“Ma davvero George?

Sull’ennesimo “Appello per la filosofia”

Pietro AlottoFeb 5 · 4 min read

https://it.m.wikipedia.org/wiki/File:Volta_della_stanza_della_segnatura_02,_filosofia.jpg | Pubblico dominio

I filosofi amano la filosofia. E come tutti quelli che amano qualcosa in modo passionale ed esclusivo, non si rendono conto di come ciò non accada anche agli altri. E se lo spiegano col fatto che ciò accade, perché non conoscono veramente il loro oggetto d’amore, e che se lo conoscessero profondamente non potrebbero fare a meno di amarlo anche loro. E, dunque, facciamo in modo che lo conoscano.

Perchè studiare Filosofia?

Il problema del ‘perché’ nella scuola italiana bisogna lasciar spazio e dedicare tempo allo studio della Filosofia non viene generalmente affrontato tra noi docenti di filosofia. Il problema semplicemente non si pone.

Sembra che studiare filosofia promuova capacità di ‘riflessione’ e di ‘senso critico’, a prescindere da cosa e come la si insegna.

Vedi i vari “Appelli per la Filosofia” che, periodicamente, vengono rivolti ai decisori politici.

Ma è davvero così? Se l’insegnamento della Filosofia, ogni decina d’anni, viene messo in discussione, non è, forse (o solo), perché il mondo là fuori è brutto e cattivo, forse (e ribadisco “forse”), c’è di più.

Prendiamo il noto Manifesto per la Filosofia, (ultimo tra gli “Appelli per la filosofia” in ordine di tempo).

Una serie di affermazioni apodittiche (sottoscritte dal fior fiore del mondo accademico e da tantissimi docenti di filosofia), che, per dirla con un tormentone pubblicitario, meriterebbero un: “ma davvero, George?”. Ma davvero la Filosofia, così come viene insegnata nelle scuole, ha questo potere?

Faccio solo presente che solo due, fra le tante cose “ buone” che la Filosofia “farebbe”, (ma la cosa non è scontata”), secondo il Manifesto, sono “insegnamenti”, mentre le altre sono solo (come chiamarle?) “abilità disposizionali” o “atteggiamenti”.

Ora, tralasciando le disposizioni mentali e i mementi, e restando solo agli “insegnamenti” (“insegna a porre le domande giuste e a non dare risposte affrettate” e “insegna ad argomentare”), qualcuno mi potrebbe dire, di grazia, come l’insegnamento tradizionale della filosofia lo farebbe? Quali strategie e pratiche, l’insegnamento tradizionale della filosofia, mette in campo per raggiungere questi traguardi di “competenza” o come diavolo li si vuole chiamare (visto l’odio generalizzato dei filosofi per le “competenze”)?

Questa eterna disfida fra ‘disciplinaristi’ e ‘pedagogisti’

Il dibattito spesso è tra chi ritiene che la filosofia debba dare un suo contributo alla formazione dei giovani e chi ritiene che i giovani debbano diventare dei ‘piccoli filosofi’, come se i filosofi avessere la segreta certezza del fatto che la loro padronanza della filosofia li abbia veramente resi più esperti e dotati per affrontare le sfide e le domande della vita.

Studio filosofia da almeno quattro decadi e non mi sembra di avere trovato più risposte e più certezze alle domande della vita di quelle di tanti con cui interagisco quotidianamente e che filosofia non hanno mai studiato. D’altra parte, i tanti filosofi che hanno avuto un’esistenza travagliata sembrerebbero smentire questa presupposizione!

Bisognerebbe chiedere alle schiere di studenti che hanno studiato filosofia, quanto nella e per la loro vita è stato importante studiare Hegel, Kant, Nietzsche, ecc. .

Farne “piccoli filosofi”, poi! A chi guarda ogni giorno negli occhi di questi adolescenti sempre più “piccoli” e “immaturi’, proporre metodi e strategie che puntino a farne degli esperti aristotelici o fenomenologi o ermeneuti (come qualche accademico appassionato propone) fa ridere o suscita una forma di compatimento.

Provate a far padroneggiare una strategia o una metodologia filosofica ad un adolescente, dedicando alla bisogna una decina di ore!

Conoscenze o Competenze?

Devo dire che il dibattito sulle ‘competenze’, che tanto appassiona una parte del mondo accademico e pedagogico, mi lascia piuttosto freddo. Si possono insegnare competenze in astratto, senza contenuti? E poi davvero servono e a chi le competenze? La pedagogia delle competenze non risponde forse ad una pericolosa deriva economicistica della nostra scuola? Esistono competenze strettamente “filosofiche” o le competenze sono solo trasversali?

Le domande come sappiamo orientano le nostre riflessioni e le stesse risposte che troviamo. Ora, una cosa è chiedersi come possiamo insegnare al meglio la Filosofia ai nostri studenti per meglio raggiungere le sue finalità formative? Altra cosa è chiedersi: cosa può dare lo studio della Filosofia alla formazione umana e civile dei nostri studenti?

Gli Orientamenti sostengono che la Scuola è utile se forma alla vita professionale e personale e la Filosofia è utile se dà strumenti di pensiero agli studenti, spendibili in contesti professionali e nella vita. Altri sostengono che la Filosofia non deve essere “strumento” per nulla; ha valore in sé e per sè; la sua “utilità” deriva dalla sua strutturale “inutilità” pratica, per dirla con C. Scognamiglio:

La società è quella che è, e la domanda di utilità pare ineludibile. Tuttavia, come ripeteva Aristotele, la filosofia ha il destino di non servire a nulla, perché non può essere piegata ad alcuno scopo, senza essere snaturata. Nel momento in cui diventa strumento, smette di essere filosofia, perché smarrisce la libertà che la contraddistingue come movimento del pensiero autonomo e disinteressatoinsegnare-filosofia-nella-societa-delle-competenze . Non serve dunque, eppure è importante. E lo è perché è umana, si è storicamente consolidata come necessità di comprensione e indagine sul mondo e sulla socialità, sulla psiche e sui nessi logici. La filosofia è autocoscienza. Se come tale qualcuno potrà trovarci qualche utilità pratica (strumento utile per la flessibilità cognitiva, per una dialettica efficace o per altre “funzioni” operative), la cosa sarà del tutto accidentale ed estrinseca rispetto alla necessità interna del discorso filosofico. [Insegnare filosofia nella società della conoscenza]

Come si giustifica l’utilità pedagogica dell’ “inutile”? In questo modo “profondo”: “lo è perchè è umana”.

Questa visione aristocratica ed elitistica della disciplina si scontra purtroppo con la realtà: se è vero che tre anni di Filosofia non smuovono che, di poco, la naturale intelligenza degli studenti; se così tanti studenti (pure quelli che hanno studiato per tre anni Filosofia) stentano nella comprensione di semplici testi argomentativi (e non filosofici!) e faticano non poco nella scrittura di un tema argomentativo.

Magari la mia percezione di docente della secondaria è alterato. Ma non mi pare che i colleghi delle Facoltà di Filosofia diano valutazioni diverse della preparazione delle matricole di Filosofia ( vedi M. Mugnai su Il Foglio quotidiano).

Per me la questione delle competenze si riduce a nient’altro che a questa domanda: cosa la filosofia può dare alla formazione dello studente e come far sì che ciò accada?

Porsi obiettivi di competenza altro non vuol dire se non avere chiaro in mente ciò che lo studente deve imparare a fare e insegnare a farglielo fare!

Se di comprendere un testo filosofico si tratta allora occorre fornirgli gli strumenti e le strategie per farlo. Se di valutare criticamente si tratta allora occorre fornirgli gli strumenti per una valutazione critica.

Se la filosofia è dialogo, come potenzio le capacità di trovare soluzione dialogando? Se è disputa, come potenzio la capacitò di disputare nei miei studenti? Se è meditazione e deliberazione, come costruisco e/o potenzio la capacità di meditare e deliberare?

La didattica della filosofia dovrebbe confrontarsi ed escogitare strumenti, strategie, tecniche per ottenere questi risultati formativi, non trovare padri nobili (Hegel?) per pratiche didattiche obsolete.


Quando il dibattito sulla didattica della filosofia scenderà dall’alto del cielo della Metafilosofia, alla terra delle strategie migliori per ottenere questi pur “modesti” risultati, forse, prenderà la strada della concretezza.