Fanatismo e Razionalità nel dibattito pubblico

Pensiero critico e Democrazia

“A great many people think they are thinking when they are merely rearranging their prejudices” — (W. James)

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Che si tratti di religione, di calcio o di politica, le persone, spesso, non ragionano, ma tifano.

Quante delle nostre convinzioni, delle nostre credenze, delle nostre prese di posizione sono frutto di un sincero e ponderato calcolo razionale e quanto frutto di accettazione fideistica?

La questione ha due aspetti: una riguarda la genesidelle nostre credenze e prese di posizione; l’altra lo stabilizzarsidelle une e delle altre.

Si sceglie con chi stare (un gruppo, un partito, un squadra di calcio), in chi credere o cosa credere, una fede, per le ragioni più diverse (accidentali, emotive, ragionevoli, giuste, sbagliate, campate in aria …); ma una volta fatta, questa scelta vincola poi su tutta una serie discelte ulteriori che non facciamo più noi: le scelte che, chi abbiamo scelto, sceglie di credere o di fare.

L’unica finestra d’opportunità per la nostra razionalità è il periodo che precede la nostra “adesione” o la nostra scelta. Seguono, ancora per un po’, tentennamenti, fino a quando la scelta è fatta. A quel punto, investiamo emotivamente su quella scelta; è come se investissimo energia in quella cosa; energia che non va sprecata: la “nostra scelta” diventiamo “noi”.

E succede, allora, qualcosa di cui tutti noi abbiamo fatto esperienza: quando ciò su cui abbiamo investito viene apprezzato, ha successo, “vince”, proviamo piacere, quando viene disprezzato, “perde”, proviamo dolore, fastidio, dispetto.

Ed è del tutto irragionevole la cosa, se ci pensiamo: perché la vittoria elettorale di un tizio del mio partito in una città di cui non so nulla e di cui non mi interesserò più dopo le elezioni mi dovrebbe suscitare piacere? E lo stesso avviene per le vittorie o le sconfitte della nostra squadra del cuore: cosa dovrebbe fregarcene del destino di un gruppo di pallonari strapagati, di una squadra di una città lontana centinaia di km dalla mia, e attaccati alla maglia della squadra come un lavoratore precario al marchio dell’Azienda in cui lavora?

Lo stesso avviene quando la persona o il gruppo in cui abbiamo “investito” viene attaccato: siamo, allora, presi da un senso di fastidio, se non di vero e proprio dolore e odio per chi lo attacca: le vittorie e le sconfitte della nostra parte, diventano le “nostre” sconfitte.

Ed ecco che la scelta di posizione diventa accettazione fideistica: non c’è ragione o obiezione che tenga; non c’è più deliberazione ponderata, ma solo “difesa” e “attacco”. Qualsiasi “ragione” o “giustificazione” diano i Nostri, a noi va bene e le rilanciamo, le facciamo nostre, diventano “nostre”, anche se non ci avevamo mai pensato prima e, in fondo, non sappiamo neanche se sono ragionevoli o “vere” ; qualsiasi ragione o obiezione degli avversari è errata o apertamente in malafede! 

È per questo che con il “tifoso”, come con il fanatico, è impossibile qualsiasi discussione.

I tifosi e i fanatici perdono, letteralmente, il lume della ragione: si corre alla ricerca di “conferme” quali che siano (qualcuno che abbia una qualche “autorevolezza” — un giornalista, un qualche “professore” più o meno noto — che ci fornisca “ragioni” che ci confermino nella nostra posizione — anche se, come dicevo sopra, non ci avevamo mai pensato prima — ); non c’è fallacia logica a cui non si faccia ricorso per acquietare il residuo di razionalità critica non divorato dalla fede (e la cosa curiosa è che siamo molto sensibili alle fallacie altrui e non alle nostre, n.b.); chiunque si metta di mezzo fra i Nostri e “l’avere ragione”, guai a lui!, diventa automaticamente un “venduto”, un poveraccio, un traditore, un nemico delle giuste rivendicazioni e dei giusti diritti dei Nostri!

Gli stessi “fatti” vengono letteralmente “visti” in modi differenti. Lo sanno bene i tifosi di calcio quandono vedonofalli o decisioni ingiuste degli arbitri, dove i tifosi avversari non vedononulla.

Persone fino al giorno prima sconosciute o quasi, se difese dalla nostra parte, diventano immediatamente persone “simpatiche”, piene di tutti i pregi del mondo; persone che fino al giorno prima ci stavano antipatiche, e schifavamo, ora che sono dalla nostra stessa parte, o, adesso, che sono diventati alleati della nostra parte, le rivalutiamo, le difendiamo e acquistano perfino un alone di simpatia.

Insomma, una volta scelto con chi stare o a chi credere, il nostro senso critico deperisce e muore, ed è più forte di noi: le passioni prendono il comando.

La nostra capacità critica viene come congelata; tendiamo ad autoassolverci e a trovar giustificazioni improbabili per le nostre cattive scelte. E il problema è che, in questo modo, siamo pronti a rifare gli stessi errori. Se in passato ci eravamo fidati improvvidamente di qualcuno che ha tradito le nostre aspettative, questo non ci porta a diffidare del nostro giudizio, ma semplicemente ci rivolgiamo a qualcun altro su cui riporre fiducia!

Tutto questo mi lascia sgomento, quando penso che una Democrazia per ben funzionare ha bisogno di persone competenti o almeno passabilmente razionali, non di menti guidate da prese di decisione che sfuggono al controllo della nostra coscienza!