mettono loro a disposizione i materiali di studio, fornendo delle “spiegazioni” a distanza; e vengono poi “esaminati” a distanza. Questa modalità di lavoro è riproducibile in tutti i gradi di scuola?, Chiaramente no. Il tutoraggio negli apprendimenti, soprattutto nei gradi scolastici inferiori, è fondamentale (è per questo che affidarsi semplicemente a video lezioni non può bastare). Ma chiediamoci: è possibile garantirlo solo “in presenza”? La tecnologia non può supportarci in questo? La risposta è sì, se la tecnologia c’è, è efficiente ed è utilizzata in modo appropriato. Quindi, tecnologia + competenze di chi le usa (in chi trasmette e in chi riceve). Se manca o non è adeguata l’una o l’altra di queste cose, il risultato non può essere in alcun modo soddisfacente. Ma non basta. Occorre ripensare e riorganizzare tempi e spazi di apprendimento, in funzione di questa modalità di insegnamento/apprendimento. Riprodurre a distanza le modalità della scuola tradizionale (insegnamento uno/molti; insegnamento contemporaneo di più discipline nello stesso periodo, orari e spazi organizzati in modo rigido; verifiche tutte e sempre controllate ecc.) non ha molto senso. Qui la creatività della scuola dell’autonomia potrebbe trovare praterie per sperimentare modalità nuove di insegnamento/apprendimento (insegnamento modulare, con accorpamento di ore e discipline che si danno il cambio durante l’anno ecc. gruppi che svolgono …. ). Formare i docenti a forme di didattica a distanza (che non riproducano semplicemente e con quale efficacia sugli apprendimenti c’è poco da sperare) con metodologie adeguate ad un apprendimento che unisca modalità sincrone e asincrone (progettazione a ritroso, creazione di corsi e-learning, valutazione per competenze). Qui non si tratta di inventare cose nuove, ma di mettere a frutto metodologie e strategie didattiche innovative già esistenti, e che, pur avendo ormai anni di sperimentazione alle spalle, non hanno mai trovato spazio (se non nelle scuole all’avanguardia, che pure sono presenti sul nostro territorio) all’interno della didattica tradizionale nella scuola italiana.

Tutto questo necessita di tempo, risorse, volontà di servizio. Ma proprio perché è necessario tempo (per riorganizzare e formare) e trovare e investire risorse in modo oculato (e non a pioggia, come si sta facendo anche in questa emergenza), occorre decidere subito e dirsi la verità: si può tornare a scuola, promuovendo una didattica «efficace» o no? Se non lo si può fare, per motivi di sicurezza, allora occorre da subito cominciare a pensare a come garantire il tanto rivendicato (giustamente) “diritto all’istruzione” in maniera “vera” e non “formale”; il che vuol dire, con una formazione che sia efficace e capace di raggiungere gli obiettivi di apprendimento che riteniamo essenziale che i nostri ragazzi raggiungano, in ogni grado scolastico.

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Per rispondere, infine, a quelli che dicono che la DAD mette in discussione il “diritto all’istruzione” dei nostri figli, chiedo: è il virus a mettere in discussione il mio “diritto all’istruzione” o le decisioni del governo che mette la salute pubblica prima del diritto all’istruzione (fra l’altro garantito come si può, attraverso la DAD)?