Il Nuovo Esame di Stato: rimandato a settembre

Un bilancio provvisorio

Non amo i Manifesti per… o gli Appelli per …, neanche quando si tratta di appelli e manifesti per difendere o perorare temi o discipline a cui tengo. Spesso dietro a questi Appelli vedo o una irrefrenabile difesa corporativa o una (altrettanto irrefrenabile) tendenza a vedere cospirazioni politico-burocratiche dei governi in carica in quel momento, volte a deprivare le menti dei nostri ragazzi, quando in realtà non c’è niente di studiato a tavolino (al più crassa ignoranza o semplicemente disattenzione).

In questi ultimi mesi gli allarmi si erano concentrati intorno al nuovo Esame di stato. A molti sembra che la presenza o l’assenza delle proprie discipline nelle prove (scritte o orali) dell’esame di stato sia un indice del valore attribuito ad esse (presenti o assenti) da parte del Ministero, e un segnale diretto o indiretto agli studenti sulla loro importanza relativa e quindi sull’impegno da profondere nel loro studio. Detto in soldoni: se non te lo chiedo agli esami, non è importante e puoi non studiarlo; se invece te lo chiedo vuo dire che ci tengo e sei costretto, se non altro, a studiarlo.

Ed ecco, perciò, decine di intellettuali di gran nome e pedigree accademico profondersi in dotte e accorate difese sull’importanza delle più diverse discipline (Storia, Filosofia, Arte, ecc.) per la formazione della gioventù italica.

Questo allarmismo se era ingiustificato prima di vedere come sarebbe andato il nuovo esame, lo è ancora di più dopo aver visto in cosa si è concretizzato. Perché l’esame di stato così come si è venuto costruendo con le ultime novità non si capisce più che “esame” sia, cosa veramente testa, a quale “preparazione conseguita” farebbe riferimento.

La commissione d’esame prende atto dei livelli di conoscenza raggiunti nelle diverse discipline di studio negli anni (credito scolastico), dopodiché “esamina” la capacità di scrivere in italiano, di comprendere e commentare qualche testo e la capacità di svolgere una prova in una o più discipline di indirizzo (che, a ben vedere, rimane l’unica “prova” disciplinare in senso proprio che è rimasta, perchè l‘unica che richiede di dimostrare conoscenze e abilità disciplinari per poter essere ‘superata’, non richiedendo la prima prova nient’altro che generica competenza linguistica e una qualche conoscenza di cultura generale); il colloquio orale al di là della banalità ridicola delle tre buste iniziali, non testa conoscenze, ma la capacità di discutere di un argomento, facendo riferimento al “bagaglio culturale” acquisito nel percorso scolastico; una relazione sull’esperienza dell’ASL, un non meglio identificato momento dedicato a Cittadinanza e Costituzione (che si potrà eventualmente sostanziare solo nei prox anni, quando i percorsi di C &C verranno formalizzati) e un momento finale di visione commentata delle prove scritte.

Stando così le cose, tolte le prove scritte, l’esame diventa letteralmente una Conversazione più che un Colloquio con cui la Commissione si fa un’idea molto generale della … boh!, capacità di improvvisare collegamenti? delle capacità performative dello studente?della capacità di comunicare?

Che sia chiaro: io non sono un nostalgico dell’esame disciplinare, con le domandine sul “fanciullino” o la tettonica a placche! Epperò, all’interno di una scuola che ruota sulle discipline, quell’esame aveva un suo senso: testava il livello di preparazione complessivamente raggiunto nelle discipline esaminate, livello certificato da una commissione mista di esterni/interni. La performance complessiva dello studente veniva poi valutata a livello “impressivo” dalla Commissione; valutazione che, qualche volta almeno, non rispecchiava neanche la carriera scolastica dello Studente (a vantaggio dell’esaminando, ma anche a svantaggio dello stesso), il che dava un “perchè” all’impegno dello studente nella preparazione all’esame di stato.


Queste considerazioni le avevo scritte prima di fare l’esperienza diretta del nuovo esame di stato, ed ecco di seguito le mie impressioni, frutto anche delle testimoninaze di altri colleghi che hanno avuto esperienze simili.

La nuova prima prova

Bisognava che tutto cambiasse perché rimanesse tutto uguale. Tanta agitazione per le novità delle tracce B e C, per ritrovarsi alla fine con i soliti vecchi temini. Devo essere sincero, al di là dei temi offerti alla riflessione degli studenti (apprezzati sulla stampa, ma, a mio avviso, come negli anni passati del resto, molto didascalici e “a tesi”), le tracce e le consegne offrivano poco o nulla necessità di dispiegare abilità e competenze argomentative degli studenti; nè in sede di analisi (i testi offferti all’analisi erano più espositivi che non argomentativi in senso stretto), ma neanche in sede di argomentazione vera e propria, lasciando al candidato la possibilità di dire quello che volevano intorno al tema proposto. Il risultato è stato deludente: banalità trite e ritrite; tesi proposte nelle tracce parafrasate e ripetute ad infinitum; commenti personali, a partire dagli spunti offerti, superficiali quando non del tutto lontani dallo “spirito”, se non dalla “lettera” del testo analizzato.

Le buste

Le tre buste sono una pensata estemporanea e fallimentare, oltre che diseducativa. Innanzitutto, rafforzano l’impressione che sia tutta una questione di «fortuna», quella di pescare l’innesco giusto o ricco di potenziali collegamenti; in più, i collegamenti potenziali, pensati o immaginati dai docenti, non sempre (quasi mai?) vengono colti e sviluppati dagli studenti (come è naturale che sia, dato che la mente in ognuno di noi connette e collega in modo “personale” le informazioni via via che le riceve); gli studenti, poi, dovrebbero sviluppare collegamenti “intelligenti” nel pieno di una “tempesta emotiva” (è stato piuttosto comune vedere studenti, normalmente sicuri ed estroversi, “tremare” mentre aprivano le buste); infine, le frasi, i passi, le immagini-innesco (quando non “balzane”) spesso risultavano significative per il proponente, ma non sempre per il candidato.

No domande

Molti presidenti di commissione hanno vietato ai commissari di fare domande per non ritornare alla vetusta prassi degli esami passati, in cui l’esame si trasformava in un’interrogazione disciplinare multipla (qualche volta con annessa lezioncina di recupero). Tuttavia, una cosa è “interrogare”, altro fare domande “socratiche” per guidare la, o offrire spunti di riflessione al candidato, come si fa in ogni comunicazione interattiva di tipo conversazionale.

Il risultato è stato che il candidato, abbandonato a se stesso, diceva le prime cose che gli venivano in mente, spesso dette in modo superficiale, senza che si riuscisse a capire se, opportunamente sollecitato, il ragazzo sarebbe stato in grado di dire qualcosa di più. Un dialogo dovrebbe poter permettere di sondare la capacità dello studente di utilizzare le risorse culturali acquisite per sostenere un confronto su uno o più temi affrontati nel corso dei suoi studi. Da rivedere.

ASL e Cittadinanza e Costituzione

Bene, infine, valorizzare i percorsi significativi di Alternanza scuola-lavoro; mentre, sospendo il giudizio sul momento dedicato a C&C che al momento non si capisce cosa dovrebe “testare” (quali conoscenze e abilità) e come valutare le “competenze” acquisite.


Un bilancio

Il nuovo esame di stato rende palese alcune cose che fino a ieri erano evidenti ai più, ma misconosciute: primo, il totale distacco fra le intenzioni dichiarate della scuola italiana (gli obiettivi formativi, così come declinate nei vari PECUP) e la realtà delle prassi didattiche; fra una scuola delle competenze dichiarata e la realtà di una scuola che, sostanzialmente, ruota attorno a saperi disciplinari, nozionistici e a compartimenti stagni (che nel nuovo esame fra l’altro ormai contano poco); secondo, il fatto che il nuovo esame di stato certifica l’imbarazzante verità che la scuola italiana, al netto delle intelligenze e dei talenti naturali, fornisce una formazione generica, un sapere appiccicaticcio e superficiale, a fronte di ore ed ore passate a scuola ad inseguir le nubi. Del resto, abituati a “ripetere” formule e frasi fatte imparare a memoria come pretendere che gli studenti si improvvisino “pensatori critici” il giorno dell’esame?

Di questa realtà, di questa ambiguità non risolta, è testimonianza la stessa “doppia” valutazione finale dello studente: una valutazione disciplinare ottenuta con i metodi e i metri tradizionali (interrogazioni e verifiche scritte, ma anche impegno nello studio, costanza e interesse per la disciplina) e che trova rispondenza nei voti finali delle discipline così come si ritrovano in pagella; una seconda valutazione (che è quella dell’esame vero e proprio) che (almeno in una sua parte importante) prende in considerazione il “bagaglio culturale” dello studente, la sua “cultura generale”, la sua formazione complessiva.

Le due valutazioni convivono senza intrecciarsi e senza nemmeno convergere. La prima attesta se lo studente si è impegnato nello studio e la sua resa nelle discipline nel corso degli ultimi tre anni. La seconda attesta le capacità, quello che è in grado di farci con ciò che ha appreso, sedimentato e fatto a scuola.

Ed è questo il problema: il nuovo esame di stato ha, se non altro, messo a nudo il re, perché le performance della media degli studenti evidenziano come con quello che hanno appreso a scuola sono capaci di farci veramente poco.

Non sono pochi quelli che raccontano di esami imbarazzanti per la pochezza delle conoscenze disciplinari, superficiali e mal digerite di cui dà prova la maggioranza degli studenti; imbarazzanti per i collegamenti improvvisati e banali (spesso ripetitivi), quando non del tutto assurdi (effetto “tiro al bersaglio” di egnimistica memoria).


A fronte di questi deludenti risultati accade, però, che questi stessi studenti, che fanno figure barbine durante il Colloquio, hanno spesso già superato test d’ingresso in facoltà impegnative di università prestigiose; probabilmente anche loro (come molti dei loro fratelli e sorelle hanno già fatto negli anni passati) riusciranno a laurearsi, a imparare le lingue (che pure biascicano all’esame), e ad avere carriere professionali significative ed anche importanti (come negli anni è successo a tanti miei ex studenti che pure non avevavo brillato a scuola/o all’esame finale). E allora ti viene da chiedere: com’è possibile?

L’unica spiegazione che mi viene in mente è che ad essere “insensata” è la scuola generalista del “di tutto un po’ per tutti”. È “contronatura”: le persone si attivano quando sono motivate ed interessate; non esiste più (e forse non è mai esistita!) una generica motivzione allo studio, a farsi una cultura, al sapere per il sapere. Nella scuola di ieri la motivazione era “estrinseca”: la bocciatura; lo studio estivo per i rimandati a settembre; le “punizioni” della famiglia. Oggi queste motivazioni estrinseche hanno perso “peso”: le punizioni non sono più la “norma”, ma l’ “eccezione”.

Non dico che questo sia un male; dico solo che si è lasciata la vecchia scuola generalista senza il palo di sostegno che la teneva in piedi: la motivazione estrinseca.

Ma la cosa più importante è che di questa scuola generalista la società di oggi non sa che farsene. Non c’è più domanda di una una formazione “generalista”e non c’è bisogno e/o urgenza di formarsi ad una cultura generalista (malgrado i “reazionari” e i “populisti” del mondo-docente — eh sì esistono anche quelli — insistano per un ritorno — e quando c’eravamo dipartiti?- alle discipline).

Perché impedirci di sognare?

Paradossalmente, il nuovo esame nel colloquio/conversazione richiede proprio questa solida “cultura generale” che, però, non c’è più (se mai c’è stata), sostituita da quel nozionismo appiccicaticcio e superficiale di cui parlavamo sopra, ma di cui non c’è domanda.

Questa richiesta di cultura generale e di connessioni interdisciplinari, forse,spingerà gli studenti a scapicollarsi per approfondire tutte le discipline in vista del nuovo “colloquio”; e/o, forse, spingerà noi docenti a cambiare la nostra didattica, puntando le nostre programmazioni verso le “intersezioni” e gli “snodi” interdisciplinari. Forse!

Perché impedirci di sognare?