Decision Map’s. Mappe per deliberare e prendere decisioni

Quando la tecnologia sostiene il nostro apparato cognitivo

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La “ragione” è lo strumento da cui noi esseri umani dobbiamo dipendere quando il nostro obiettivo è quello di formarci giudizi che diano affidamento. Le abitudini sono guide efficienti in molte occasioni; l’impulso, casuale o istintivo, spesso sarà allettante, e e talvolta irresistibile. Ma queste e altre basi non razionali del giudizio possono risultare catastrofiche quando, in una sfera qualunque, il nostro benessere dipende dal sapere come stanno davvero le cose, e cosa si può correttamente inferire dai fatti noti.

(I. Copi, C, Cohen*)

Imparare l’arte della “deliberazione”

Quando dobbiamo prendere posizione o decidere cosa pensare o fare abbiamo bisogno di qualcosa di diverso dal, o di più del, semplice “ragionare”.

La “ragione” di cui parlavano Copi e Cohen nel passo sopra citato andrebbe intesa in senso più generale della “ragione” intesa come strumento per fare inferenze. Un ragionamento svolto assomiglia al pensare, come un cadavere ad una persona viva!

Chi riflette, chi medita saggia, tenta ipotesi, ne deriva conseguenze, ne valuta i pro e i contro, ritorna indietro; cerca evidenze e contro-evidenze, ne inferisce ulteriori dati, immagina obiezioni, le esamina, le confuta; subisce il fascino delle analogie, le insegue e così via. La riflessione è un andirivieni, che assomiglia al percorso labirintico o a un nodo autostradale; il ragionamento svolto è un percorso lineare e obbligato, come una strada ferrata: una volta che hai messo il treno sui binari, attivando gli scambi giusti (regole inferenziali) arrivi a destinazione.

Per riprodurre una meditazione abbiamo bisogno di ricorrere al modulo narrativo, perché la riflessione è un cammino che avviene nel tempo, con le sue sequenze spazio-temporali: inizio, fermate, ritorni, riprese, strade senza uscita ecc. Laddove per riprodurre un’argomentazione possiamo ricorrere al modulo espositivo. E’ quello che facciamo quando spieghiamo come siamo arrivati ad una conclusione o perché crediamo giusto quello che pensiamo intorno a un dato argomento.

C’è un nome per questo processo di pensiero non lineare: deliberazione. Quando meditiamo o riflettiamo su un argomento per cercare di stabilire una nostra posizione, non stiamo facendo altro che cercare di arrivare ad una “deliberazione”, ad una decisione in merito a cosa pensare o fare. E lo facciamo discutendo con noi stessi, argomentando pro e contro, mettendoci una volta dalla parte di chi difende e una volta dalla parte di chi attacca.

Deliberare è prendere una decisione intorno a qualcosa da fare, a un comportamento da tenere o a una posizione da prendere intorno ad un dato argomento, dopo avere messo su una bilancia, e pesato pro e contro, valutato le conseguenze, chiarito i termini del problema. La deliberazione può avvenire attraverso una discussione con altri, ma anche nel chiuso del proprio foro interiore: in cui si discute solo con se stessi.

Una deliberazione è quella che, in fondo, chiediamo anche ai nostri studenti quando gli facciamo scrivere un tema d’italiano di carattere argomentativo. Gli diamo tre ore per offrirci, sulla base di qualche considerazione di altri, una propria posizione in merito ad un tema. Gli stiamo chiedendo di darci una deliberazione improvvisata.

Deliberare, cioè prendere decisioni ponderate intorno a ciò che è meglio fare o più verosimile credere è fondamentale nella nostra vita quotidiana, così come nella nostra vita professionale, quando ci troviamo in situazioni in cui non abbiamo a disposizione verità evidenti e previsioni certe.

Gouwenaar -Overleg door Bert Kiewiet nabij NAM-gebouw aan de Schepersmaat te Assen — Public domain

Per deliberare bene (il che non vuol dire prendere sempre la decisione giusta) abbiamo bisogno di conoscenze (evidenze), di chiarezza nelle nostre preferenze, di consapevolezza della possibile interferenza dei nostri “pregiudizi” (bias, emozioni, euristiche) e di buona logica, per analizzare i problemi, per fare inferenze e verificare ragionamenti. Abbiamo bisogno, insomma, di “pensiero critico”; che non entra in azione, perciò, solo in fase di verifica di una posizione, ma anche nella fase precedente.

E’ un processo, infatti, quello della deliberazione, che attiene al contesto della “scoperta”, laddove l’argomentazione attiene al contesto della “giustificazione”. E non si può pensare che il pensiero critico possa ridursi alla verifica delle pretese o delle prese di posizione. Il pensiero critico deve preoccuparsi di sostenere il nostro sforzo cognitivo anchenel contesto della scoperta, nel prendere posizioni razionalmente giustificate o giustificabili.

Una volta stabilita una “delibera” (la via in su), gli argomenti portati per stabilirla, gli argomenti che ci hanno convinto, saranno gli stessi che potremo (ma non necessariamente) utilizzare per difenderla o presentarla agli altri (la via in giù). Ed è vero che, quale che sia il modo in cui arriviamo alla nostra deliberazione, ciò che importa è la verifica/confutazione della stessa (Popper), ma quando le nostre deliberazioni portano a scelte e a corsi di azione, anche curare la fase della “scoperta” è fondamentale, e qualche volta vitale, per le conseguenze, anche pratiche, che essa può avere.


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Insegnare l’arte

Come catturare una deliberazione? Abbiamo già parlato delle argument maps, o mappe di ragionamento. Le mappe di ragionamento o argomentazione sono utili in fase di analisi, quando l’argomentazione (con la sua posizione e gli argomenti a sostegno) c’è già.

Prendiamo l’esposizione del “Cogito ergo sum” di Cartesio tratta dalla Parte quarta del Discorso sul Metodo:

https://en.wikipedia.org/wiki/Ren%C3%A9_Descartes#/media/File:Frans_Hals_-_Portret_van_Ren%C3%A9_Descartes.jpg (Pubblico dominio)

Avevo notato da tempo, come ho già detto, che in fatto di costumi è necessario qualche volta seguire opinioni che si sanno assai incerte, proprio come se fossero indubitabili; ma dal momento che ora desideravo occuparmi soltanto della ricerca della verità, pensai che dovevo fare proprio il contrario e rigettare come assolutamente falso tutto ciò in cui potevo immaginare il minimo dubbio, e questo per vedere se non sarebbe rimasto, dopo, qualcosa tra le mie convinzioni che fosse interamente indubitabile. Così, poiché i nostri sensi a volte ci ingannano, volli supporre che non ci fosse cosa quale essi ce la fanno immaginare. E dal momento che ci sono uomini che sbagliano ragionando, anche quando considerano gli oggetti più semplici della geometria, e cadono in paralogismi, rifiutai come false, pensando di essere al pari di chiunque altro esposto all’errore, tutte le ragioni che un tempo avevo preso per dimostrazioni. Infine, considerando che tutti gli stessi pensieri che abbiamo da svegli possono venirci anche quando dormiamo senza che ce ne sia uno solo, allora, che sia vero, presi la decisione di fingere che tutte le cose che da sempre si erano introdotte nel mio animo non fossero più vere delle illusioni dei miei sogni. Ma subito dopo mi accorsi che mentre volevo pensare, così, che tutto è falso, bisognava necessariamente che io, che lo pensavo, fossi qualcosa. E osservando che questa verità: penso, dunque sono, era così ferma e sicura, che tutte le supposizioni più stravaganti degli scettici non avrebbero potuto smuoverla, giudicai che potevo accoglierla senza timore come il primo principio della filosofia che cercavo.

Pur ricorrendo al modulo narrativo, Cartesio sta spiegando come è arrivato a stabilire il suo primo principio, portando le ragioni che lo hanno convinto ad affermarlo. È, insomma, un resoconto, e possiamo ricostruire la linea del ragionamento con una semplice argument map, in questo modo:

Le argument maps ci possono supportare meno in fase di deliberazione, quando si tratta di esplorare un problema al fine di arrivare a prendere una posizione. La struttura di una mappa di ragionamento standard è questa:

Poniamo una tesi, portiamo ragioni a favore o contro, che, a loro volta, possono essere sostenute da ulteriori argomenti e contro-argomenti ecc.

Una mappa di questo tipo ci permette di catturare una linea di ragionamento, ma non la ricchezza di un’argomentazione complessa, che non è fatta di sole inferenze, ma anche di chiarimenti lessicali, di definizioni, di domande, di conseguenze, di spiegazioni ecc.

Prendiamo le celebri pagine di Cesare Beccaria contro la pena di morte:

Questa inutile prodigalità di supplicii, che non ha mai resi migliori gli uomini, mi ha spinto ad esaminare se la morte sia veramente utile e giusta in un governo bene organizzato. Qual può essere il diritto che si attribuiscono gli uomini di trucidare i loro simili? Non certamente quello da cui risulta la sovranità e le leggi. Esse non sono che una somma di minime porzioni della privata libertà di ciascuno; esse rappresentano la volontà generale, che è l’aggregato delle particolari. Chi è mai colui che abbia voluto lasciare ad altri uomini l’arbitrio di ucciderlo? Come mai nel minimo sacrificio della libertà di ciascuno vi può essere quello del massimo tra tutti i beni, la vita? E se ciò fu fatto, come si accorda un tal principio coll’altro, che l’uomo non è padrone di uccidersi, e doveva esserlo se ha potuto dare altrui questo diritto o alla società intera?

Non è dunque la pena di morte un diritto, mentre ho dimostrato che tale essere non può, ma è una guerra della nazione con un cittadino, perché giudica necessaria o utile la distruzione del suo essere. Ma se dimostrerò non essere la morte né utile né necessaria, avrò vinto la causa dell’umanità.

La morte di un cittadino non può credersi necessaria che per due motivi. Il primo, quando anche privo di libertà egli abbia ancora tali relazioni e tal potenza che interessi la sicurezza della nazione; quando la sua esistenza possa produrre una rivoluzione pericolosa nella forma di governo stabilita. La morte di qualche cittadino divien dunque necessaria quando la nazione ricupera o perde la sua libertà, o nel tempo dell’anarchia, quando i disordini stessi tengon luogo di leggi; ma durante il tranquillo regno delle leggi, in una forma di governo per la quale i voti della nazione siano riuniti, ben munita al di fuori e al di dentro dalla forza e dalla opinione, forse piú efficace della forza medesima, dove il comando non è che presso il vero sovrano, dove le ricchezze comprano piaceri e non autorità, io non veggo necessità alcuna di distruggere un cittadino, se non quando la di lui morte fosse il vero ed unico freno per distogliere gli altri dal commettere delitti, secondo motivo per cui può credersi giusta e necessaria la pena di morte.

Beccaria propone all’inizio della sua riflessione una domanda da cui fa partire la sua argomentazione: qual è la fonte del diritto di punire con la morte (già l’uso del termine “trucidare”: cioè uccidere in modo brutale e violento, ha una valore retorico-argomentativo, che non riesce a rientrare nella mappa)? Si pone quindi una opzione: 1. la pena di morte è un diritto (è giusta); 2. la pena di morte è una guerra della nazione con un cittadino.

Abbandonata la prima opzione attraverso un primo ragionamento, B. sviluppa la seconda, con una risposta ad una domanda implicita: quando la guerra di una nazione contro un cittadino è giustificata? Da qui, poi, si diparte l’argomentazione di Beccaria volta a dimostrare che la pena di morte non è né utile, né necessaria.

Naturalmente, se volessimo ricostruire l’ossatura logica dell’argomentazione potremmo agevolmente farlo:

Ora, quello che qui mi preme sottolineare è che se vogliamo catturare il modo in cui Beccaria conduce la sua argomentazione, come una sorta di messa in comune di riflessioni volte a stabilire una posizione (una deliberazione, appunto), una mappa di ragionamento non è efficace e funzionale: tralascia domande, tralascia opzioni; impedisce, cioè, di visualizzare l’albero delle domande e delle possibilitàscandagliate da chi ha deliberato. Avremmo bisogno di un tipo di mappa diverso, più ricco e complesso.

Le Decision maps

Ebbene, oggi uno strumento per creare questo tipo di mappe ce l’abbiamo: le Decision Maps.

Cosa sono? Decision map è il nome per una tipologia di mappe nata per supportarci nelle nostre deliberazioni e nelle prese di decisione. Tim van Gelder le descrive in questo modo:

La mappatura delle decisioni può essere considerata come appartenente a una famiglia più ampia di tecniche di mappatura che comprende la mappatura mentale, la mappatura concettuale, la mappatura di dialogo, la mappatura degli argomenti e altre. Tutte queste tecniche utilizzano diagrammi box-and-arrow per aiutarci a “vedere” ciò che stiamo pensando. Ognuno di essi ha le proprie regole e convenzioni distintive, ed è quindi adatto a determinate applicazioni ma non ad altre. La mappatura delle decisioni è unica nel suo genere in quanto realizzata appositamente per supportare le decisioni deliberative.[Traduzione mia]

Spesso abbiamo l’illusione di avere il controllo del nostro pensiero e delle nostre decisioni, ma è, appunto, un’illusione. Scrive sempre van Gelder:

La realtà è che le decisioni, soprattutto quelle importanti, sono spesso piuttosto complicate. Per impostazione predefinita, cerchiamo di mantenere e processare questa complessità nella nostra testa. Il guaio è che le nostre capacità cognitive sono limitate in modi cruciali, e possono essere rapidamente sopraffatte. Le considerazioni rilevanti vengono ignorate, e le distorsioni cognitive entrano in gioco. Una mappa decisionale aiuta ad affrontare questo problema registrando il pensiero fuori dalla testa in una forma facilmente analizzabile. In effetti, lavorare con le mappe decisionali è come aggiungere più RAM ad un computer; ci permette di dedicare più risorse cognitive centrali al compito veramente difficile di valutare le considerazioni e scegliere l’ opzione giusta.

Per costruire una decision map io uso un software freemium messo a punto dagli stessi autori di Rationale ( un software per creare Argument maps), che si chiama bCisive.

bCisive è un software con cui realizzare diagrammi che possono aiutare nel , e mostrano in modo chiaro la struttura logica di un processo decisionale (o deliberativo) complesso: le varie opzioni, i pro e i contro, gli argomenti e le prove; e, insieme, come questi pezzi si rapportano logicamente tra di loro.

Si tratta non di un semplice supporto grafico-visuale (di una semplice rappresentazione della conoscenza, per capirci), ma di un vero e proprio sostegno cognitivo per disciplinare il pensiero ( a proposito di tecnologia “inutile”!): supportandoci nell’analisi di opzioni, stimolandoci a porre domande a partire da domande e richiedendo di ricercare evidenze e sviluppare linee di ragionamento.

In questo template, vediamo un modello di Decision map con alcune delle convenzioni grafiche utilizzate:

Convenzioni grafiche di Bcisive

Come le argument maps, le decision maps possono servire, oltre che per pensare in modo disciplinato, anche per analizzare forme complesse di pensiero come le “meditazioni” o le riflessioni filosofiche (un utilizzo possibile, che non era stato pensato dai creatori del software), in modo da prendere consapevolezza di come pensiamo ( e non solo di come ragioniamo) e di come potremmo farlo meglio. Mappe che, con il giusto addestramento, potrebbero essere utili per aiutare i nostri studenti a pensare “meglio”.


Diversamente dalle Argument maps, con il loro andamento lineare, le Decision maps permettono di rappresentare graficamente al meglio l’andamento ondivago del pensiero in fase di “scoperta” e di deliberazione; così come permettono di catturare una discussionefinalizzata a stabilire una posizione o a fare una scelta.

Per capire di cosa sto parlando, prendiamo la Prima delle Meditazioni metafisiche di R. Descartes, un testo in cui il filosofo francese cerca di riprodurre proprio questo andirivieni del pensiero: proponendo evidenze, ponendosi domande, formulando ipotesi, sviluppando ragionamenti, proponendo obiezioni, nuove domande ecc.:

Già da qualche tempo, ed anzi fin dai miei primi anni, mi sono accorto di quante falsità ho considerato come vere, e quanto siano dubbie tutte le conclusioni che poi ho desunto da queste basi; ho compreso dunque che almeno una volta nella vita tutte queste convinzioni devono essere sovvertite, e di nuovo si deve ricominciare fin dai primi fondamenti, se mai io desideri fissare qualcosa che sia saldo e duraturo nelle scienze. […]

Per ottenere questo risultato non sarà d’altra parte necessario dimostrare che <<quelle opinioni >> sono tutte false, cosa che forse non riuscirei mai ad ottenere; ma poiché ormai la ragione mi persuade che bisogna tenere accuratamente lontano ogni assenso dalle convinzioni che non sono assolutamente certe e indubitabili, non meno che dalle proposizioni che sono apertamente false, basterà questa considerazione per respingerle tutte, se troverò in ciascuna un qualche motivo di dubbio. Non le dovrò esaminare quindi tutte in maniera particolareggiata, cosa che richiederebbe un lavoro infinito. Ma poiché, tolti i fondamenti, tutto quello che è edificato sopra questi principi cadrà da sé, affronterò subito proprio quei principi sui quali poggiava ciò che un tempo ho creduto.

Tutto ciò appunto che fino ad ora ho ammesso come vero al massimo grado, l’ho tratto dai sensi o per mezzo dei sensi; tuttavia mi sono accorto talvolta che essi ingannano, ed è atteggiamento prudente non fidarsi mai di quelli che ci hanno ingannato anche solo una volta. Ma, sebbene i sensi talvolta ci ingannino riguardo ad alcuni particolari minuti e marginali, tuttavia vi sono moltissime altre opinioni delle quali non si può chiaramente dubitare, sebbene siano desunte da essi; come ad esempio che io sono qui, sto seduto presso il fuoco, indosso la mia vestaglia invernale, tocco con le mani questo foglio, e cose simili. Ma in che modo si potrebbe negare che proprio queste mani, e che tutto questo corpo sia mio? A meno che non mi consideri simile a quei pazzi il cui cervello è turbato e offuscato da un vapore così ostinato, proveniente dalla bile nera, che essi affermano con tenacia di essere dei re mentre sono poverissimi, oppure vestiti di porpora mentre sono nudi […]. Ma costoro sono pazzi e, se adattassi a me un qualche esempio preso da loro, non sembrerei meno pazzo io stesso.

Benissimo dunque; come se non fossi un uomo che è solito dormire la notte, e nei sogni provare tutte quelle immagini, e talvolta anche meno verosimili di quelle che provano costoro da svegli. Quante volte poi il riposo notturno mi fa credere vere tutte queste cose abituali, ad esempio che io sono qui, che sono vestito, che sono seduto accanto al fuoco, mentre invece sono spogliato e steso tra le lenzuola! Eppure ora vedo con occhi che sono sicuramente desti questo foglio, questo mio capo che muovo non è addormentato, stendo questa mano con pienezza di sensi e di intelletto e percepisco: chi dorme non avrebbe sensazioni tanto precise. Come se poi non mi ricordassi che anche altre volte nel sogno sono stato ingannato da simili pensieri; e mentre considero più attentamente tutto ciò, vedo che il sonno, per sicuri indizi, non può essere distinto mai dalla veglia con tanta certezza che mi stupisco, e questo stupore è tale che quasi mi conferma l’opinione che sto dormendo.

Orsù dunque, immaginiamo di sognare e che non siano veri questi particolari che cioè noi apriamo gli occhi, muoviamo la testa, stendiamo le mani e che forse non le abbiamo neppure le mani, e nemmeno tutto questo corpo. Tuttavia di sicuro bisogna ammettere che quel che ci appare nel sogno richiama alcune immagini dipinte, che non hanno potuto essere rappresentate se non ad immagine delle cose vere e reali, e perciò almeno queste cose generali, gli occhi cioè, il capo, le mani e tutto il corpo, non sono oggetti immaginari, ma veri e reali.

E infatti gli stessi pittori, anche quando si adoperano a rappresentare nelle forme più inusitate le Sirene ed i Satiri, non possono loro assegnare delle forme naturali completamente nuove, ma si limitano a mescolare insieme le membra di diversi animali; se poi si dà il caso che essi escogitino anche qualcosa di così nuovo che niente di simile sia mai stato visto, o che sia completamente artefatto e falso, tuttavia devono essere veri almeno i colori, con i quali compongono questa loro immagine.

E per un uguale motivo, sebbene anche tutte queste cose generali, cioè gli occhi, il capo, le mani ed altre cose simili, possano essere immaginarie, tuttavia bisogna ammettere necessariamente che vi sono ancora delle cose più semplici e universali, che sono vere ed esistenti, dalla mescolanza delle quali, così come dalla mescolanza dei colori veri, sono formate tutte queste immagini delle cose che sono nel nostro pensiero, siano esse vere e reali, oppure finte e immaginarie.

Di questo genere sembrano essere la natura corporea comunemente intesa e la sua estensione; allo stesso modo la figura delle cose estese; ed allo stesso modo la loro quantità, la loro grandezza ed il numero; ugualmente il luogo nel quale si trovano, il tempo in cui durano e simili.

E perciò da questo potremo con qualche ragione concludere che la fisica, l’astronomia, la medicina e tutte le altre discipline che dipendono dalla considerazione delle cose composte, sono certo dubbie; mentre l’aritmetica, la geometria ed altre scienze di tal genere, che non trattano se non di cose semplicissime ed oltremodo generali, e poco si curano se esse si trovino nella natura o no, contengono qualcosa di certo e di scevro da ogni dubbio. Infatti sia che io sia sveglio, sia che dorma, due più tre fanno cinque e il quadrato non può avere più lati di quattro; e non sembra che possa accadere che verità tanto evidenti cadano in sospetto di falsità. […]

Abbiamo riportato solo un estratto per evidenti ragioni di spazio, ma la decision map che abbiamo realizzato comprende tutta la prima Meditazione:


Come è facile immaginare, le Decision maps possono avere diverse applicazioni didattiche. Oltre che per analizzare e valutare criticamente argomentazioni complesse, possiamo usarle (avendo a disposizione una Lim o un Monitor interattivo) quando conduciamo discussioni in classe, sia in fase di brainstorming sia come guida per riflettere insieme agli studenti attorno a qualche tema; sviluppando assieme agli studenti linee di ragionamento ecc. Così facendo l’aula può veramente diventare un laboratorio o una palestra di pensiero.

Un altro uso possibile (anzi direi uno dei più utili) è nelle attività connesse con la pratica del Debate, in particolare, nella fase di raccolta dei dati e degli argomenti.

Questo e tanto altro: tutto quello che la fantasia di noi docenti può immaginare e mettere in pratica, utilizzando la tecnologia “buona” per buone pratiche didattiche.


Esempio e caso d’uso

Come dicevano sopra, per rappresentare prese di decisione e sostenere il nostro apparato cognitivo nella deliberazione esistono altri tipi di mappe: le mappe decisionali o deliberative. Le mappe per la decisione contengono al loro interno gli strumenti per mappare argomenti, ma utilizzano un’ontologia molto più ricca e complessa (ocomesi può vedere in questo template).

La forma più semplice di mappa decisionale è quella che si limita a mettere i pro per una decisione da una parte e i contra dall’altra.

Un esempio molto noto è quello di Darwin. Charles Darwin, ritornato dal suo famoso viaggio di cinque anni sul Beagle, a 29 anni, aveva a possibilità di sposare Emma Wedgwood, figlia della zia di Darwin ed erede di una grande ricchezza. Egli poteva vedere le attrazioni del matrimonio, ma c’era l’incognita di come il matrimonio avrebbe potuto influenzare la sua carriera. Il giovane Charles divise un foglio in due e segnò da un parte i pro a favore del matrimonio, e dall’altra parte i pro a favore del non sposarsi:

Diapositiva — Marry

Il metodo sembra aver funzionato a meraviglia, con Darwin che scarabocchia enfaticamente Marry, Marry, Marry, Marry, Marry QED in fondo alla pagina.

Fu una scelta felice visto che lui ed Emma hanno formato un’unione lunga e gratificante: i loro dieci figli non hanno impedito a Darwin di produrre alcuni dei testi scientifici più importanti di tutti i tempi.

Charles Darwin to Emma Wedgwood

Darwin ha applicato quella che Benjamin Franklin chiamava “algebra morale”: si mettono da una parte i pro dall’altra i contra; si eliminano pro e contra di uguale peso e ciò che rimane è la scelta.

Le deliberazioni sono un po’ più complicate di così. Ma noi ci occuperemo visto il contesto in cui ritroviamo (all’interno di un corso di teoria all’argomentazione), non di decisioni tout court, ma di deliberazioni dibattimentali.

Deliberazione e Debate

K. Popper, nel suo libro più famoso “La Logica della scoperta scientifica”, sosteneva che quale che sia il modo in cui arriviamo ad un’ipotesi, ciò che veramente conta è il modo in cui la giustifichiamo, sottoponendola al controllo pubblico intersoggettivo.

Applicata alla decisione e alla deliberazione, questo assunto popperiano può essere tradotto in questi termini: non è importante come si arriva ad una deliberazione, ciò che importa è la giustificazione: come la si argomenta.

E’ quella della costruzione dell’argomentazione dibattimentale uno degli aspetti più importanti del Debate. Ed è di questo dipo di deliberazione che ora ci occuperemo.

Se tralasciamo la parte agonistica, che ha a che fare con la dimensione oratoria, un debate, un “dibattito regolato” non è altro che una simulazione di una deliberazione pubblica: insomma, è come se i contendenti si prendessero la briga di illustrare i pro e i contro di una scelta (favorevole o contraria alla verità di una tesi o di una definizione, a un giudizio di valore di una cosa, ad una linea di azione), assumendosi anche la “parte del diavolo”, cercando, cioè, di smontare gli argomenti dell’avversario.

Diversamente dalle prese di decisione reali e vitali, il Debate è una forma di deliberazione “artificiosa” e “fredda”, priva di quelle’”urgenza emotiva” che caratterizza la maggior parte delle deliberazioni e decisioni che ci possiamo trovare a prendere nella vita reale.

Inoltre, nel Debate chi sostiene l’una o l’altra posizione viene stabilito da altri, e il compito dei debaters è, quindi, quello di trovare ragioni ed evidenze a favore della propria posizione, e, contestualmente, cercare ragioni ed evidenze contrarie alla posizione avversaria.

Questo rende il Debate un esercizio di razionalità pratica, utile per costruire “habitus mentali”e strategie razionali e critiche, che attengono a quello che, come dicevamo prima, Popper chiamava contesto della giustificazione; mentre rimane in ombra la dimensione della scoperta, cioè la fissazione di un’ipotesi, di una scelta di campo, di una presa di posizione.

Ci sono, naturalmente, ragioni epistemiche, metodologiche ed “etiche” ( come quella di superare i limiti dei nostri “pregiudizi”, mettendosi dalla parte di chi la pensa diversamente da noi) alla base di questa scelta, che non possono non essere riconosciute come sensate. A sostegno del Debate sta, inoltre, la considerazione che spesso i modi in cui ci troviamo a sostenere posizioni nei più diversi campi, sfugge al nostro controllo cosciente: voglio dire che non sempre le nostre posizioni sono frutto di prese di decisione ponderate e razionali. Anzi, spesso ci troviamo ad avere più opinioni che ragioni, specie in campo politico. E quando le nostre opinioni vengono contestate ci ritroviamo nella stessa situazione del debaterdobbiamo trovare buone ragioni per giustificare la nostra posizione (scandagliare fra le ragioni che ci hanno condotti a pensarla in quel modo, eventualmente esplicitandole) ed essere capaci di attaccare e confutare le ragioni dei nostri antagonisti.

Come mappe decisionali possono aiutarci?

Io credo che il mapping ci può aiutare in tutte le fasi preparatorie al dibattito vero e proprio. In particolare, possono trovare una loro utile applicazione proprio come euristica per l’ “Inventio”, per trovare una linea argomentativa e ricercare ragioni pro e contro una mozione /tesi.

Quello che rende veramente utile l’apporto delle mappe decisionali è la possibilità di estendere la strategia ad ogni forma di deliberazione (privata o pubblica che sia).

La strategia passsa attraverso una fase iniziale in cui si costruisce un albero delle domande, a partire dalla questione iniziale, a cui la mozione (la tesi che verrà sostenuta) risponde; l’albero delle domande guida la ricerca documentale (dallo status questionis, alla ricerca delle “prove” pro e contro) per scartare opzioni alternative; la risposta alle domande fornisce già la costruzione della linea argomentativa (della mozione); la costruzione della linea argomentativa permette a chi deve costruire gli argomenti un guida sicura su quali evidenze cercare e portare a supporto delle diverse premesse e quali premesse hanno bisogno di ulteriore sostegno argomentativo(ragionamenti).

Per esemplificare quanto sto dicendo, utilizzerò un dibattito reale, anche se svolto a distanza e su un giornale, piuttosto che in un Debate vero e proprio. Si tratta chiaramente di una ricostruzione a posteriori, ma il modello ricostruttivo può essere applicato ad ogni tipo di argomentazione. Provare per credere!

Il dibattito Sartori-Colombo

Era il 2005 quando in occasione del referendum sulla fecondazione assistita (un referendum finito male per i proponenti, visto che solo il 25.9% degli aventi diritto si recò al voto) il dibattito tra scienziati, teologi ed opinionisti animò le pagine dei grandi quotidiani nazionali intorno alla questione se l’embrione fosse o no “persona umana” e con ciò portatore di un diritto alla vita.

Per la nostra analisi ricostruttiva utilizzeremo il dibattito che si innescò sul Corriere della Sera fra il compianto Giovanni Sartori e il prof. Roberto Colombo docente all’Università cattolica di Milano, in seguito a un articolo di Sartori dal titolo La vita umana secondo ragione, pubblicato il 28 febbraio del 2005.

Naturalmente è un’ipotesi ricostruttiva, ma che è, a mio avviso, molto plausibile.

L’albero delle domande e la Strategia di ricerca

I due contendenti davano ovviamente risposte diverse alle medesime domande. Le diverse risposte portavano ad una chiara linea argomentativa:

La linea argomentativa

La linea argomentativa dei due contendenti è chiara:

Le Evidenze

A questo punto il compito di chi argomenta è provare con evidenze e ragionamenti la bontà delle premesse.

Sartori utilizzò nella sua argomentazione un’ampia serie di argomenti: esempi, evidenze scientifiche, argomenti di analogia, ragionamenti per assurdo:

Argomentazione di Sartori

Colombo rispose cercando di restare sul medesimo terreno razionale di Sartori, utilizzò argomenti non di fede, ma di “logica” ( con un sottile profumo di metafisica):

Non è qui la sede per discutere chi avesse ragione o torto. [Chi volesse la mia modesta opinione potrebbe leggersi il post che ho dedicato all’argomento.] Ciò che conta è il modello: analisi della Questione; albero delle domande; creazione della Mozione e della Linea rgomentativa; ricerca delle Evidenze e “invenzione” di Argomenti.

Un modello per la costruzione e ricostruzione argomentativa

Il modello che abbiamo proposto è un modello che va bene sia per la costruzione che per la ricostruzione argomentativa.


Per avere un modello di argomentazione deliberativa agli aspiranti debaters bisognerebbe far studiare l’argomentazione di C. Beccaria contro la pena di morte e a favore dei lavori forzati a vita.

Il testo è arcinoto:

Questa inutile prodigalità di supplicii, che non ha mai resi migliori gli uomini, mi ha spinto ad esaminare se la morte sia veramente utile e giusta in un governo bene organizzato. Qual può essere il diritto che si attribuiscono gli uomini di tru- cidare i loro simili?

Non certamente quello da cui risulta la sovranità e le leggi. Esse non sono che una somma di minime porzioni della privata libertà di ciascuno; esse rappresentano la volontà generale, che è l’aggregato delle particolari. Chi è mai colui che abbia voluto lasciare ad altri uomini l’arbitrio di ucciderlo? Come mai nel minimo sacrificio della libertà di ciascuno vi può essere quello del massimo tra tutti i beni, la vita? E se ciò fu fatto, come si accorda un tal principio coll’altro, che l’uomo non è padrone di uccidersi, e doveva esserlo se ha potuto dare altrui questo diritto o alla società intera?

Non è dunque la pena di morte un diritto, mentre ho dimostrato che tale essere non può, ma è una guerra della nazione con un cittadino, perché giudica neces- saria o utile la distruzione del suo essere. Ma se dimostrerò non essere la morte né utile né necessaria, avrò vinto la causa dell’umanità.

La morte di un cittadino non può credersi necessaria che per due motivi. Il primo, quando anche privo di libertà egli abbia ancora tali relazioni e tal potenza che interessi la sicurezza della nazione; quando la sua esistenza possa produrre una rivoluzione pericolosa nella forma di governo stabilita.

La morte di qualche cittadino divien dunque necessaria quando la nazione ricu- pera o perde la sua libertà, o nel tempo dell’anarchia, quando i disordini stessi tengon luogo di leggi; ma durante il tranquillo regno delle leggi, in una forma di governo per la quale i voti della nazione siano riuniti, ben munita al di fuori e al di dentro dalla forza e dalla opinione, forse più ef cace della forza medesima, dove il comando non è che presso il vero sovrano, dove le ricchezze comprano piaceri e non autorità, io non veggo necessità alcuna di distruggere un cittadino, se non quando la di lui morte fosse il vero ed unico freno per distogliere gli altri dal commettere delitti, secondo motivo per cui può credersi giusta e necessaria la pena di morte.

Non è l’intensione della pena che fa il maggior effetto sull’animo umano, ma l’estensione di essa; perché la nostra sensibilità è più facilmente e stabilmente mossa da minime ma replicate impressioni che da un forte ma passeggiero movi- mento. L’impero dell’abitudine è universale sopra ogni essere che sente, e come l’uomo parla e cammina e procacciasi i suoi bisogni col di lei aiuto, cosí l’idee morali non si stampano nella mente che per durevoli ed iterate percosse. […]

Beccaria propone l’abolizione della pena di morte e sostiene questa proposta con una linea argomentativa che punta a dimostrare che la pena di morte non è nè giusta né utile, né necessaria.

Si tratta di una strategia argomentativa consueta (framework) quando si propone una linea di azione di qualche tipo: provare che è giusto farlo o almeno utile oppure necessario. La linea argomentativa spinge chi deve argomentare a scegliere all’interno di un repertorio numeroso, ma non illimitato: in questo caso per lo più argomenti di giustizia, o pragmatici (le conseguenze positive o negative o nulle dell’azione o della decisione da prendere).

Il debater avrà allla fine della costruzione della sua mappa la chiara articolazione della struttura della’argomentazione: ogni singolo argomento può essere facilmente riportato alla linea argomentativa iniziale (Link back); ogni debater avrà chiara la struttura del proprio argomento e la connessione con l’insieme.


*https://en.wikipedia.org/wiki/Deliberation#/media/File:Haagse-magistraat.jpg (Pubblico dominio)