Il “Protagora” di Platone

Una lettura a puntate – 1

“Sai che cosa stai per fare” dissi io “oppure non ne sei consapevole” — Socrate

J.-S. Berthélemy e J.-B. Mauzaisse, Prometeo dà vita all’uomo1802Parigi (Louvre)| Pubblico dominio

Il “Protagora”

Il Protagora appartiene al gruppo dei primi dialoghi di Platone ed è uno dei suoi più belli dal punto di vista letterario. Oggi è è stato rivalutato anche dal punto di vista filosofico, come uno dei primi dialoghi in cui si ritrovano alcuni dei temi del Platone più maturo.

È uno dei dialoghi in cui Platone, oltre a tratteggiare la figura di uno dei più rinomati intellettuali del suo tempo, svolge la sua opera di demolizione polemica dei Sofisti, visti come venditori di fumo a caro prezzo; pseudo intellettuali che si fanno beffe della creduloneria e del “sempliciottismo” degli Ateniesi; ma anche pericolosi mercanti di false conoscenze e quindi potenziali corruttori dei giovani.

Nel contempo Platone tratteggia la figura del suo “saggio”maestro, Socrate; una sorte di “eroe” dialettico, umile e poco considerato (a paragone dei suoi antagonisti: si veda la scena iniziale e il poco rispetto che il giovane Ippocrate dimostra per il grande filosofo), preoccupato per l’ “educazione” dei suoi giovani concittadini e che frontegggia i suoi “giganteschi” e rinomati antagonisti dai piedi d’argilla, mostrandone la vuotezza e additandone la pericolosità.

La Cornice

Il dialogo inizia con un primo prologo in cui Socrate incontra un Amico che gli chiede dell’incontro che Socrate aveva avuto con Protagora; questo stratagemma stilistico permette a Platone di poter non solo “ricostruire” e riportare il dialogo fra Socrate e Protagora, ma anche di poter inserire qua e là descrizioni e commenti che rendono più plastico e godibile l’intero dialogo. Quindi la scena si sposta prima nella casa di Socrate e poi nella casa del mecenate Callia, in cui avviene lo “scontro”, o piuttosto, il duello dialettico fra Socrate e Protagora.


Scena prima: in casa di Socrate

[…]
La notte scorsa, quando non era ancora l’alba, Ippocrate, figlio di Apollodoro e fratello di Fasone, bussò a granforza, col bastone, alla mia porta; e, non appena qualcuno gli aprì , subito entrò, in gran fretta, e chiamando a gran voce: «O Socrate!», disse.«Sei sveglio o dormi?». Ed io, riconosciuta la sua voce: «Ippocrate», dissi, «sei tu? Mi porti forse qualche novità?» «Nessuna», disse, «se non buone novità!». «Faresti bene a parlare, allora!», dissi. «Che c’è? Perché sei venuto a quest’ora?» «Protagora è qui!», disse stando in piedi accanto a me. «Già da ieri l’altro», dissi.«E tu l’hai saputo solo ora?» «Per gli dèi», disse, «l’ho saputo ieri sera!».

E intanto, cercato a tastoni il mio letto, si sedette ai miei piedi e disse: «Proprio ieri sera, sul tardi, quand’ero appena rincasato da Enoè; m’era scappato uno schiavo, Satiro. Stavo proprio per venire a dirti che gli avrei dato la caccia, quando qualche altra cosa me ne fece dimenticare. Quando fui rincasato, dunque, e dopo che avevamo cenato, quando stavamo ormai per andare a dormire, proprio allora mio fratello mi disse che era arrivato Protagora. Sul momento mi accinsi a venire dritto da te, poi mi parve che fosse notte troppo inoltrata. 310c Ma, non appena il sonno mi lasciò libero dalla stanchezza, subito mi levai e venni qui». Ed io, conoscendo la sua indole ardente ed impulsiva, gli dissi: «E che te ne importa? Ti ha forse fatto qualche torto Protagora?». Ed egli, scoppiando a ridere, disse: «Sì , per gli dèi, o Socrate! Il torto che lui è il solo ad essere sapiente e non rende tale anche me». «Ma sì , per Zeus», dissi io, «che renderà anche te sapiente, se gli darai denaro e lo convincerai!».

«Per Zeus e per tutti gli dèi!», disse. «Magari dipendesse da questo! Non risparmierei un soldo né del mio denaro né dì quello degli amici! Ma è proprio per questo che ora sono venuto da te, perché tu interceda presso di lui in mio favore: io sono troppo giovane e per di più non ho mai visto Protagora, né l’ho mai sentito parlare. Ero ancora un ragazzino quando venne in città la prima volta. Ma tutti, o Socrate, elogiano quest’uomo e dicono che sia grande intenditore di eloquenza. Perché, dunque, non andiamo da lui, per poterlo trovare in casa?

Egli alloggia, come ho sentito dire, in casa di Callia, figlio di Ipponico. Su, andiamo!». Ed io gli dissi: «Non è ancora il momento di andare, o mio caro; è troppo presto. Alziamoci, piuttosto, e andiamo qui, in cortile: passeremo il tempo a passeggiarvi aspettando che si faccia giorno; poi andremo. Protagora, infatti, passa la maggior parte del tempo in casa. Sicché abbi fiducia, che, com’è probabile. lo troveremo in casa».

Ed io, a questo punto, gli dissi: «E allora? Sai in quale pericolo vai a mettere la tua anima? Se tu dovessi affidare a qualcuno il tuo corpo correndo il rischio che diventi buono o cattivo, faresti molte considerazioni sull’opportunità di affidarlo o no, e cercheresti consiglio dagli amici e dai parenti, riflettendovi molti giorni. Invece, quando è in gioco ciò che tu consideri più prezioso del corpo, vale a dire l’anima, dalla quale dipende la buona o cattiva riuscita di tutte le tue azioni, a seconda che essa sia, rispettivamente, buona o cattiva, in questo caso non ti sei consigliato né con tuo padre, né con tuo fratello, né con alcuno dei tuoi amici sull’opportunità di affidare o no la tua anima a questo forestiero appena arrivato da fuori; ma, saputo del suo arrivo la sera, come tu racconti, di primo mattino sei già qui, senza far parola né chiedere consiglio se tu debba o no affidarti a costui, e sei pronto a spendere il tuo denaro e quello degli amici, come se già avessi deciso che a tutti i costi bisogna frequentare la scuola di Protagora, che del resto tu non conosci, come tu stesso riconosci, e con cui non hai mai conversato; che tu chiami sofista e hai tutta l’aria di ignorare che cosa mai sia questo sofista al quale tu stai per affidare te stesso».

Ed egli, dopo avermi ascoltato, disse: «Così pare, o Socrate, da quanto tu dici».

Quante volte prendiamo una decisione senza prima aver ponderato in maniera razionale se è una giusta decisione: senza cioè aver valutato o pesato i pro e i contro, le ragioni a favore o contro, i rischi e i benfici che ne potranno derivare?

È giusto così, non abbiamo tempo per ponderare ogni nostra decisione ed ogni nostra deliberazione. Ci fidiamo della nostra memoria, di scelte fatte in passato che hanno funzionato, di deliberazioni prese una volta e mai più ri-esaminate, di “credenze” che abbiamo accettato senza nemmeno prenderle in esame, perché così fan tutti o perché così ci hanno insegnato. Insomma viviamo con un “pilota automatico” inserito, per la più parte del tempo della nostra vita.

Il più delle volte la cosa funziona. La maggior parte delle cose che dobbiamo fare e le decisioni che dobbiamo, normalmente, prendere sono abbastanza familiari e standardizzate da poter essere affrontate con il “pilota automatico”. Ma non sempre è così. Può arrivare in ogni momento la necessità di affrontare situazioni mai prima prese in considerazione, che necessitano di scelte, di decisioni, di prese di posizione ponderate e meditate. Può arrivare il momento in cui qualcuno ci chiede conto e ragione delle nostre scelte, delle nostre prese di posizione, delle nostre credenze. Sono questi i momenti destabilizzanti, i momenti “critici” in cui le nostre sicurezze vengono meno, in cui occorre disabilitare il “pilota automatico” e prendere nelle proprie mani il controllo della nostra vita e delle nostre scelte.

Ci sono persone che questo lo fanno di mestiere, come sappiamo. Queste persone sono i “filosofi”. I filosofi sfidano ciascuno di noi a non inserire il pilota automatico, a prendere nelle nostre mani la guida della nostra vita, a rendere conto a noi stessi prima che agli altri delle scelte che facciamo, delle convinzioni che prendiamo in carico e delle nostre prese di posizione.

Socrate insegna ai giovani la conoscenza — Pier Francesco Mola — Museo Civico di Belle Arti, Lugano | Pubblico dominio

Socrate è stato un “maestro” in quest‘opera di “destabilizzazione”; continuamente volto a far prendere consapevolezza di sé, delle proprie scelte, delle proprie convinzioni. Perché avere cura della propria “anima” viene prima di ogni altra cosa, continua a ripetere incessantemente. Avere cura di ciò che siamo, della nostra vita, delle nostre scelte; fare chiarezza in noi stessi e poi prendere le decisioni che riteniamo più “giuste”; e potrebbero anche non esserlo, ma saranno comunque le “nostre”, perchè le abbiamo pesate e ponderate razionalmente.


Una decisione avventata era quella che si accingeva a prendere anche il giovane Ippocrate (dal carattere “impetuoso ed impulsivo”), quando, recatosi la mattina presto da Socrate, lo implorava di presentargli il sofista Protagora, che in quei giorni si trovava ad Atene, presso l’abitazione del ricco mecenate Callia, e a cui voleva affidare la propria formazione per diventare “sapiente”, come egli considerava lo stesso Protagora.

Platone, attraverso Socrate, ci dice che il giovane Ippocrate nulla sapeva di Protagora, se non quello che aveva sentito di lui. Utilizzando un argomento ad populum, Ippocrate afferma che Protagora è un “sapiente” molto abile nel parlare, perché tutti lo elogiano e lo accreditano come tale.

Ma perchè il giovane Ippocrate capisca la “lezione”, Socrate deve fargli vedere come la sua precipitazione lo stesse portando verso una decisione “avventata”: stava per affidare la cosa più importante, la sua “anima”, nelle mani di un venditore di fumo, Protagora.

E per farglielo “vedere” vuole di-mostrarglielo. Socrate vuole di-mostrare la vuotezza dell’insegnamento che Protagora ha da offrire; mostrargli come Protagora, oltre che moralmente “disonesto”, è “inaffidabile” (perché come un mercante ha l’unico obiettivo di vendere la sua merce, indipendentemente dal suo valore reale); ed è anche uno che afferma tutto e il contrario di tutto (come prova il fatto che, durante il dialogo parte, da una tesi e si ritrova a difendere la sua antitesi).

L’insegnamento che Socrate vuole dare al giovane Ippocrate in questo frangente non è tanto: “non fidarti dei Sofisti”, quanto piuttosto: “non prendere iniziative avventate, fai chiarezza in te stesso, su ciò che vuoi essere, e su ciò di cui hai bisogno veramente, per ottenere ciò che veramente conta nella vita di un uomo”, e solo dopo cerca chi può aiutarti ad ottenerlo.

E quindi Socrate cosa fa ? Prende tempo. Tergiversa. Perché? Perché ha bisogno di un po’ di tempo per mettere in “crisi” le certezze del giovane, e fargli comprendere il pericolo a cui si sottopone, affidandosi ad un “Sofista”. E lo fa al suo solito modo, “saggiandolo”, mettendolo alla prova con le sue domande e le sue confutazioni. Lo fa come un maestro con uno scolaro, facendogli domande e portando esempi per fargli capire il senso di ciò che gli sta chiedendo. “Tu vai da Protagora per diventare che cosa?”(311d), gli chiede; tu stai affidando la tua “anima” a qualcuno che nemmeno conosci, e ti appresti a pagarlo profumatamente per quello che ti insegnerà, ma sai veramente cosa vuoi diventare con il suo insegnamento? E ciò che più conta, sei sicuro che colui a cui ti rivolgi abbia ciò che veramente ti serve per diventare migliore di come sei?

Dopodiché, alzatici, andammo a passeggiare in cortile. Ed io, per mettere alla prova la forza d’animo di Ippocrate, lo esaminai e gli feci queste domande: «Dimmi, Ippocrate», gli chiesi: «ora tu ti appresti ad andare da Protagora a pagargli un compenso in denaro perché ti prenda sotto le sue cure; ebbene, da chi ti aspetti di andare e che cosa intendi diventare? Mettiamo, ad esempio, che tu ti fossi messo in mente di andare dal tuo omonimo Ippocrate di Cos, l’Asclepiade, a dargli del denaro come compenso perché si prenda cura di te; ebbene, se qualcuno ti chiedesse: “Dimmi, Ippocrate, tu stai per pagare a Ippocrate un compenso; chi sei convinto che egli sia, per farlo?”, tu, allora, che cosa gli risponderesti?» «Gli risponderei», disse, «che lo pagherei perché lo considero un medico». «E con l’intenzione di diventare che cosa?» «Di diventare medico», disse. «E supponiamo, invece, che tu ti fossi messo in mente di andare da Policleto di Argo (14) o da Fidia di Atene,(15) a pagare loro un compenso perché si prendano cura di te, e che qualcuno ti chiedesse: “Tu hai in mente di pagare questa somma di denaro a Policleto e a Fidia; ebbene, chi sei convinto che essi siano, per farlo?”, che cosa risponderesti?» «Risponderei che lo farei perché li considero scultori». «E nella speranza di diventare che cosa?» «Sperando, ovviamente, di diventare scultore!». «E sia», dissi. «Ora tu ed io, giunti da Protagora, saremo disposti a pagargli un compenso in denaro perché ti prenda sotto le sue cure, spendendo tutto i nostri averi, se questi basteranno a convincerlo, altrimenti, spendendo anche quelli degli amici; ebbene, se uno, vedendoci prendere la cosa tanto seriamente, ci chiedesse: “Ditemi, o Socrate e Ippocrate, chi vi aspettate che sia Protagora per pensare di spendere da lui il vostro denaro?”, noi che cosa gli risponderemmo? Quale altro nome sentiamo dire riferito a Protagora? Ad esempio, riferito a Fidia sentiamo dire “scultore”, e riferito ad Omero “poeta”; ebbene, quale nome di questo tipo sentiamo dire riferito a Protagora?» «Sofista, o Socrate! Almeno, così chiamano quest’uomo», disse. «In quanto è sofista, allora, andiamo a spendervi i nostri denari».«Certo!». «E se qualcuno ti facesse quest’altra domanda: “E nella speranza di diventare che cosa tu vai da Protagora?”». Ed egli, arrossendo (c’era già un po’ di luce, sicché lo si poteva vedere), disse: «Se questo caso somiglia ai casi precedenti, ovviamente sperando di diventare sofista».Non è il famoso “metodo induttivo”; gli esempi non gli servono per stabilire qualcosa di generale, quanto piuttosto per sostenere o confutare analogie. Analogie che, come vedremo, hanno il compito di far passare un giudizio fortemente negativo sui Sofisti e su Protagora, ancor prima di svelarne la “vuotezza” nel prosieguo del dialogo. I Sofisti sono “venditori all’ingrosso e al minuto” di dottrine di cui essi stessi non conoscono il reale valore.

Ma a questo punto Ippocrate capisce di essere caduto in un tranello. Lui non vuole diventare un Sofista, professione screditata fra gli Ateniesi (anche se non si capisce perché, se così screditata, sofisti come Protagora e Gorgia attirassero tante attenzioni e tanta ammirazione!). E qui c’è da fare una considerazione: Ippocrate non sapeva cosa stava cercando di essere, o, più semplicemente, è stato fuorviato dalle domande capziose di Socrate?

Certo è che Socrate, dopo averlo spinto intenzionalmente nel fosso, gli tende amorevolmente la mano:

«Ma tu, in nome degli dèi», dissi, «non proveresti vergogna a presentarti ai Greci in veste di sofista?» «Sì , per Zeus, o Socrate, se bisogna proprio ch’io dica quello che penso!». «Ma forse, o Ippocrate, tu non pensi che l’istruzione che ti verrà data da Protagora sarà qualcosa di questo tipo, ma che sarà piuttosto un’istruzione del tipo di quella che hai ricevuto dal maestro di grammatica, dal maestro di musica e dal maestro di ginnastica: tu imparasti ciascuna di queste discipline non in funzione dell’arte, per diventare cioè professionista in esse, ma solo in funzione della tua educazione spirituale, come si addice al cittadino privato e libero».

«È proprio questo», disse, «il tipo di istruzione che mi aspetto di ricevere da Protagora».

«Sai, dunque, che cosa stai per fare ora, o questo ti sfugge?», continuai.

«Di che cosa stai parlando?» «Parlo del fatto che tu stai per affidare la tua anima alle cure di un uomo, che, come tu dici, è un sofista. Che cosa poi sia un sofista, mi stupirei se tu lo sapessi. E se ignori questo, allora ignori pure a chi affidi la tua anima, e se questo si risolverà in un fine buono o cattivo».

«Ma io penso di saperlo», disse.

«Dimmi, allora: che cosa pensi che sia un sofista?» «Penso», rispose, «che, come dice il nome stesso, egli sia l’esperto della sapienza». «Ma questo», dissi io, «lo si può dire anche dei pittori e degli architetti, vale a dire che costoro sono gli esperti della sapienza. Ma se qualcuno ci chiedesse: “Di quale tipo di sapienza sono esperti i pittori?”, noi potremmo rispondergli che sono esperti di quel tipo di sapienza che mira alla realizzazione di immagini; e anche negli altri casi potremmo ripondere nello stesso modo. Se qualcuno poi ci facesse questa domanda: “Di quale tipo di sapienza è esperto il sofista?”, noi che cosa potremmo rispondergli? Di produrre che cosa è egli esperto?» «Che altro potremmo dire che egli è, o Socrate, se non esperto nel rendere abili a parlare?» «Forse», dissi, «la nostra definizione potrebbe anche essere vera; tuttavia non è sufficiente. Questa risposta, infatti, chiama un’ulteriore domanda: su che cosa il sofista rende abili a parlare? Ad esempio, il maestro di cetra rende abili a parlare della stessa cosa di cui rende anche esperti, ossia dell’arte di suonare la cetra. Non è così ?»

«Sì ».

«E sia. Ma il sofista, di che cosa rende abili a parlare?» «Non è evidente che egli rende abili a parlare proprio della cosa di cui rende anche esperti?»

«È naturale.»

«Ma che cos’è, allora, ciò di cui il sofista è esperto e su cui rende esperto il suo discepolo?»

«Per Zeus!», disse. Non so più che cosa risponderti».

Chiaramente Socrate manipola il giovane Ippocrate! “L’abilità a parlare” di cui sono esperti i Sofisti non è la generica abilità a comunicare ed informare, quanto l’abilità a parlare in modo persuasivo (l’arte della Retorica). È vero che l’esperto rende abile a parlare su ciò di cui è esperto, ma Socrate assume tacitamente che non possa esistere un’arte della comunicazione (persuasiva) distinta dal contenuto che si vuole comunicare, un’arte di cui i Sofisti possano essere esperti. E questo andava provato. Cosa che Socrate non fa, mandando semplicemente in confusione il giovane Ippocrate.


È solo a questo punto, dopo aver “de-stabilizzato” il giovane, che Socrate ritiene che sia arrivato il momento di dare la sua risposta alla questione “chi sono i Sofisti e, quindi, chi è Protagora?”:

«Dunque, o Ippocrate, il sofista non è forse una specie di mercante all’ingrosso o rivenditore al minuto di quelle merci di cui l’anima si nutre?

A me, almeno, pare che sia qualcosa del genere». «Ma di che cosa si nutre l’anima, o Socrate?»

«Di conoscenze, non c’è dubbio», risposi io. E bisogna tenere gli occhi bene aperti, amico mio, che il sofista, lodando la sua mercanzia, non ci inganni, come fanno quelli che vendono il cibo del corpo, cioè il mercante e il bottegaio. Costoro, infatti, delle merci che trattano, non sanno neppur essi quale sia buona e quale sia cattiva per il corpo, ma le lodano tutte pur di venderle.
E non lo sanno neppure quelli che da loro le comprano, a meno che uno non sia maestro di ginnastica o medico. Così anche coloro che trafficano in conoscenze, portandole in giro di città in città, per smerciarle all’ingrosso o rivenderle al minuto a chi di volta in volta le desidera, lodano tutto ciò che hanno da vendere. Ma forse, o carissimo, anche fra costoro ci sono alcuni che ignorano, delle merci che trattano, quale è buona e quale è cattiva per l’anima. E allo stesso modo lo ignorano anche quelli che da loro le comprano, a meno che uno non sia medico dell’anima.

Ed eccoci arrivati al punto: i Sofisti non sono “esperti” di nulla, non producono nulla e non sono “professionisti” in nulla, ma al più sono dei “mercanti e/o bottegai” di conoscenze, pericolosi, oltretutto perché spacciano come buona qualsiasi cosa (che lo sia o meno), approfittandosi dell’ignoranza dei più.


Tutto il ragionamento di Socrate si regge su una grande analogiail rapporto tra Ippocrate e Protagora è analogo a quello di chi compra qualcosa da qualcun altro che ha qualcosa da vendere.

Partendo da questa analogia Socrate sviluppa un ragionamento dilemmaticonon esplicitato: il rapporto tra chi compra, Ippocrate, e chi vende, Protagora, assomiglia a quello fra chi produce qualcosa con la sua arte (in quanto “esperto”) e ha, perciò, un mestiere o un’arte da insegnare e li vende o, piuttosto, a quello del commerciante e del rivenditore di alimenti (il mercante e il bottegaio) che si limitano a vendere un “bene” di cui nulla sanno, di cui non sanno se è buono o cattivo, ma che lodano per poterlo meglio vendere?

La confutazione delle risposte di Ippocrate serve proprio a stabilire che il mestiere del Sofista non assomiglia al primo,deve perciò assomigliare al secondo. Il Sofista e, quindi, Protagora, vende qualcosa che non solo non ha prodotto Lui, perchè privo di un sapere valido, ma di cui, per di più, non conosce neanche il valore: non sa neppure lui se sia, cioè, qualcosa di “buono” o di “cattivo”.

Con in più l’aggravante che neanche chi da loro compra ha quel sapere minimo che gli consenta di scegliere solo quello che di buono vendono, evitando la roba cattiva; e neppure ha il modo di chiedere un consiglio ad un esperto prima di “cibarne” la propria anima.

E per rafforzare l’ammonimento a non mettere a rischio la propria anima, affidandola ad un Sofista, arrivano i soliti argomenti di gerarchia e a fortiori:se per la cura del nostro corpo ci affideremmo solo a degli esperti o a chi può ben consigliarci, a maggior ragione ciò non varrà per la nostra anima, che vale certamente più del corpo?

Se tu, dunque, te ne intendi di quale di queste conoscenze sia buona e quale cattiva, allora per te è un acquisto sicuro comprarle da Protagora e da chiunque altro. Altrimenti, bada, o carissimo, di non giocarti e di non mettere a repentaglio quanto hai di più caro. Infatti, c’è un pericolo ben più grande nell’acquisto di conoscenze che nell’acquisto di cibi, perché quando si comprano cibi e bevande dal bottegaio o dal mercante li si può portar via in altri recipienti, e, prima di assumerli nel proprio corpo, bevendoli o mangiandoli, dopo averli riposti in casa, si può chiedere consiglio, domandando a chi se ne intende, su quale vada mangiato o bevuto e quale no, e in che quantità e quando. Sicché nell’acquisto non c’è grande pericolo.Conoscenze, invece, non se ne possono portar via in un altro recipiente; ma, necessariamente, una volta saldato il conto, e assunta e imparata quella conoscenza proprio nell’anima, si va via o danneggiati o beneficati. Queste faccende, dunque, esaminiamole anche con quelli più vecchi di noi, perché noi siamo ancora troppo giovani per risolvere questioni di tale importanza. […]


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