Il discorso pubblico: uno scontro tra narrazioni ad uso dei nostri meccanismi cognitivi

Riflessioni sul caso Sea Watch

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Il discorso pubblico non è altro che uno scontro tra grandi narrazioni ad uso dei nostri meccanismi cognitivi per la valutazione di fatti, eventi e le conseguenti prese di decisione. Una volta compresi quali sono i meccanismi cognitivi di base (gli schemi), quali “cose” dette o fatte fanno scattare la credenza, la valutazione o la presa di decisione, e quali cose, invece, li inibiscono, al politico di turno non rimane altro da fare che riempire gli spazi, i vuoti con i “tratti”, con i particolari essenziali. I fatti sono stupidi senza le interpretazioni, diceva Nietzsche assieme a tanti altri.


Lo ha ben compreso Ezio Mauro in un suo articolo sul caso della Sea Watch.

“Funziona così: c’è un fatto, poi c’è l’uso politico di quel fatto, che lo trasforma, in una trasposizione quasi teatrale. La vera questione è che noi cittadini consumiamo questa trasformazione, non la realtà. Tutti: il dibattito politico, l’informazione, anche le istituzioni. Figuriamoci l’elettore, che è il destinatario finale di questo accumulo d’interpretazioni e di strumentalizzazioni che si sono via via aggiunte alla vicenda originaria, deformandola.”

Il problema che a Mauro sfugge è che mediamente tutti noi (intellettuali o ignoranti uomini della strada) abbiamo bisogno di inserire i fatti in dei frames narrativi che ci consentano di valutare i fatti e prendere posizione: tutti indifferentemente a Destra come a Sinistra “trasformiamo in una trasposizione quasi tetrale” i fatti. La cosa interessante è vedere come l’inetrpretazione di “sinistra” pur adottando gli stessi frames narrativi di base, incornici e valuti i fatti in modo diametralmente opposto all’interpretazione di destra.

Ne avevo già parlato in un altro post. Tutti i discorsi pubblici raccontano una “storia”; impongono una narrazione: c’è un cattivo (o più cattivi) che opprime una Vittima (che ha subito ora, prima, nel passato, non è importante) e c’è un Eroe (il Buono) che si erge (o si dovrebbe ergere) per difendere la Vittima di turno (con l’aiuto di qualcuno); è costretto a farlo perchè è giusto e perchè è necessario, perchè è vantaggioso (alla fine ci sarà un premio); per farlo deve sopportare fatica, rischi e danni di qualche tipo; ma alla fine la vittoria arriderà all’eroe: perchè il Bene vince sempre e il Male perde!

Sono archetipi narrativi che sembrano inscritti nei nostri circuiti neurali e e sono pressochè universali nelle strutture di base (vedi G. Lakoff, Pensiero politico e scinza della mente, Mondadori 2009).

Funzionano anche da schemi esplicativi che, è vero, ipersemplificano la realtà, ma ci forniscono emozioni e giudizi immediati. Tanto da venire sfruttati da films e serie televisive: l’Eroe ( il Bene) lotta sempre contro il Male (il cattivo di turno, che può esser chiunque lo spettatore riconosca facilmente: il terrorista, il serial killer, la multinazionale cattiva ecc.). La storia suscita così immediate reazioni emotive negli spettatori.

Affinché, di volta in volta, si vestano o si attribuiscano i “ruoli” del Cattivo, dell’Eroe, della Vittima, ecc., occorre “costruire” i tratti che li definiscono. Il “Buono” per esempio è qualcuno (di volta in volta “giovane” — e quindi pieno di energia- o “maturo” — e quindi “paterno”) che protegge le vittime, incapaci di farlo da sé, con mano ferma e ad ogni costo; lotta contro il cattivo di turno (e qualche volta anche contro i propri “demoni”), sottoponendosi a rischi, insulti, danni fisici…; deve essere onesto e disinteressato, umile, uguale alle vittime (che in esso devono rappresentarsi) e, nello stesso tempo, con qualcosa in più; leale, rispetta l’amicizia e non la tradisce; rispetta gli impegni presi; è profetico, perchè vede meglio il futuro e sa indicarci la strada verso la salvezza e la nostra felicità (benessere, giustizia ecc.). Al contrario il “Cattivo” è astuto, nasconde i propri sordidi interessidietro buone intenzioni; rapace e profittatore, è avido e interessato; malvagio, vuole il male per il male e cospira sempre contro le vittime; disonesto, non rispetta mai i suoi impegni; è sleale. La “Vittima” infine, è sempre incolpevole, innocente, mai responsabile delle sue disgrazie; subisce le conseguenze del prepotente, disonesto, profittatore, malvagio di turno; indifeso ed inerme, ha bisogno di un eroe che si erga a suo difensore e che lo trascini fuori dal baratro in cui i cattivi lo hanno fatto predcipitare.

Ebbene, perchè si vestano i panni di uno degli attori bisogna trovare fatti, evidenze, interpretazioni, che confermino questi tratti; e se non li si trovano, li si inventano a tavolino, o si ricercano fonti e pseudo autorità (per quanto implausibili o prive di credito) che le sostengano.

Chi sceglie una narrazione è continuamente alla ricerca di conferme (per quanto assurde, incredibili e bislacche siano) che lo rinsaldino nelle sue convinzioni.

Prendiamo la narrazione sui migranti: le vittime sono sempre gli Italiani ; i cattivi sono di volta in volta i migranti che vogliono imporci la loro presenza, a nostre spese e pretendendo diritti che non hanno; le ONG che aiutano (volontariamente o involontariamente) i trafficanti; l’Europa, di volta in volta rappresentata da un paese “ostile”: la Francia, la Germania, l’Olanda ecc.; gli eroi sono Salvini e Di Maio (più il primo che il secondo) che si ergono a difesa degli italiani-vittime e si scontrano, anche prendendosi il peso degli improperi e delle critiche dei Buonisti di ogni risma, e le accuse della magistratura…. ma continuando a tenere dritto il proprio progetto visionario: salvare le vittime dal Male.

Volete cambiare scenario? Prendiamo la Narrazione dei gialloverdi sui problemi economici dell’Italia. Le vittime sono sempre gli Italiani, i carnefici di volta in volta l’Europa, le Istituzioni finanziarie, le Banche, le famiglie imprenditoriali…; i loro aiutanti Renzi e il Pd; gli Eroi, sempre gli stessi …. Loro.

Perchè i nemici possano entrare nel ruolo del Cattivo occorre costruire i tratti negativi: a questo servono le campagne di informazione/disinformazione e di denigrazione dei nemici di turno. Ma Qualsiasi cosa va bene (falsa o vera che sia) se serve a sostenere la narrazione. Basta pensare alle fake news rilanciate dai populisti sugli immigrati o alla polemica sul colonialismo francese….

Le narrazioni archetipiche funzionano sempre, perché, come dicevamo sopra, sono già dentro di noi, perchè ci spiegano con una logica elementare ciò che accade intorno a noi (spesso molto complesso) in modo semplice e comprensibile per noi; perchè ci tranquillizzano, in quanto pensiamo di avere il “controllo” della situazione che ci mette a disagio (viviamo un disagio -pensiamo al disagio psicologico di chi, educato ai valori cristiani dell’amore per il prossimo, della carità ecc., si trova a combattere nella propria coscienza contro i sentimenti di odio, di aggressività, di intolleranza ed egoismo verso il prossimo- qualcuno ci spiega cosa sta succedendo, di chi è la colpa; ed abbiamo qualcuno che sta lavorando per proteggerci e che dobbiamo aiutare in qualche modo (anche solo sostenendolo)); perchè ci mettono a disposizione emozioni e giudizi chiari su come valutare i fatti, gli eventi e i personaggi (a seconda del ruolo che interpretano).

Contemporaneamente, una volta identificato il Nemico, il “cattivo” di turno, su di lui si scaricano tutte le emozioni negative (odio, rabbia, aggressività) fino alla vera e propria disumanizzazione.

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Questi meccanismi sono ben esemplificati nella ricostruzione di E. Mauro

I Fatti

Ezio Mauro riporta i fatti con essenzialità e in modo, io credo, “obiettivo”:

La nave di una ONG tedesca ha soccorso 43 persone al largo della LIbia e ha rifiutato di riportarli da dove erano partiti, basandosi sul giudizio dell’ONU che non riconosce la Libia come porto sicuro, viste le torture, gli stupri, i campi di detenzione.

Sea-Watch è rimasta in attesa 14 giorni. Una visita medica ha disposto lo sbarco di 11 persone, tra cui donne incinte e bambini. Il ministro dell’Interno ha schierato le motovedette, negando l’autorizzazione a entrare in porto.

La Corte Europea dei diritti dell’uomo ha deciso di non intervenire perché per gli altri migranti rimasti a bordo non esiste un immediato pericolo di vita e ha chiesto al governo italiano di farsi comunque carico del problema.

Arrivati al quindicesimo giorno, con le persone allo stremo delle forze, la capitana di 31 anni della nave, Carola Rackete, ha annunciato la decisione di entrare nelle acque territoriali italiane, violando le norme per una necessità impellente, in quanto non era più in grado di garantire la sicurezza sanitaria delle persone a bordo. La sua comunicazione alla Capitaneria è stata semplice:

“Li porto in salvo.”

Su questi fatti si sono create due narrazioni antitetiche.

Intanto la questione si presentava, come spesso nel discorso pubblico, sotto una duplice diensione: una dimensione etica (Ha fatto bene o ha fatto male?); una giuridica (è giusto violare le leggi di uno stato di diritto?; è legittimo impedire l’attracco in un porto sicuro ad una nave che ha solo salvato decine di persone dalla morte?) e una politica (Dobbiamo impedire a tutti i costi qualsiasi arrivo sul suolo italiano di immigrati irregolari?).

Queste le domande a cui dare risposta per prendere una posizione razionale sulla questione.

Ma questo è solo un aspetto della questione. L’altro è più fondamentale a mio di vedere riguarda i meccanismi retorico-argomentativi utilizzati dagli uni e dagli altri per sostenere le due opposte narrazioni (pro e contro).

Due opposte narrazioni che mettono insieme schemi interpretativi opposti degli attori, delle loro azioni e delle conseguenze. Tutti schemi interpretativi che hanno la funzione di “innesco” per le nostre valutazioni e a cui non si sottrae, a mio avviso, lo stesso articolo di Ezio Mauro, che non si accorge di stare portando acqua ad una interpretazione narrativa contraria, parimenti artificiosa.

Molti commentatori i sono focalizzati sulle prese di posizione dei Leader dell’uno e dell’altro schieramento, ma è senza alcun dubbio, molto più rivelatore leggere i commenti postati dai partigiani dell’una e dell’altra fazione sui Social.


Digressione. Si tende a demonizzare i Social, con le parate di post o tweets di tutti i tipi, visti come una sorta di paranza dei commenti triviali e di pancia. Eppure i Social da un certo punto di vista funzionano come una sorta di “intelligenza collettiva”, in cui ogni singolo utente non si limita ad assentire alle, e rilanciare le argomentazioni altrui, ma contribuisce, anche, con il proprio punto di vista, con i propri argomenti, a costruire una narrazione articolata e complessa, che fornisce argomenti anche nuovi, spunti, fatti (veri o fakes) che danno risposte e colmano buchi esplicativi.


L’analisi di E. Mauro coglie in pieno alcuni elementi del processo creativo (l’invenzione dei tratti utili ad attribuire i diversi ruoli: il buono, il cattivo, la vittima ecc.) della narrazione di destra.

A questo punto di sono realizzate tutte le condizioni dell’ideologia salviniana. Occorrevano ancora due travestimenti. Il primo per truccare la nave ONG nell’avamposto di una minaccia epocale, sospesa sul nostro paese e su tutta la civiltà europea.

Per ottenere questo risultato era necessario smaterializzare la dimensione e la portata reale della vicenda, col suo carico di 42 disperati in un mare che ha già visto 2555 sbarchi nei primi mesi di quest’anno, con circa 300 persone arrivate a Lampedusa soltanto nell’ultimo mese.

Il secondo travestimento è quello del ministro dell’interno impegnato in una funzione addirittura “sacra”: la difesa dei confini nazionali: che si tutelano in Europa, dove Salvini è assente, cambiando le norme, non chiudendo il mare.

Ma adesso si poteva mandare in scena, a reti unificate, lo scontro tra l’Italia tutta intera, rappresentata da Salvini, e la nave fantasmatica che porta con sé non persone che scappano dalla miseria e dalla violenza, ma l’incubo dell’«invasione», anzi della «sostituzione» degli immigrati africani, neri e musulmani, al posto dell’italiano bianco e cristiano.

Una nave, per di più comandata d una donna, da mettere dunque immediatamente alla berlina, perché «crucca e figlia di papà che si sente in colpa perché bianca»,come titolava ieri un giornale.

Secondo il Vice presidente del Consiglio

«una sbruffoncella»,«pagata da non si sa da chi e che la pagherà fino in fondo: fallo a casa tua il volontariato».

Per i migranti disprezzo:

«È iniziata la stagione». I prossimi possono andarsene in Costa azzurra oppure a Mikonos, o anche a Ibiza. Oppure vadano un po’ ad Amsterdam, un po’ a Berlino, e quel che avanza a Bruxelles. Nessuno può pensare di fare i porci comodi suoi, mi sono rotto le palle».

Per l’Europa, vendetta, con la minaccia di non identificare più i migranti che arrivano in Italia in modo da lasciarli liberi di chiedere asilo ovunque aggirando gli accordi di Dublino, e con il progetto di alzare il primo muro italiano di filo spinato con la Slovenia per impedire arrivi dai Balcani.

Dopo avere indicato alcuni degli elementi della narrativa salviniana Mauro chiude da commentatore “illuminato” (nel senso dell’illuminismo) che ritiene che le convinzioni passino e debbano passare attraverso la Ragione (i “concetti” e/o le “buone ragioni”):

Con queste parole in cui non c’è un concetto, e la politica è ridotta a slogan, si inaugura l’estate della politica italiana ….

Quello che Mauro non comprende è che le narrazioni funzionano anche (e meglio) in totale assenza di “concetti”, l’mportante è tratteggiare e assegnare i ruoli. Per questo occorreva svilire la nobiltà dell’atto, attaccando la figura di chi l’ha fatto (le presunte “colpe”, quelle che fanno breccia in certa opinione pubblica di destra: l’essere donna, una figlia di papà, il tradimento della propria “razza” — sentirsi in colpa per il fatto di essere bianca-, i suoi moventi e quelli della sua ONG — economico-affaristici o politici) assegnare il ruolo di “vittima” non ai migranti, ma agli italiani (che non possono essere padroni dei propri confini)

Il dibattito fra narrazioni di destra e sinistra ruota a questo punto sulla legittimità di asssegnazione di un tratto piuttosto che di un altro: la capitana ha agito in stato di necessità o per libera scelta? E’ una ricca ragazza annoiata che fa volontariato per noia e per una facile guadagno (i fanatici non vedono le contraddizioni nei loro argomenti: è una ragazza ricca e annoiata; ha fatto quello che ha fatto perche è prezzolata!); o una ragazza benestante, plurilaureata e plurilingue che per amore verso gli ultimi ha scelto di guidare la nave di una ONG con un salario da fame; ha forzato il blocco per il bene dei suoi passeggeri, o perchè arrogante e prepotente? le leggi che ha violato sono ingiuste e quindi potevano essere violate oppure no? la Sea Watch è una nave pirata o una sorta di ambulanza del mare?

Il modo in cui si risponde a queste domande assegna tratti e ruoli andando a comporre una narrazione organica e coerente che permette alla fine di dare un giudizio e di scaricare emozioni e sentimenti di approvazione o di rifiuto.

Il discorso pubblico diventa così una lotta tra narrazioni antitetiche in cui l’argomentazione razionale gioca un ruolo limitato: le buone ragioni (ragionamenti ed evidenze) colpiscono singoli punti o singoli argomenti, ma non scalfiscono più di tanto la narrazione complessiva, il cui compito non è di convincere (e neanche di persuadere), ma di innescare sentimenti e passioni di approvazione o disapprovazione, di simpatia, o antipatia, di “amore” o di “odio”. Una volta innescata la “passione”, la mente si attacca a qualsiasi “ragione” le venga fornita, per quanto labile o “irragionevole” essa sia.

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