La “scuola a distanza”

Riflessioni sulla scuola del presente e del prossimo (?) futuro

Premetto che questo post è pieno di banalissime ‘ovvietà’. Ma si inserisce in un dibattito fatto di ‘ovvietà’ fra i soliti (sedicenti?) “innovatori” e i cultori della scuola “in”, la scuola dei ‘più’, dei nostri padri, fratelli e figli (perché, malgrado le lamentazioni dei “tradizionalisti”, la “vecchia” scuola vive e marcia insieme a noi!), tanto bella, algida e distante, quanto vilipesa ed oltraggiata (a parer di alcuni almeno), dal mainstream giornalistico.


Prima ovvietà. La didattica ha bisogno di tre elementi tutti necessari: un docente e un discente che possano interagire (interazione) tra loro.

Fino ad un secolo fa, l’unica forma di interazione possibile avveniva attraverso la presenza fisica in uno spazio comune, oppure, a distanza, attraverso la scrittura. Dopo c’è stata la tecnologia analogica, oggi, a permettere un’interazione a distanza, c’è quella digitale.

Naturalmente, la tecnologia crea un tipo di interazione diverso, rispetto a quella che nasce da un contatto in presenza. ‘Diverso’, né ‘migliore’ né ‘peggiore’. Ogni tipo di interazione ha i suoi pro e i suoi contro.

Un sistema di comunicazione equilibrato è quello che simula la termoregolazione in un sistema: adeguo la mia comunicazione attraverso i feedback che ricevo dal mio uditorio, fino a quando non raggiungo uno stato di equilibrio fra il mio dire e il tuo comprendere.

In una comunicazione a distanza, chiaramente questo feedback non c’è, e occorre crearlo in modo sostitutivo ( a questo servono le chat, le webchat ecc.). Un docente ha bisogno di vedere i suoi studenti per “regolarsi” sulla loro comprensione. Gli studenti hanno bisogno di “far percepire” (intenzionalmente o involontariamente) al docente la temperatura della loro “comprensione” di ciò che viene loro detto.

La socialità, naturalmente, non è fatta solo di comunicazione, ma anche di contatto. Siamo animali sociali, siamo fatti per vivere in comunità, abbiamo un bisogno ‘naturale’ degli altri, della loro vicinanza fisica e psicologica, e questo nessuna tecnologia può sostituirlo. Lo facevamo già con la “scrittura” (do you remember le “epistole”?). Lo stesso ‘apprendimento’ si alimenta della socialità. Lo sforzo comune in un’aula di tutti gli studenti nel fare un lavoro che “accomuna” rende molto più produttivi in quei momenti, in un modo che sarebbe interessante studiare per uno psicologo. Non è forse per questo che molti di noi amano studiare non da soli nel chiuso della cameretta all’università, ma nelle biblioteche? “Soli” e concentrati nel nostro studio, ma “assieme” ad altri nello stesso luogo fisico e nello stesso impegno (la cosa non funziona, va da sè, se ci troviamo nella stessa stanza con carpentieri e muratori, mentre noi studiamo!).

Detto questo, è possibile affermare che l’interazione digitale possa sostituire quella in presenza? Dipende. In fondo, si può stare in uno stesso spazio fisico e non interagire, come nella comunicazione unidirezionale, in cui uno parla e l’altro ascolta, senza curarsi dei feedback che provengono dall’uditorio (mugugni, facce, annoiate, sguardi persi nel vuoto …). Oppure, si può essere distanti “psicologicamente”, pur essendo in uno stesso luogo fisico, come, ironizzando, diceva una collega in un Social: io ti parlo, ma non ti raggiungo, pur essendo tu ad un metro da me, perché la tua mente è da un’altra parte.

La didattica a distanza è la risposta ad un semplice problema:l’impossibilità di stare nello stesso luogo, nello stesso momento. I Massive Open Online Courses o MOOC (corsi pensati per una formazione a distanza che coinvolgono un numero elevato di utenti) esistono da anni e sono stati (e lo sono sempre di più) uno strumento potente e ‘democratico’ (arriverei a dire ‘illuministico’) per diffondere la conoscenza a chiunque possieda un computer ed abbia una connessione.

Uno studente di un remoto villaggio indiano ha la possibilità di accedere con un computer (ammesso che ce l’abbia) alle lezioni di matematica tenute da un brillante matematico di Harvard; con la possibilità di ricevere feedback . Probabilmente, questo stesso studente preferirebbe essere ad Harvard ad assistere alle lezioni ‘live’ del docente, ma non potendo … Del resto chi non vorrebbe assistere a un concerto dal vivo, piuttosto che ascoltarselo su disco? Eppure ci accontentiamo, e la cosa ha i suoi ovvi vantaggi (comodità di ascolto, riproducibilità ecc. ).

La didattica a distanza è, perciò, uno ‘strumento’ che sopperisce ad un difficoltà, non un ‘succedaneo’ della didattica in presenza. La stessa ‘classe capovolta’ non è sostitutiva della comunicazione diretta (come, spesso, i suoi critici dicono), ma un ‘complemento’, per rendere più “produttivi” i momenti in cui si sta “assieme” in classe.

Proprio in quanto “strumento” alternativo e non semplice “succedaneo”, la didattica a distanza non può essere un “simulacro” della didattica in presenza. Pretendere di riportare “a distanza” tutto quello che si fa in “presenza” è, scusatemi, “ridicolo”. A distanza possiamo mandarci gli auguri di Natale con un bigliettino, non abbracciarci e baciarci! Per una didattica a distanza occorre formulare obiettivi diversi, da raggiungere con metodi e strumenti non ordinari.

Prendiamo i lavori di gruppo. Chiedere “come posso riproporre, ‘a distanza’, il modo in cui faccio lavorare cooperativamente i miei studenti in classe?” non ha senso. La presenza fisica attorno ad un tavolo, il contatto fisico, loscambio di sguardi, lo stimolarsi a vicenda e il sostegno reciproco nella difficoltà sono irriproducibili ‘a distanza’. Tuttavia, la ‘scuola a distanza’ può fare altro: permettere, per esempio, agli studenti di simulare forme di lavoro collaborativo a distanza, che potranno ritrovare nel mondo lavorativo; lavorare ad un progetto comune anche da luoghi diversi, usando ciò che la tecnologia ci mette oggi a disposizione, come utile “compito di realtà” (quando si dice che la “realtà” viene a bussare alla porta e chiede di avere un posto a tavola) per tutti. Anche per noi docenti.

Ora, per tornare alla nostra banalissima analogia, se non so scrivere non posso neanche mandarti i bigliettini di auguri. E non posso farlo neanche se non ho un sistema postale efficiente ( col rischio, magari, di farti avere il bigliettino, quando Natale è passato!).

Ebbene, così come uno non impara a scrivere in un giorno, come non si mette su un sistema postale in uno o due giorni, così non imparo a fare didattica a distanza e non metto su un sistema di condivisione e di interazione digitale in pochi giorni.

Io credo, per concludere, che l’emergenza di questi giorni ci stia, indirettamente, facendo capire due/tre cose:

  1. che le scuole devono attrezzarsi per la ‘didattica a distanza’, da utilizzare non solo in casi di emergenza, ma come uno strumento “ordinario” da mettere a disposizione dei docenti e degli studenti, per tutte le necessità ordinarie e extra-ordinarie (dall’inclusione, al recupero, al sostegno allo studio …);
  2. che i docenti devono essere ‘formati’ (e dovrebbero “pretenderlo”, e non viverlo — come troppo spesso avviene— come un’imposizione) in tempi “normali” alla didattica a distanza, e all’uso di tutte le risorse che la tecnologia mette a disposizione per il mondo dell’istruzione (per sostenere l’insegnamento, l’apprendimento, la motivazione, la preparazione al mondo esterno ecc.).
  3. che la didattica a distanza può essere un’opportunità per “arricchire” l’offerta formativa della scuola e del singolo docente, non per deprivarla o sminuirla, tantomeno “sostituirla”.