Sapere Aude!

I fraintendimenti dell’esortazione “acritica” al “pensiero critico”


L’illuminismo è l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità di cui egli stesso è colpevole. Minorità è l’incapacità di servirsi della propria intelligenza senza la guida di un altro. Colpevole è questa minorità, se la sua causa non dipende da un difetto di intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di servirsi di essa senza essere guidati da un altro. Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza!” (I. Kant)

Come tante cose che si ripetono nel mondo della scuola senza veramente capirle, è diventato un mantra di ogni teoria educativa che il compito della scuola deve essere quello non di riempire la testa di nozioni, quanto piuttosto di insegnare a pensare bene, con la propria testa, di insegnare il pensiero critico ( comunque declinato), l’arte del dubbio ecc. Ma cosa vuol dire questo in concreto?

Mi è capitato di leggere in questi giorni un’intervista a Massimo Baldacci per Micromega, sulla formazione al pensiero critico. Confesso che l’ho trovata di una genericità imbarazzante: molta teoria, molti riferimenti dotti a Gramsci, Dewey, ma poca sostanza, e, soprattutto, poche indicazioni concrete su come sostanziare, nella pratica didattica, l’educazione al senso critico. Tuttavia, non è di questo che voglio parlare. Il prof. Baldacci, riprendendo un concetto del pedagogista Lamberto Borghi, diceva che occorrerebbe “coltivare la scuola non come una azienda, governata necessariamente da relazioni di potere di tipo verticistico e da catene gerarchiche, ma come una comunità di liberi dubitanti, dove vige uno spirito di discussione libera, aperta, tollerante, ricca un po’ su tutte le questioni.”

Fino a qualche tempo fa, avrei sottoscritto senza neanche pensarci un attimo questa idea di scuola. Oggi, ho qualche perplessità.

È veramente così scontato, al tempo della “università di Google” insegnare ai nostri ragazzi che possono fidarsi nel prendere decisioni intorno a questioni complesse della propria “testa”? Che tutta la conoscenza è alla nostra portata? Che si può e si deve dubitare di tutto? Che si deve essere diffidenti e sospettosi per principio? Che la “competenza” non è necessaria per dire qualcosa di sensato intorno a problemi complessi?

Non rischiamo di alimentare, in modo irresponsabile, la naturale tendenza dei giovani a “farsi beffe della saggezza tradizionale e ad abbracciare convenzioni eterodosse”, per dirla con R. Brotherton, fino a mettere in discussione perfino le fondamenta della nostra convivenza democratica?

Di più, non corriamo il rischio di alimentare la marea montante della semplificazione ad oltranza del “discorso pubblico”, anche quando si tratta di temi e problemi che necessiterebbero per essere affrontati di “competenze” in cose pubbliche, che i più non hanno?

Sempre più le scienze cognitive ci mettono in guardia dai tanti bias e dalle tante illusioni che rendono la nostra mente fragile e inaffidabile. Una di queste illusioni pericolose è “l’illusione della conoscenza”.

I problemi che nella vita pubblica ci troviamo ad affrontare non sempre sono alla portata di chiunque; non abbiamo una competenza adeguata in “cose pubbliche” ( economia, finanza, diritto, amministrazione, scienze politiche, sanità pubblica).

Giovanni Sartori sosteneva che la democrazia è “governo dell’opinione”, e che una democrazia tanto meglio funziona quanto più l‘opinione è informata, ma non genericamente informata, precisava, bensì informata in cose pubbliche. Quando questa “competenza” non c’è (e su molte cose non può esserci “competenza” diffusa), la salvezza e la forza della democrazia sta nel fatto che l’opinione pubblica non deve dare soluzioni direttamente, quanto limitarsi a scegliere dei rappresentanti che quelle competenze le abbiano e di cui ci possiamo fidare.

Ma cosa succede quando i rappresentanti che ci siamo scelti sono “incompetenti” quanto noi?