Il Docente inadeguato

La scuola al tempo del coronavirus

Mi ricordo di un libro, letto da giovane, di un famoso filosofo francese, Jean Guitton, dedicato al lavoro intellettuale*. Guitton racconta nel suo libro di quando, internato in un campo di concentramento tedesco, durante la seconda guerra mondiale, aveva deciso, insieme ad altri insegnanti come lui, di inventarsi qualcosa di utile per i tanti sventurati, che si trovavano prigionieri, concentrati in uno spazio ristretto e costretti all’inattività forzata. E cosa si inventarono? Erano insegnanti, professori universitari e sapevano fare quella cosa bene, ‘insegnare’. E quindi crearono una “scuola”: facevano lezione ai loro compagni, parlando di quello che ‘sapevano’ bene (non avevano libri a disposizione)come gli riusciva meglio e con quello che avevano. 

Erano in uno stato di ‘eccezione’, e facevano quello che potevano. Era un modo per dare un ‘senso’ al vuoto di quelle giornate, facendo qualcosa di ‘buono’ e di utile; e nello stesso tempo si creava una ‘comunità’ tra persone di diversa provenienza e ceto sociale, che mai si sarebbero ritrovati in uno stesso luogo, in tempi normali.

Mi è tornato alla mente questo aneddoto (che a Guitton serviva solo per confermare la tesi che il vero sapere è quello che abbiamo in noi, perché lo abbiamo memorizzato e fatto nostro, e che possiamo richiamare quando ci serve, senza bisogno di supporti di qualche tipo), riflettendo sullo stato di ‘eccezione’ in cui ci troviamo noi insegnanti in questo momento.

E’ vero, noi ci troviamo nella situazione opposta, i nostri ‘alunni’ sono dispersi e lontani da noi, e non concentrati in uno spazio ristretto. Eppure, il ‘bisogno’ è lo stesso: fare ‘comunità’, relazionarsi, stare insieme, e ‘riempire’ il tempo facendo qualcosa di ‘buono’ e di ‘utile’. Ed anche il ‘compito’ è lo stesso: come mettere a disposizione quello che sappiamo fare meglio, con gli strumenti che abbiamo a disposizione, nella contingenza in cui ci troviamo. Loro avevano solo il loro ‘Sapere’ e nessuno degli strumenti del normale lavoro intellettuale; noi ci troviamo nella situazione opposta: gli strumenti del lavoro intellettuale ce li abbiamo, perché siamo nel comfort delle nostre case; dobbiamo, certo, sostituire alcuni supporti del nostro insegnamento (le lavagne?, per chi le usa e non è abituato a utilizzarne di digitali); e, nella gran parte dei casi, possediamo la tecnologia per raggiungere i nostri interlocutori a distanza.

Non abbiamo la ‘vicinanza’ dei nostri studenti, e questo certo ci manca (anche se pensando alle facce annoiate o da condannati a morte sul percorso che dalla cella li conduce al patibolo di certi colleghi, qualche dubbio mi viene!), ma siamo in uno stato di ‘eccezione’, appunto, ed occorre fare di necessità virtù, io credo.

In una situazione ‘normale’ potremmo fare cose che in questo momento non possiamo fare, certo, ma ce ne sono tante che possiamo fare, o meglio ‘potremmo’ fare, se in questi anni, mentre alcuni docenti si tiravano su le maniche per provare a introdurre nella didattica un po’ di metodi alternativi e di tecnologia, molti altri non si fossero girati dall’altra parte, schifati, quando non hanno camarillato per boicottare o impedire che si sperimentasse.

Qualcuno sembra adesso essersi svegliato, e corre a chiedere aiuto a quelli che deridevano fino al giorno prima. Ma molti altri no. Nella loro aristocratica supponenza rifiutano di mettersi in gioco, aspettando che la buriana passi e si torni alla ‘normalità’. 

Sono gli stessi che oggi continuano a strillare che ‘non si può fare!’, che ‘questa non è scuola!’, che ‘la tecnologia a scuola accentua le disparità sociali e le ingiustizie’(della serie: tutti o nessuno!).  

Il fatto è che, a loro dispetto,‘si può fare!’ e lo si sta facendo. E tanto più sentono dire e leggono che si sta facendo, tanto più diventano ostili e aggressivi, scambiando la loro incompetenza e giustificando, a se stessi e al mondo, le loro incapacità (tecniche,eh!) per aristocratica “saggezza”. Non chiedono soluzioni e, men che meno, ne propongono, per supportare chi è in difficoltà cercando di metterlo alla pari con gli altri, per quanto possibile; hanno messo il ‘cappello nero’ e si limitano a criticare chi fa, aspettando che la cosa fallisca, che la bolla esploda,in modo da poter dire: ‘ve l’avevamo detto che non si poteva fare!’.

E invece no, cari colleghi. Si può fare e lo stiamo facendo, senza neanche tanti affanni, per chi come me lavora da qualche anno con piattaforme, videolezioni realizzate negli anni, applicazioni di vario tipo. Se non fosse per il supporto da dare ai tanti colleghi che iniziano ora a cimentarsi, l’organizzazione della scuola a distanza nel mio Istituto, ecc., il mio modo di fare scuola non è, granché, cambiato, anzi, paradossalmente, è stato potenziato. 

Certo ci sono tante cose che non si possono fare a distanza, progetti che non possono essere portati a termine, corsi di formazione che dovranno essere ripensati; non si può ricreare l’atmosfera sospesa e di attesa di certe lezioni con i miei studenti, lo sfrigolio della penna sulla carta mentre prendono appunti … 

Uno dei commenti che il filosofo francese faceva a margine del racconto di quella esperienza di scuola extra-ordinaria, era che è nelle occasioni di emergenza di a-normalità che si vede quel che vale un “insegnante”. Nel campo di concentramento alcuni insegnanti, molto bravi in tempi ‘normali’ e con i loro supporti ‘normali’ a disposizione, facevano una pessima figura nel fare lezioni improvvisate e senza poter fare uso dei loro archivi e dei loro libri.

In una situazione di ‘eccezione’ le competenze usuali possono non bastare, ce ne vogliono anche di altre. Capisco quei colleghi che si scoprono all’improvviso ‘inadeguati’ alla bisogna, devono solo prenderne atto ed aspettare tempi, per loro, e per noi tutti, sicuramente ‘migliori’.