La ‘Scuola che c’è’ e la sindrome del Bianconiglio

Credit| The White Rabbit at The Curious Labyrinth | by Paul Beattie

“Povero me! Povero me! Arriverò in ritardo!” (Bianconiglio)

Alla ricerca del tempo perduto

Immaginiamo una persona affamata a cui si propone un buffet ricchissimo di cibi gustosi e appetitosi, ma a cui si pone un’unica condizione: quella di potersi abbuffare, ma in un tempo ristretto, con poco tempo per digerire tra una portata e l’altra.

Ecco la condizione della Scuola attuale mi appare sempre di più simile a questa: allo studente proponiamo un ricchissimo buffet di conoscenze varie e interessanti, ma pochissimo tempo per digerire tra una portata e l’altra.

La scuola attuale spinge lo studente ad “ingozzarsi” di sapere, ma il risultato non è l’obesità, ma l’anoressia. Gli studenti si ingozzano di nozioni su nozioni e, subito dopo, vomitano, pronti per essere ingozzati di nuovo per, di nuovo, vomitare per fare spazio al nuovo “cibo”.

Sembra che l’obiettivo della formazione scolastica sia l’abbondanza di tutto: di conoscenze, di abilità, di competenze. Questa idea infondata, propria del senso comune, che a fronte di una mancanza, di una carenza (nei comportamenti piuttosto che nelle competenze) occorra rispondere con “nuove conoscenze”: sono maleducati, facciamogli studiare educazione civica; fanno cavolate sui Social, facciamogli studiare le ICT, e via così assommando. Perchè questo è il problema: le “nuove” conoscenze da acquisire si sommano ( e non sostituiscono) alle altre che già devono possedere. Questa idea della mente come un contenitore elastico, capace di espandersi all’infinito!

E tuttavia, il vero problema non è la quantità, ma il Tempo. La formazione ha bisogno di “tempo”: tempo per apprendere, ma anche tempo per “assimilare”; tempo per fare pratica ed esercizio; tempo per chiedere e ottenere feedback; tempo per chiedere ed ottenere aiuto, consiglio, supporto. E invece? Invece, nella scuola che c’è dobbiamocorrere, correre, correre, perché siamo sempre in ritardo: correre per finire i programmi; correre per fare il più possibile, e non perchè è utile, ma perché “glielo potrebbero chiedere agli esami!”

E quanto spesso sentiamo dire nei corridoi delle nostre scuole: “devo portare la classe all’esame”, per giustificare la corsa a finire il programma? Per poi scoprire che metà classe ha l’insufficienza in quella disciplina; o vedere alle prove dell’esame di stato metà classe fare figure barbine, a fronte di un programma completato con lode da parte dell’insegnante di turno. Ora, una “classe” è fatta di singoli studenti, e se ne hai perso metà per strada, che senso ha avere completato il programma.

E se correre è un problema, anche “rallentare” può diventarlo. Se “rallenti”, nella consapevolezza che non serve ingozzarli di nuove nozioni, se prima non hanno assimilato le precedenti, rischi che studenti e genitori ti possano accusare di “essere indietro col programma”. Il docente si trova tra due fuochi come il fante della prima guerra mondiale che si trovava di fronte al dilemma: avanzare, ed essere ammazzato dal nemico, o tornare indietro, ed essere ammazzato dai tuoi per punizione?

Ecco, allora, il “Programma”. Il Programma dovrebbe essere qualcosa che io docente “pianifico” sulla base del contesto e degli studenti con i quali mi trovo a lavorare, ma spesso viene vissuto (ed in gran parte, oggettivamente, lo è) come qualcosa di imposto dall’esterno: qualcuno (il Ministero) ha deciso cosa deve essere fatto e in quanto tempo deve essere fatto. Ora, il taylorismo può funzionare in una catena di montaggio, non nella formazione di un essere umano. È come se qualcuno avesse calcolato in astratto i tempi di assimilazione di un contenuto; fissando, sempre in astratto, gli obiettivi di produzione/apprendimento, per ogni anno e per tutto il percorso formativo; per poi pretendere, in concreto, che vengano rispettati tempi ed obiettivi nelle situazioni reali di apprendimento.

Ora, i tempi reali di apprendimento vanno misurati su individui in carne ed ossa: non tutti gli studenti apprendono ed assimilano allo stesso modo; le situazioni di partenza, determinate dal contesto socio-culturale di provenienza degli studenti, alterano i tempi medi di apprendimento-assimilazione (seppure misurazioni astratte come queste siano mai state fatte, o possano essere fatte), sconvolgendo qualsiasi previsione possa essere stata azzardata negli uffici ministeriali. Ne consegue che la “fedeltà al programma” non sempre si concilia con la nostra fedeltà a ciò che veramente conta nella nostra professione: la fedeltà alla formazione dello studente.


Noi docenti ci scanniamo polemicamente tra chi tifa per le “conoscenze” e chi per le “competenze”, chi per “più tecnologie”, e chi, invece, vorrebbe bandirle; quando quello che dovremmo chiedere è: “dateci più tempo, per favore, dateci più tempo!”. Più tempo e, perciò, meno cose da insegnare e imparare.

Questa continua corsa è deleteria per tutto, col bel risultato che ci troviamo studenti di quinta liceo che scrivono come bambini di seconda elementare.

Il problema non è che sanno poco, è che sanno male: sapere di tutto un po’ equivale a non sapere niente di utile o di spendibile. E sanno male, perché abbiamo aumentato a dismisura la quantità di cose da studiare ed imparare. 

Ma il problema, lo ribadisco, non è la QUANTITÀ è il TEMPO. Il tempo non si dilata a piacimento; e se nella stessa quantità di tempo (ma nella vita sempre più iper-connessa dei nostri ragazzi è sempre di meno) io devo imparare sempre più cose e fare sempre più cose, è chiaro che non potrò farlo al meglio.

Questo spiega (forse e in parte) la tendenza di alcuni di noi ad accontentarsi dell’approssimazione negli apprendimenti e nelle abilità dei nostri studenti: un po’ perchè non abbiamo tempo di soffermarci a correggere e a “porre rimedio” alle lacune pregresse (sempre colpa dei gradi inferiori, naturalmente!); un po’ perché, forse inconsciamente, sentiamo di non aver potuto fare il necessario affinchè i risultati fossero migliori.

E allora ecco che, visto che non riesci a farci stare tutto nella mattinata, ti dilati nel pomeriggio con le attività di sostegno o di recupero, o per aggiungere nuove conoscenze, attività e competenze. Ma, ancora una volta, il tempo non si dilata a piacimento: e il tempo del pomeriggio non ci sarà più per assimilare quanto fatto la mattina. Il tempo della scuola è un serpente che si mangia la coda.

Ha senso tutto questo?