La solitudine degli insegnanti

L’ennesimo lamentoso articolo sugli insegnanti bistrattati

Pietro Alotto Jun 11

Prendiamo una decina di docenti scoraggiati, delusi, critici (in ogni scuola ce n’è sempre qualcuno) ed ecco fatto l’articolo di colore sulla scuola, triste e lamentoso, pieno di recriminazioni sulla società brutta e cattiva, ingiusta contro i poveri insegnanti, su ragazzi storditi dai videogiochi e dagli smartphone, sui politici sordi e ciechi, a tutt’altro interessati.Gli insegnanti che si arrendono e la solitudine in cattedra
Il Corriere della domenica di Marco Imarisio “Caro professore, dovrebbe imparare a comportarsi da adulto”. L’ultimo…www.corriere.it

La Scuola come tutte le istituzioni vive di luoghi comuni. Della Scuola del tempo che fu che era sicuramente meglio; della decadenza del presente (una volta sì che le cose funzionavano!).

Questo degli insegnanti bistrattati dal mondo ingiusto e cattivo è uno di quelli. E molti insegnanti anche intelligenti e capaci cascano nella trappola della lamentosa recriminazione.

Ognuno di noi naturalmente ha qualcosa di cui lamentarsi: del DS inadeguato, dei colleghi che non ti filano, dei genitori che ti tampinano, degli studenti che non ti seguono, del tuo lavoro che non viene apprezzato come dovrebbe, ma anche di un mestiere difficile e logorante come quello dell’insegnante.

La diagnosi è sempre la stessa. La colpa è, come dice il prof Di Luzio nell’articolo citato, di un modello di scuola “confindustriale”, in cui si punta alla “formazione” conforme al mondo del lavoro, invece che alla Cultura:

Nelle tre famose “I” della riforma Moratti, due lettere su tre stavano per impresa e informatica. Tutte le leggi e le direttive approvate negli ultimi anni vanno in direzione di una scuola di formazione, conforme alle esigenze del lavoro. Storia, filosofia, letteratura, persino la matematica, non contano più. Tutto quello che i docenti sanno, non vale nulla. La loro perdita di ruolo e di prestigio comincia con questa impostazione condivisa da ogni forza politica. Tutte le riforme che si sono susseguite negli anni portano a questo modello di scuola che potremmo definire confindustriale, e sono sempre state concepite in modo ossessivo contro gli insegnanti, considerati portatori di un sapere vecchio e inutile, non aggiornati, e additati come ultimi depositari di privilegi ingiustificati.Il fatto è che è sempre stato così, da che mondo e mondo: c’è sempre stato qualcosa che non andava “come avrebbe dovuto” nel mondo; solo i problemi erano diversi.

Queste “politiche” hanno prodotto una domanda al ribasso che ha coinvolto anche gli insegnanti:

La difesa corporativa non si addice a Scotto Di Luzio. «Gli insegnanti italiani hanno interiorizzato questa tendenza al ribasso». Nella sua carriera di docente delle scuole di specializzazione, racconta di trovarsi spesso di fronte ad aspiranti professori che studiano sui riassunti, su Google, come i loro studenti. «Non è colpa loro, ma la preparazione dei giovani docenti ormai è parte del problema. Come se ci fosse un rassegnato adeguamento alla propria perdita di identità».

Che strana inversione del rapporto causale. Il problema della scuola non è “l’impreparazione dei docenti” che si preparano su Wikipedia ( e dell’università che glielo consente), ma della politica sporca e cattiva che non gli chiede nulla di più e che ha fatto loro perdere “l’identità”, per cui loro, “rassegnati”, si preparano ad insegnare sui riassunti!

Il prof. Di Luzio è un docente di Storia della pedagogia, rispettabilissima specializzazione, ma di quale scuola parla? È una scuola immaginaria, di cui si sente spesso blaterare che non esiste, e non c’è mai stata se non negli slogan di qualche ministro e qualche funzionario ministeriale.

Il problema vero è che la Scuola è quella di sempre, mentre il mondo attorno ad essa è cambiato: la società non è più la stessa, gli studenti non sono più gli stessi, il “sapere” non è più lo stesso, la “domanda” di conoscenza è cambiata, mentre una parte del mondo della Scuola continua a rimpiangere una mitica età dell’oro, un “bel tempo che fu” che non ci sono mai stati e a cui ritornare sotto forma di “recupero dei fondamentali”:

La voce degli insegnanti non si sente, perché il ruolo del capro espiatorio, per il quale sono perfetti, non prevede repliche. A loro non viene mai chiesto nulla, perché la loro opinione non deve disturbare il dibattito autoreferenziale della politica. Se qualcuno lo facesse, scoprirebbe una diffusa voglia di semplicità. Non un ritorno al passato, quanto piuttosto il recupero dei fondamentali, principio di autorità, assunzione di responsabilità da parte dell’allievo e delle famiglie, come unica via per ridare dignità e visibilità a chi nella scuola ci lavora

L’articolo si chiude con la sviolinata finale al mestiere più bello (e bistrattato) del mondo:

Per ritrovare un raggio di sole, bisogna scendere a sud. A casa di Maria Franco, che per 35 anni ha insegnato italiano nel carcere minorile di Nisida. C’era anche lei sul palco di Dubai, tra i cinque migliori insegnanti italiani del 2017. Adesso è arrivato il momento dei saluti. «Collocata a riposo per raggiunti limiti di età». Ma rifarebbe tutto. Sentirla raccontare di quando le detenute scrissero dei racconti d’amore, di quando un suo ex allievo diventato pizzaiolo non volle farle pagare la cena, grato dopo anni per l’aiuto ricevuto, restituisce il senso profondo di un mestiere bello e necessario.


Ieri pomeriggio ho letto alcune pagine con mio figlio. Ha appena finito la prima elementare. È entrato a scuola che non sapeva nè leggere né scrivere, perchè non lo abbiamo mai “forzato” a farlo prima; ed oggi, nove mesi dopo, è successo il miracolo: dai primi biascicamenti, alle prime letture incerte fino alla lettura non ancora del tutto scorrevole, ma sempre più sicura di oggi.

La Scuola (ed il suo valido insegnante) ha svolto bene uno dei suoi compiti: insegnare a leggere. È la scuola che funziona: docenti preparati, seri, che credono nel loro lavoro e producono risultati tangibili, in forma di apprendimenti nelle teste dei nostri figli. E di insegnanti così ce ne sono tanti, e ne conosco tanti.

La reputazione sociale dei docenti è nelle mani di ogni singolo docente. È la reputazione sociale della Scuola che deve essere riportata in auge e non, come si dice, mettendoci più risorse, ma dando l’ “evidenza” che dopo un percorso scolastico di 13 anni i ragazzi che escono abbiano conoscenze, abilità, competenze che li rendano capaci di muoversi nel mondo con autonomia e non abbiano bisogno di formarsi studiando i riassunti di Google.