Studiare le argomentazioni dei “maestri” per imparare ad argomentare

La disputa Constant-Kant sul diritto di mentire

Pietro AlottoMay 22

I due gioccatori di scacchi, attribuito a Ludovico Carracci, 1590 ca. | Pubblico dominio

Formarsi sulle argomentazioni del passato può insegnarci molto. È un po’ come studiare le gare di scacchi dei “maestri” per migliorare le proprie strategie.

La nostra competenza nell’affrontare situazioni problematiche è determinata più che dalle nostre conoscenze teoriche, dalla conoscenza delle regole da seguire, dalla nostra esperienza.

In fondo, questa è la base di ogni expertise. L’esperto sia esso un idraulico, piuttosto che uno scienziato molecolare, si muove il più delle volte sulla base di ciò che sa per averlo già affrontato, o averlo già incontrato o averlo studiato. Solo quando si trova davanti a situazioni nuove ha bisogno di ragionarci su, di fare riferimento alla propria enciclopedia di conoscenze e immaginare soluzioni alternative o nuove.

Studiare argomentazioni e dibattiti (casi classici) per imparare strategie.

Il Debate sta sempre più diffondendosi come pratica didattica nelle scuole di tutt’Italia (ed è un bene), tuttavia spesso ci si improvvisa debate senza aver fatto un opportuno training di formazione nell’argomentare e contro-argomentare. E’ come far ingaggiare dei neofiti in gare di scacchi dopo una formazione iniziale di base su come si gioca.

Il risultato è quello di dibattiti approssimativi dal punto di vista argomentativo, dove vince non la più solida argomentazione, ma la migliore performance.

Non è solo perché spesso manca una conoscenza della logica e della tecnica argomentativa, ma anche perché si è fatta poca “esperienza” di dispute reali.

Nel training, oltre alla normale formazione al dibattito dovrebbe, perciò, essserci anche la pratica dello studio e dell’analisi di argomentazioni classiche di “successo”, quelle dei “maestri”.

Esistono dispute e argomentazioni che possono fungere da modello.

La storia della filosofia, ne è piena. Eppure nei manuali di storia della filosofia all’analisi argomentativa e all’analisi delle strategie argomentative dei filosofi si pone poca o nulla attenzione. Si, si, è vero… in filosofia contano di più le domande ecc. ecc. , ma, in fondo, se ci ricordiamo dei filosofi ancora oggi non è tanto, o solo, per le “domande” che si sono posti, men che meno per le “soluzioni” date (sarebbe interessante fare un censimento di tutte le idee e le tesi filosofiche che ancora oggi hanno corso comune nel dibattito scientifico contemporaneo: presumo poche!) ma per i loro tentativi o modi di argomentarle: per gli argomenti che si sono inventati per provarle.

Argomentare non vuol dire solo trovare prove e evidenze, ma sapere cosa cercare, immaginare strategie argomentative e nuovi modi di impostare i problemi al fine di persuadere e convincere. E avere pratica d’uso ed esperienza di argomentazioni e dispute in questo può esserci di grande aiuto.

Persuadere e convincere

Ogni argomentazione può essere ridotta a un semplice schema:ogni Argomentazione nasce da un problema iniziale, da cui si diparte un albero delle domande, a cui segue l’impostazione delle strategie argomentative possibili, per concludersi con la ricerca e la selezione degli argomenti da utilizzare.

Le strategie argomentative sono sempre di numero finito, perchè di numero finito sono gli obiettivi persuasivi che si possono perseguire rispetto ad un dato problema.

Come funziona il meccanismo della persuasione?

E’ un principio fondamentale della persuasione, già scoperto da Aristotele, quello “secondo il quale il persuasore deve solo incanalare la forza delle convinzioni e delle argomentazioni già presenti e attive nell’ascoltatore.” Per capire questo punto vale forse la pena riprendere alcune scoperte fatte dallo psicologo R. B. Cialdini, uno dei massimi esperti nel campo della psicologia della persuasione. L’uomo è un risparmiatore di energie cognitive, utilizza euristiche e scorciatoie di ragionamento, riuscendo a trarre conclusioni da un minimo di segnali parziali ed incompleti, da informazioni sommarie. Secondo Cialdini, gli uomini si ritrovano a vivere in un ambiente sociale enormemente complicato, complesso e mutevole; per muoversi in questo ambiente e prendere decisioni gli uomini dovrebbero conoscere ed elaborare una quantità di dati e informazioni, cui è pressoché impossibile far fronte.

E’ per questo che nel corso dell’evoluzione gli esseri umani hanno imparato a ricorrere a stereotipiprincipi standardizzati, “regolette sommarie per classificare le cose in base a pochi elementi chiave, e poi rispondere senza pensarci su, purché sia presente uno di questi segnali attivanti.” Si tratta di “scorciatoie” indispensabili, in mancanza delle quali “resteremmo paralizzati a catalogare, valutare e calibrare e il momento di agire passerebbe senza ripresentarsi.”

Si tratta di principi utili e che il più delle volte funzionano benissimo, cioè a dire ci permettono di raggiungere i nostri obiettivi in modo efficiente. Ma non sempre. Un principio standardizzato, uno stereotipo che guida la nostra vita di consumatori è quello secondo cui “costoso = buono”: più un articolo è costoso più tendiamo a ritenerlo migliore sotto qualche rispetto di un altro meno costoso. E’ un principio che il più delle volte ci offre una buona guida per fare i nostri acquisti. Il fatto è che anche i negozianti lo conoscono, e possono usarlo a nostro sfavore, aumentando ad arte il prezzo di un prodotto (p.e. durante il periodo dei saldi) per ingannarci.

Un altro principio standardizzato è quello che ci dice di fidarci delle persone che si presentano a noi vestite bene e curate, e di diffidare di quelle che non lo sono.

Ciascuno di noi sa bene quanto sia più facile farsi dare un passaggio se si è vestiti bene, piuttosto che se si è trasandati. Il fatto è che lo sanno anche i truffatori, che perciò si presentano sempre vestiti con cura.

Ma quali sono questi principi psicologici che orientano e dirigono il comportamento umano? Cialdini ne ha individuati sei: coerenza, reciprocità, riprova sociale, autorità, simpatia e scarsità.

Si tratta di principi psicologici che danno vita a delle regole su cui ci appoggiamo per prendere decisioni, giudicare atti e comportamenti. La regola di coerenza, p.e., ci impone di essere sempre coerenti nei nostri atti: una volta che abbiamo preso una data posizione o fatto una certa scelta noi ci impegniamo a essere coerenti con quell’impegno. La regola di reciprocità ci impone di contraccambiare quello che un altro ci ha dato. Avremo modo di ritornare su queste regole più avanti.

A questi sei principi, va aggiunto un principio o regola motivazionale che, secondo Cialdini, fa da sfondo a tutte le nostre scelte: la regola dell’interesse materiale. Per fare smuovere qualcuno e spingerlo a fare qualcosa basta prospettargli un vantaggio, un qualche profitto!

E’ chiaro a questo punto il significato della tesi aristotelica secondo cui “si ottiene il massimo della presa quando si adottano le linee di ragionamento che l’interlocutore è più incline ad accettare e quando si fa appello alle motivazioni che più gli stanno a cuore.” L’effetto della persuasione (se è perfettamente riuscita, altrimenti ci si sente a disagio, ed è facile che si ritorni sui propri passi) su chi la subisce è quello di dare alla “vittima” l’impressione di aver preso la decisione che avrebbe voluto e/o dovuto prendere comunque.

Ma ecco il paradosso: se gli argomenti e le motivazioni che fanno breccia sull’interlocutore sono già presenti in esso, che necessità c’è di argomentare per persuadere?

Il paradosso scompare se immaginiamo le opinioni, i principi psicologici, i principi logici come i tasti di un pianoforte che noi tutti possediamo; allora possiamo dire che la persuasione è come il suonare la melodia giusta, schiacciando i tasti giusti per noi, con l’intensità e i tempi giusti. Non tutte le melodie fanno scattare le molle della persuasione. Alcune lo fanno con più regolarità di altre, alcuni accordi armonici hanno generalmente un effetto persuasivo che altri accordi non hanno. Non è un caso che esistono corsi di addestramento per venditori porta a porta, per pubblicitari, ecc. Le stesse facoltà di giurisprudenza (soprattutto negli Stati Uniti) fanno corsi per i futuri avvocati in cui insegnano loro quali argomenti sono più persuasivi per certi tipi di giurie o di giurati.

Non sempre, però, i percorsi più usuali, gli argomenti generalmente più efficaci riescono a raggiungere l’obiettivo, ecco che allora l’abile persuasore inventerà argomenti nuovi, creerà trame e disegni argomentativi nuovi e originali, inventerà nuove melodie …

E ancora, il paradosso scompare se teniamo presente:

  1. che i principi psicologici, i principi logici, le opinioni sono sì dentro di noi, ma non sempre sono attivi, occorre qualcosa o qualcuno che li faccia scattare o li riporti alla coscienza. Possiamo non renderci conto che una certa regola può essere applicata alla situazione, fino a quando qualcuno non ce lo fa notare.
  2. che non sempre ci rendiamo conto che noi abbiamo opinioni disparate, valori, scopi e desideri che possono essere incompatibili gli uni con gli altri. Far emergere tali incompatibilità, perorare la causa delle opinioni o dei valori “giusti” è compito dell’argomentazione persuasiva.
  3. che non sempre abbiamo avuto occasione di trarre tutte le conseguenze possibili delle nostre credenze, dei nostri valori, scopi e desideri. Trarre le conseguenze “giuste” è il compito dell’argomentazione persuasiva.

Moventi per credere e agire

Per poter persuadere qualcuno a credere o a fare qualcosa occorre avere una qualche conoscenza dei moventi del credere e dell’agire umani. E’ una conoscenza che a livello basilare abbiamo tutti noi, in quanto i moventi sono comuni a tutta la specie. Ci limitiamo perciò a estendere al comportamento altrui i moventi che generalmente spingono noi ad agire o a credere. Un elenco non esaustivo di tali moventi potrebbe essere quello che segue:

Moventi per agire

Coerenza, Utile, Amore, (di Patria, di sé, per gli altri), Benevolenza/Simpatia, Paura, Vantaggio, Giustizia (impegno, dovere, reciprocità, uguaglianza), Vanità, Invidia, Gelosia, Odio…

Motivi per Credere

Vero, Verosimile, Probabile, Possibile, (Fede), Gradito.

Criteri o indizi di verità, verosimiglianza, probabilità, possibilità

Evidenza, Esperienza, Semplice, Consenso, Autorità (autorevolezza, credibilità), Coerenza, Normalità, Economico, Fede (?)…

Chi costruisce un’argomentazione che voglia persuadere qualcuno ad agire in un certo modo o a credere in qualcosa dovrà, in genere, portare argomenti che possano essere ricondotti sotto qualcuna (meglio se sotto più di una) di queste categorie, e/o dovrà riuscire a suscitare una di queste passioni: odio, paura, interesse, simpatia, benevolenza, ecc.


Con il presente inizio una serie di post che dedicherò all’analisi argomentativa di celebri e meno celebri argomentazioni e dispute, aiutandomi con i diagrammi di visualizzazione argomentativa (le argument maps). L’obiettivo è quello di imparare dai Grandi: vederli all’opera nello smontare problemi, escogitare soluzioni, inventare argomenti, utilizzare sofismi e trucchi (eh sì anche i grandi “baravano”), prendere cantonate, fare errori logici….

Lo farò per lo più prendendo gli esempi dalla storia della filosofia, per rimanere in un ambito con cui ho familiarità. Lo farò analizzando le argomentazioni “biotte”, senza contestualizzarle all’interno del pensiero dell’autore o della storia del problema. Lo faccio intenzionalmente, per dispetto alla tradizione storicistica italiana, che ritiene che la bontà di un’argomentazione di un filosofo non possa essere compresa se non si risale ai primi vagiti nella camera da letto in cui sono nati.


Il dibattito Kant-Constant sul diritto di mentire

I. Kant è stato oltre uno dei più grandi filosofi moderni e sicuramente uno dei pensatori più geniali e di grandi intuizioni, anche un abile “dialettico”. Se si leggessero le sue opere più che per le soluzioni e le tesi sostenute, per le argomentazioni costruite e “inventate” per sostenere le sue posizioni, scopriremmo un altro Kant.

Lo possiamo vedere in azione in un suo celebre saggio polemico (o di risposta polemica) dal titolo “Su un presunto diritto di mentire per amore degli esseri umani”*.

Attaccato, con qualche supponenza, da B. Constant in un suo scritto Des rèaction politique, Kant replicò in modo molto piccato con un saggio in cui il filosofo tedesco demoliva il ragionamento di Constant, correggendolo come un professore con un ragazzino, e accusandolo, infine, di essere incoerente.

La questione posta da Constant era in soldoni questa: cosa succederebbe ad una società se certi princìpi morali venissero presi in modo assoluto ed incondizionato, senza tener conto delle circostanze o delle situazioni? Per C. accadrebbe che una società non potrebbe funzionare.

Per provare questa tesi, il pensatore francese fece l’esempio del principio secondo cui si deve sempre dire la verità, quali che siano le conseguenze che ne possono derivare: insomma, il principio secondo cui esisterebbe un dovereassoluto ed incondizionato alla veridicità.

Ebbene, argomentava C., se prendessimo per vero questo principio ne deriverebbero delle conseguenze assurde, come prova quanto affermato da un “filosofo tedesco” (Constant non nomina Kant, cosa che fece indispettire quest’ultimo, n.b.) che arriva a sostenere la tesi assurda secondo cui “sarebbe un delitto la menzogna di fronte a un assassino che ci chiedesse se il nostro amico, da lui inseguito, non si sia rifugiato in casa nostra”.

Constant confutava questo principio con un semplice ragionamento in cui provava che è erroneo sostenere che esiste un dovere incondizionato ed assoluto alla veridicità, ed è quindi giusto dire sempre la verità anche quando questo può danneggiare altri. C. dopo avere fissato i concetti di “diritto” e “dovere”, con un ragionamento in due passaggi arrivava alla conclusione che, (per esempio) non esiste un dovere a dire una verità che danneggia gli altri.

Vediamo la posizione di B. Constant, come riportata nel testo di Kant:

[425] Nell’opera «Le reazioni politiche» di Benjamin Constant (La Francia nell’anno 1797, VI parte, n.1, p. 123) è contenuto il seguente passo:

Il principio morale che dire la verità è un dovere renderebbe ogni società impossibile, se fosse preso in modo incondizionato e isolato. Ne abbiamo la prova dalle conseguenze molto dirette che ha tratto da questo principio un filosofo tedesco, il quale arriva al punto di affermare che sarebbe un delitto la menzogna di fronte a un assassino che ci chiedesse se il nostro amico, da lui inseguito, non si sia rifugiato in casa nostra. 316

A pagina 124 il filosofo francese confuta questo principio nel modo seguente:

Dire la verità è un dovere. Il concetto di dovere è inseparabile da quello di diritto. Un dovere è ciò che, in un soggetto, corrisponde ai diritti di un altro. Dove non ci sono diritti, non ci sono doveri. Dunque dire la verità è un dovere ma solo verso chi ha diritto alla verità. Ma nessun essere umano ha diritto a una verità che danneggia altri.

Qui di seguito la visualizzazione del diagramma di ragionamento:

La strategia argomentativa di Constant è chiara: se basta un solo caso avverso per confutare una proposizione generale, allora se si vuole negare la verità del principio che il diritto alla verità è assoluto e incondizionato, basta mostrare che c’è un caso in cui tale principio non funziona, perché implica qualcosa di falso, assurdo, inverosimile, improbabile, inaccettabile.

Nel caso specifico, Constant è come se dicesse che Kant stesso, proponendo il suo caso come conseguenza del suo principio generale si è dato, in un certo senso, la zappa sui piedi: perché è palesemente “inaccettabile” (per l’opinione comune); e perché ha conseguenze “distruttive” sul funzionamento della società.

Ma Constant fa di più, cerca di mostrare che il principio kantiano è falso, perché si fonda su un errore di fatto: “diritto” e “dovere” sono due facce della stessa medaglia; se esistesse un dovere alla verità assoluta e incondizionata, dovrebbe allo stesso tempo esistere un diritto (di un altro) alla verità assoluta e incondizionata; ma può esistere un tale diritto? E quale ne sarebbe la fonte?

Constant non argomenta e non porta evidenze su questo: si limita ad assumereche nessuno può ammettere che possa essere riconosciuto a qualcuno il diritto ad una verità che egli può usare per danneggiare altri!

La risposta di Kant

Dopo avere presentato la posizione e l’argomentazione di Constant, Kant la demolisce

Qui il proton pseudos [317] sta nella tesi: «Dire la verità è un dovere ma solo verso chi ha diritto alla verità.»

[426] Si deve notare in primo luogo che l’espressione “avere un diritto alla verità” è un discorso senza senso. Si deve piuttosto dire: l’essere umano ha diritto alla sua propria veridicità (veracitas), cioè alla verità soggettiva nella sua persona. Infatti avere oggettivamente un diritto a una verità sarebbe come dire che dipende dalla sua volontà, come nel caso del mio e del tuo in generale, se una data tesi debba essere vera o falsa, cosa che rappresenterebbe una logica davvero insolita.

In questo passaggio Kant gioca un po’ con il suo avversario, attaccando una interpretazione sofistica della tesi di Constant (strategia dell’uomo di paglia) che è palesemente insostenibile: Constant chiaramente si riferisce ad un diritto a che gli altri non gli mentano quali ne siano le conseguenze possibili, non ad un diritto ad essere nel vero che dipenda dalla mia volontà.

La questione viene a questo punto reimpostata da Kant in questo modo:

Quindi la prima questione è se l’essere umano nei casi in cui non può evitare una risposta con sì o no abbia la facoltà di non essere veridico. La seconda questioneè se egli non sia tenuto a essere insincero in una certa dichiarazione a cui lo necessita una coercizione ingiusta, per evitare a se stesso o a un altro un misfatto che lo minaccia.

Un uomo può (“ha la facoltà” di) mentire se costretto a dare una risposta? E secondo: un uomo ha il “dovere” di (“non [è] tenuto” a) mentire se costretto a fare una dichiarazione che può danneggiare un altro?

La risposta di Kant alla prima questione è: assolutamente no!

La veridicità nelle dichiarazioni che non si possono eludere è un dovere formale dell’essere umano nei confronti di ognuno, [318] per quanto grande possa essere lo svantaggio che ne deriva; e anche se non faccio ingiustizia (Unrecht) a chi ingiustamente mi necessita alla dichiarazione, quando la falsifico, tuttavia tramite tale falsificazione, che perciò può anche essere chiamata menzogna (sebbene non nel senso dei giuristi), commetto ingiustizia verso il dovere in generale nella sua parte più essenziale: cioè, per quanto dipende da me, faccio in modo che le dichiarazioni in generale non trovino fede e quindi cadano e perdano la loro forza anche tutti i diritti fondati su contratti — cosa che è un’ingiustizia arrecata all’umanità in generale.

Dunque, definita la menzogna semplicemente come una dichiarazione a un altro essere umano deliberatamente non vera, non occorre l’aggiunta che debba danneggiare un altro, come pretendono i giuristi (mendacium est falsiloquium in praeiudicium alterius). Infatti essa danneggia sempre altri, sebbene non un altro essere umano, bensì l’umanità in generale, in quanto rende inutilizzabile la sorgente del diritto.

L’argomentazione di Kant tralascia la questione del “diritto alla veridicità” concentrandosi sul “dovere di essere veridici”. Tale dovere dice Kant trova il suo fondamento su un principio generale su cui si fonda il criterio della Giustizia in generale (prima formula dell’imperativo categorico, principio di universalizzabilità): violare il principio della veridicità in un caso, mette in discussione il principio più generale del “rispetto dei patti e quindi delle dichiarazioni che li stabiliscono”, su cui si fonda il funzionamento di ogni società (vedi conclusione dell’argomento successivo). Da cui segue che mentire è ingiusto e non è, quindi, una “facoltà” dell’essere umano, perché danneggia “l’umanità in generale, in quanto rende inutilizzabile la sorgente del diritto”.

Insomma, se fissassimo un principio della Ragione che dicesse che è possibile mentire ogni qualvolta ci siano in gioco conseguenze spiacevoli per me o per qualcuno che mi sta a cuore, allora mineremmo il principio su cui si fonda la società umana: il rispetto dei patti, appunto.

Il problema viene così spostato: il problema non riguarda il fatto se possa esistere un’ingiustizia o meno nei confronti di un singolo che avrebbe un presunto “diritto alla verità” (così come Constant aveva impostato la questione: non si commette ingiustizia mentendo, se non c’è un diritto alla verità); quanto il fatto che si commette ingiustizia nei confronti dell’Umanità in generale, minando i principi del funzionamento di una società.

Questa menzogna benevola può anche però diventare punibile per accidente(casus) secondo leggi pubbliche; ma ciò che [427] sfugge alla punibilità solo per caso può essere condannato come contrario al diritto anche secondo leggi esterne. Cioè, se hai ostacolato di fatto con una menzogna uno che stava appunto meditando un tentativo di assassinio, ne sei giuridicamente responsabile per tutte le conseguenze che potrebbero derivarne.

Ma se sei rimasto con rigore nella verità, la giustizia pubblica non può contestarti nulla, qualsiasi siano le conseguenze impreviste. È anche possibile che, dopo che tu hai risposto sinceramente di sì all’assassino che ti chiede se il suo nemico è in casa, questi sia uscito senza farsi vedere, non si sia imbattuto nell’assassino e così il delitto non sia avvenuto; ma se hai detto mentendo che non è in casa e questi è in realtà uscito (però senza che tu ne sia consapevole), qualora l’assassinio andandosene lo incontri e commetta il suo misfatto, tu puoi a buon diritto essere accusato di aver promosso la sua morte. Infatti, se avessi detto la verità, per quanto ne sapevi, forse l’assassino sarebbe stato preso, mentre cercava il suo nemico in casa, dal vicinato accorso in aiuto e sarebbe stato impedito il misfatto.

Quindi chi mente, per quanto benevolmente possa essere disposto, deve rispondere delle conseguenze e pagare per esse, per quanto impreviste possano essere, anche davanti al tribunale civile: perché la veridicità è un dovere che deve essere considerato come base di tutti i doveri fondati sul contratto, la cui legge è resa instabile e vana se solo si concede la pur minima eccezione.

Dunque essere veridici (onesti) in tutte le dichiarazioni è un sacro comandamento della ragione, incondizionatamente vincolante e non limitabile da nessuna convenienza.

Alle considerazioni filosofiche della prima parte dell’argomentazione segue, come si vede, un argomento di fatto, da cui Kant trae conclusioni che sostengono la sua tesi.

Se una persona mente e, indipendentemente dalle sue intenzioni (buone), ne deriva un danno per la persona che pur si voleva proteggere, la legge può punirlo; se al contrario una persona dice la verità, e “casualmente” questo danneggia un’altra persona, la prima non è perseguibile per legge. Da questa considerazione Kant trae la conclusione che anche per le “leggi pubbliche” il bene pubblico della “veridicità assoluta e incondizionata” è superiore alle conseguenze impreviste e imprevedibili del dire sempre la verità.

L’intera argomentazione di Kant può essere diagrammata in questo modo [abbiamo preferito non parafrasare il testo per rendere più localizzabili i diversi argomenti nel testo]:

L’argomentazione permette a Kant così di rispondere negativamente a tutt’e due le questioni che si era posto:

  1. un uomo non può mentire se costretto a dare una risposta, perché commetterebbe ingiustizia nei confronti del’Umanità in generale;
  2. un uomo non è costretto a mentire, anche se dalla sua dichiarazione può venire un danno per qualcuno, perchè non è nella nostra disponibilità sapere come gli eventi si svolgeranno in futuro.

Insomma, mentire è ingiusto e non necessario SEMPRE, mentre è dannosoper la società, che sul rispetto dei patti e, quindi, sulla veridicità delle dichiarazioni, si fonda.


Nella seconda parte del saggio Kant arriva alla resa dei conti con il suo avversario, ricambiando la supponenza con cui Constant lo aveva trattato, e facendogli una lezione, come fa un buon maestro con un cattivo studente.

Saggia e nello stesso tempo giusta è, a questo proposito, l’osservazione del signor Constant sul discredito di simili princípi rigidi, che si perdono in idee presumibilmente irrealizzabili e che sono perciò da respingere.

“Ogni volta che un principio — scrive Constant a p. 123 in basso — provato come vero appare inapplicabile, ciò deriva dal fatto che non conosciamo il principio intermedio che contiene il mezzo della sua applicazione.”

Egli adduce (p. 121) la dottrina dell’uguaglianza come il primo anello che compone la catena sociale: che, cioè (p. 122), un essere umano non possa essere vincolato altrimenti che da quelle leggi alla cui formazione ha contribuito. 319 In una società molto ristretta e chiusa questo principio può essere applicato in maniera immediata e [428] non ha bisogno di nessun principio intermedio per diventare d’uso comune. Ma in una società molto numerosa bisogna aggiungere a esso un nuovo principio che qui presentiamo. Questo principio intermedio è: i singoli possono contribuire alla formazione delle leggi o personalmente oppure tramite rappresentanti. Chi volesse applicare il primo principio a una società numerosa senza accogliere in aggiunta quello intermedio riuscirebbe immancabilmente a produrre la sua rovina. Ma questa circostanza, che testimonia solo dell’ignoranza o dell’inettitudine del legislatore, non proverebbe nulla contro quel principio.

A p. 125 Constant conclude così:

“Non si deve mai abbandonare un principio riconosciuto come vero, per quanto rischioso esso possa apparire.”

(Eppure il brav’uomo aveva egli stesso abbandonato il principio incondizionato della veridicità a causa del pericolo che produrrebbe per la società in sé: perché non era riuscito a scoprire nessun principio intermedio che servisse a evitare questo pericolo — e qui in effetti non se ne può inserire nessuno.)

Il “filosofo francese” — per conservare il suo modo di menzionare i nomi delle persone — ha scambiato l’azione attraverso la quale qualcuno danneggiaun altro (nocet), dicendo una verità la cui confessione non può eludere, con quella attraverso la quale gli fa torto (laedit). Che la veridicità della dichiarazione abbia danneggiato chi era in casa è stato soltanto un caso (casus), non una azione libera (in senso giuridico). Infatti dal suo diritto di esigere da un altro una menzogna a suo favore seguirebbe una pretesa contrastante con ogni legittimità. Anzi, ogni essere umano non ha soltanto il diritto ma anche il più rigoroso dovere alla veridicità delle dichiarazioni che non può evitare, per quanto danneggino lui stesso o altri. Egli stesso, dunque, non fa con ciò propriamente danno a chi lo patisce, bensì lo causa il caso. Infatti egli non è affatto libero di scegliere: perché la veridicità (se proprio non può fare a meno di parlare) è un dovere incondizionato. — Il “filosofo tedesco” dunque non accoglierà fra i suoi princípi la tesi: «dire la verità è un dovere ma solo verso chi ha diritto alla verità» (p. 124): in primo luogo per la sua formula indistinta, in quanto la verità non è un possesso sul quale all’uno possa essere accordato il diritto e all’altro rifiutato; ma soprattutto perché il [429] dovere della veridicità (di questo soltanto si parla qui) non fa distinzione fra persone verso le quali si ha questo dovere e persone verso le quali si possa anche abbandonarlo, bensì è un dovere incondizionato che vale in tutte le situazioni.

[…]

L’autore dice: «Non si deve mai abbandonare un principio riconosciuto — io aggiungo: riconosciuto a priori e dunque apodittico — come vero, per quanto rischioso esso possa apparire.» Qui, però, non si deve intendere il pericolo come pericolo di nuocere (casualmente), bensì di commettere ingiustizia in generale; cosa che accadrebbe se io rendessi condizionato e subordinato a riguardi ulteriori il dovere della verità, che è interamente incondizionato e rappresenta, nelle dichiarazioni, la condizione giuridica suprema, e, anche se con una certa menzogna non faccio ingiustizia a nessuno, ledo però in generale il principio del diritto in considerazione di tutte le dichiarazioni inevitabilmente necessarie (faccio ingiustizia formaliter anche se non materialiter); ciò sarebbe molto peggiore di commettere un’ingiustizia nei confronti di qualcuno perché un’azione simile non sempre presuppone nel soggetto un principio indirizzato a essa.

[…]

Tutti i princípi giuridico-pratici devono contenere una verità rigorosa e quelli qui detti intermedi devono contenere solo una determinazione più precisa della loro applicazione ai casi che succedono (secondo le regole della politica), ma mai eccezioni: perché queste annullano l’universalità per la quale soltanto essi portano il nome di princípi.

Kant tira le conseguenze della sua argomentazione, aggiungendo alcuni ulteriori argomenti, e accusando Constant di aver fatto confusione e di essere stato inconseguente, affermando un principio e non seguendolo.

L’errore.

Constant avrebbe confuso fra un’azione a cui non ci si può sottrarre che (casualmente) danneggia un altro e un’azione che lede intenzionalmente il diritto di un altro. L’uomo non può sottrarsi, “non è libero di scegliere” se mentire o dire la verità, perchè egli “deve” in ogni caso dire la verità; e quindi, in un certo senso, non è “responsabile” delle conseguenze della sua dichiarazione.

D’altra parte (e qui Kant magistralmente capovolge l’argomento di Constant: dal “diritto di chi vuole danneggiare a una dichiarazione verace” al “diritto di chi è perseguitato ad una menzogna che lo favorisce”) non esiste un diritto di esigere da un altro una menzogna a proprio favore.

In secondo luogo, Kant ribadisce che la formula di Constant è priva di senso: “per la sua formula indistinta, in quanto la verità non è un possesso sul quale all’uno possa essere accordato il diritto e all’altro rifiutato; ma soprattutto perché il dovere della veridicità (di questo soltanto si parla qui) non fa distinzione fra persone verso le quali si ha questo dovere e persone verso le quali si possa anche abbandonarlo, bensì è un dovere incondizionato che vale in tutte le situazioni”.

In terzo luogo, Kant accusa Constant di avere sostenuto un principio, quello secondo cui “Non si deve mai abbandonare un principio riconosciuto come vero, per quanto rischioso esso possa apparire”, salvo poi utilizzarne la sua negazione contro Kant, nel momento in cui sosteneva che il principo della veridicità assoluta e incondizionata va abbandonato “a causa del pericolo che produrrebbe per la società in sé”.

Kant fa notare che l’unico pericolo che deve essere evitato, quando si parla di principi, è il pericolo “di commettere ingiustizia in generale”, non quello di poter nuocere a qualcuno.

Gioco, set e partita per Kant.


Il fatto che riteniamo che sia stato Kant ad uscire meglio dalla disputa non vuol dire che Kant avesse ragione e che la sua posizione fosse quella corretta. Anzi, a mio modestissimo parere, è la posizione di Constant ad essere più accettabile, anche se non per le ragioni da lui addotte (il che ci fa riflettere sul fatto che vincere in una disputa non vuol sempre dire avere ragione sul punto in questione, n.b.).

La disputa Constant-Kant cosa ci insegna? Nella disputa abbiamo visto i due contendenti sviluppare una linea argomentativa fondata sui “luoghi” del giusto, dell’utile (o svantaggioso) e del necessario.

Il problema era se il dovere di veridicità assoluta e incondizionata fosse da accettare o rifiutare. Per Constant il dovere della veridicità assoluto e incondizionato di Kant è ingiusto e dannoso e quindi va rifiutato; per Kant, al contrario, il principio è giustonecessario e per nulla svantaggioso, e deve essere posto a fondamento di ogni società che voglia funzionare al meglio.

I due contendenti costruiscono la loro argomentazione a partire da assunti dati per scontati. Constant assumeva che la posizione di Kant sulla questione fosse palesemente (a giudizione del mondo) inaccettabile e cercava di spiegarne la ragione. Kant assumeva come assodati i principi della sua metafisica morale, in particolare il primo: giusto è ciò che la Ragione ci dice essere tale dopo averlo sottoposto a un test di universalizzabilità.

Potrebbe sussistere una società laddove il diritto di mentire fosse riconosciuto? La risposta di Kant è no, perché la società umana non potrebbe funzionare.

Constant la vedeva in modo opposto: potrebbe sussistere una società laddove il dovere di veridicità fosse assoluto e incondizionato? La risposta di Constant è no.

Tutta la disputa ruota attorno a questa questione di fondo. Kant riteneva che una sola concessione sui principi avrebbe demolito l’intera impalcatura (sociale); Constant, riteneva che i principi su cui si regge l’impalcatura (sociale) devono adattarsi alle circostanze e alle situazioni, pena conseguenze assurde o dannose.


*Per una ricostruzione del contesto storico-argomentativo del dibattito Kant-Constant, vedi: https://www.academia.edu/17234234/Mentire_per_amore_dellumanit%C3%A0_agire_deontologico_e_agire_responsabile_a_partire_da_Kant_