La Comprensione, l’Analisi e l’Interpretazione del Testo Argomentativo (2)

Parte prima | Parte seconda


Pubblico dominio | Cesare BeccariaDei delitti e delle pene, illustrazione allegorica dell’opera: la giustizia personificata respinge il boia e i suoi strumenti

Tipi di Argomentazione e struttura

POgni argomentazione punta alla persuasione. Abbiamo detto che un’argomentazione è un discorso intenzionale e pianificato per ottenere uno scopo: persuadere un Uditorio. Questo scopo può essere ottenuto in molti modi non violenti (tralasciamo naturalmente i metodi violenti) o non subdoli.

Una buona argomentazione può essere perciò valutata in diversi modi. Una di queste è l’efficacia: un’argomentazione è “buona” se raggiunge il suo scopo, che è quello di persuadere l’uditorio; ora, questo obiettivo può essere raggiunto in molti modi: usando la logica o usando la retorica o usando l’una e l’altra.

Un secondo modo di valutare la bontà di un’argomentazione è la sua forza “ in rapporto al grado di verosimiglianza o probabilità che gli argomenti portati danno alla tesi sostenuta: per esempio, è chiaro che la forza di un ragione a supporto sarà massima, quando ciò che viene affermato è incontrovertibile (Gianni non poteva uccidere Maria, perché nell’ora del delitto stava tenendo una conferenza a 200km di distanza: cento persone presenti possono testimoniarlo).

Naturalmente il più delle volte forza ed efficacia, vanno a braccetto, ma non sempre: un’argomentazione può essere oggettivamente molto forte, ma risultare poco efficace in rapporto ad un determinato uditorio; e, allo stesso modo, un’argomentazione può essere efficace presso un uditorio, pur avendo “oggettivamente” poca “forza”. Lo stesso vale per i singoli argomenti.

Posto che convincere e persuadere sono gli scopi di un’argomentazione, occorre perciò stesso “pianificare” il discorso, in modo tale da raggiungere lo scopo.

Tale pianificazione comporta avere chiaro il problema, formulare in modo chiaro e coerente la propria posizione; trovare gli elementi di prova e costruire una linea di ragionamento coerente e valida; saper illustrare con esempi ; saper fare riferimento alle fonti giuste ecc.; disporre gli argomenti in modo da raggiungere il massimo di efficacia per chi legge o ascolta; dare il giusto spazio agli elementi di stile, al ricorso ad immagini e figure retoriche appropriate; curare la forma linguistica, tenendo conto della coerenza e della coesione del testo… Ci ritorneremo.

Riconoscere il “piano”: le tecniche argomentative

Da quanto detto appare chiaro che, in sede di analisi, occorre sempre tenere a mente che chi argomenta aveva un suo scopo in mente ed ha pianificato in modo intenzionale la sua argomentazione in modo da darle efficacia e forza.

Ora, quando si argomenta lo si fa intorno a questioni controverse, su cui c’è una diversità di posizioni. Si può allora scegliere come condurre la propria argomentazione: sostenendo la propria posizione, portando prove e ragioni (argomentazioni affermative o probatorie) ; o confutando le posizioni avversarie; avanzando obiezioni e/o prove contrarie, (argomentazioni confutatorie); o, come più spesso accade, facendo l’uno e l’altro: demolendo le posizioni contrarie e contemporaneamente affermando la propria, supportandola con prove ed evidenze di vario tipo.

Nei manuali dedicati al testo argomentativo si trovano esempi di testi di un tipo eo dell’altro e non mi soffermo oltre.

La struttura del testo argomentativo

In generale, dal punto di vista organizzativo, un testo argomentativo in sé concluso (altro è il discorso quando si tratta di argomentazioni estrapolate da testi più lunghi) inizia con una parte introduttiva in cui si presenta la situazione iniziale problematica rispetto ad un topico o tema e si anticipa la tesi (o l’antitesi) ; una parte centrale in cui si presenta la propria argomentazione; ed un parte conclusiva in cui si tirano le fila del ragionamento svolto o si ripropone la propria tesi ecc.

Io non mi soffermerei su questi aspetti che ritengo utili per chi inizia a confrontarsi con i testi argomentativi, ma che sono poco utili o fuorvianti in sede di analisi esperta, tant’è vero che nei libri dove queste indicazioni vengono date, si perde poi molto tempo ad illustrare le eccezioni (tesi solo alla fine; introduzioni o conclusioni mancanti, tesi fra la prima parte dell’argomentazione e la seconda ecc., ecc.).

Ciò che veramente conta è che, indipendentemente dal modo in cui chi argomenta ha strutturato il proprio discorso, il compito di chi analizza è sempre quello di individuare l’argomento di cui si discute (se non espresso esplicitamente); l’aspetto della questione di cui si propone la soluzione ( il problema); ciò di cui chi argomenta ci vuole convincere a credere (la tesi, la soluzione proposta, la posizione di chi argomenta), o a fare; le ragioniportate a supporto della tesi.

Naturalmente, almeno inizialmente, può essere di una qualche utilità cercare di individuare le sequenze testuali, cercando di comprendere il piano scelto da chi argomenta per esporre la propria posizione. Capire, per esempio, dove inizia l’argomentazione vera e propria e dove invece chi argomenta sta solo presentando la questione problematica è fondamentale per comprendere la posizione sostenuta.

Per esempio nel testo di Lilli ( vedi post precedente) possiamo individuare una parte introduttiva, una parte centrale in cui si sviluppano gli argomenti contro l’antitesi e quelli a sostegno della propria; e una parte finale in cui l’Autore tira le somme e fa alcune chiose.

Il topico del post è il valore dei compiti; mentre il problema affrontato nel testo se i compiti siano qualcosa di inutile, se non dannoso o meno.

La tesi sostenuta (ed esplicitata solo alla fine, nella conclusione) è che i compiti, “assegnati in modo equilibrato”, fanno bene agli studenti.

L’Argomentazione come ragionamento

Come abbiamo più volte ripetuto l’argomentazione è un discorso che si svolge in forma di ragionamento. Ma che cos’è un ragionamento?

Invece di dare una definizione teorica, come spesso si fa nei manuali partiamo come sempre da degli esempi, in questo caso si tratta di tue testi tratti da Internet.

T 2 — Ecco le ragioni scientifiche per dire no alla vivisezione

Chiudere gli animali in gabbia per farci esperimenti, aprirli, infettarli volutamente per cercare risposte alle malattie e testare i farmaci. Ma serve tutto questo? Ebbene, la risposta è no. Una risposta argomentata non da pazzi sfegatati antivivisezionisti, vegetariani ad oltranza, animalisti doc, bensì da un medico e un chimico. Ossia, da chi sa cos’è la scienza e la ricerca. In poche battute, ecco sintetizzati i tre motivi per cui la sperimentazione sugli animali non è scientificamente utile. A elencarli è Stefano Cagno, dirigente medico ospedaliero a Vimercate (Milano): «Nessuna specie — afferma in sala Ajace — può essere valido modello per altre specie: ciascuna possiede un proprio Dna, una propria fisiologia, microbiologia e biochimica». Non è un caso, del resto, che tutte le leggi impongano di testare i farmaci sugli uomini, come pure non è un caso che sostanze rivelatesi tossiche per gli uomini siano assolutamente innocue per la specie animale o viceversa. Il secondo motivo, suffragato da studi, è legato alla condizione innaturale di prigionia: «Inevitabile che l’anormalità di situazione determini risposte diverse agli stimoli esterni rispetto a una condizione di normalità». Non finisce qui. Adesso si punta il dito sulla modalità con cui vengono ‘create’ le malattie: «I ricercatori inducono le cause dei danni fisici in maniera del tutto innaturale: provocare artificialmente un ictus e analizzare poi cure e rimedi non equivarrà mai allo studio e all’analisi su un paziente che ha vissuto concretamente l’ictus». Ad ogni modo, sono gli stessi scienziati che adoperano le cavie (soprattutto roditori: «Evidentemente sono i più simili alla nostra specie», ironizza Cagno) ad ammettere: «Scegliamo l’animale sulla base della praticità, anche se non è detto che sia quello più adatto». «Del tutto sconcertante», commenta il chimico Massimo Tettamanti. E se si vuole fare un altro tipo di discorso, «non è vero che gli animali vengono anestetizzati». L’analgesia, del resto, «quando la cavia è completamente aperta, è una ridicola presa in giro». Le sofferenze continuano.

Da http://www.lavocedeiconigli.it/vivisezione.htm

In questo testo abbiamo evidenziato in grassetto il problema, la tesi del testo (la sperimentazione sugli animali non è scientificamente utile) e l’annuncio delle ragioni (tre motivi) a sostegno di questa tesi.

Se pensiamo ad un’argomentazione come una struttura, possiamo dire che l’opinione sostenuta, la tesi, è il soffitto mentre gli argomenti ne sono i sostegni.

La linea del ragionamento del testo non è esplicita ma è semplice da evidenziare: “Chiudere gli animali in gabbia per farci esperimenti, aprirli, infettarli volutamente per cercare risposte alle malattie e testare i farmaci” avrebbe senso se servisse a qualcosa; ma non serve, dunque non ha senso continuare a farlo.

Nell’argomentazione precedente gli argomenti a sostegno della tesi che non servono (seconda presmessa) vengono affiancati ed elencati.

In altri testi la linea di ragionamento emerge in modo più chiaro, come nel testo che segue: viene presentata una tesi come risposta ad un problema, e viene svolto un ragionamento, per mostrare come la tesi sia la logica conclusione di quel ragionamento.

T 3 — La pena di morte è un deterrente?

L’argomentazione [sic] più frequente a favore della pena di morte è la deterrenza: condannare a morte un trasgressore dissuaderebbe altre persone dal commettere lo stesso reato. L’argomento della deterrenza non è però così valido, per diversi motivi. Nel caso, per esempio, del reato di omicidio, sarebbe difficile affermare che tutti o gran parte degli omicidi vengano commessi dai colpevoli dopo averne calcolato le conseguenze. Molto spesso gli omicidi avvengono in momenti di particolare ira oppure sotto l’effetto di droghe o di alcool oppure ancora in momenti di panico. In nessuno di questi casi si può pensare che il timore della pena di morte possa agire da deterrente (1). Inoltre, la tesi della deterrenza non è assolutamente confermata dai fatti. Se infatti la pena di morte fosse un deterrente si dovrebbe registrare nei paesi mantenitori un continuo calo dei reati punibili con la morte e i paesi che mantengono la pena di morte dovrebbero avere un tasso di criminalità minore rispetto ai paesi abolizionisti.(2) Nessuno studio è però mai riuscito a dimostrare queste affermazioni e a mettere in relazione la pena di morte con il tasso di criminalità. … I molti studi effettuati sull’argomento hanno quindi dimostrato come sia impossibile affermare con chiarezza che la pena di morte abbia un potere deterrente. Lo studio più recente sulla relazione tra la pena di morte ed il tasso di omicidi, condotto per le Nazioni Unite nel 1988, ha concluso che “questa ricerca non ha fornito alcuna prova scientifica del fatto che le esecuzioni abbiano un effetto deterrente maggiore rispetto all’ergastolo. è improbabile che si ottenga mai questa prova scientifica. Lo studio non fornisce alcun fondamento alla tesi della deterrenza”.

Fonte: http://www.ratatoj.it/pdm.asp

In questo testo l’autore affronta il problema se la pena di morte sia un deterrente efficace per dissuadere altre persone dal commettere lo stesso reato.

La tesi dell’autore è che l’argomento della deterrenza non è un argomento valido a sostegno della pena di morte. la tesi viene sostenuta con un argomento pragmatico: l’argomento della deterrenza sarebbe valido se la deterrenza avesse gli effetti previsti, ma non li ha, dunque… . A sostegno della sua tesi porta due argomenti indipendenti (evidenziati nel testo in grassetto), che possiamo riformulare in questo modo:

  1. la deterrenza sarebbe efficace (B) se prima di commettere un omicidio l’autore facesse sempre un analisi costi-benefici ©, ma non è questo il caso, per la maggior parte dei casi (Non C);
  2. se la deterrenza fosse efficace (B) allora in quegli Stati in cui la pena di morte è prevista dovrebbe esserci un calo dei reati punibili con la morte e un tasso di criminalità inferiore rispetto ai paesi abolizionisti (D); ma studi e dati statistici (che abbiamo omesso di riportare, n.b.) provano il contrario (Non D).

L’argomentazione dell’autore può essere riformulata in forma di ragionamento in questo modo:

Se la pena di morte fosse un deterrente efficace (A) allora sarebbe utile (B), ma non è un deterrente efficace (non B), dunque è inutile (non A).

La forma logica di questo ragionamento è quella detta del Modus Tollens:

Se A allora B; ma non B; dunque non A

Per provare che non è un deterrente efficace (Non B), l’autore si basa, come abbiamo visto sopra, su due ulteriori ragionamenti che hanno la medesima forma logica:

B se e solo se C; non C, dunque non B

Se B allora D; Non D, dunque Non B

Possiamo notare come l’ossatura logica del ragionamento sotteso all’argomentazione precedente non sia esplicita. Nei testi argomentativi la struttura logica va “scoperta”, “riportata alla luce”, dopo avere eliminato tutti gli elementi puramente esornativi o retorici.

Schemi formali di inferenza

Ogni argomentazione può essere riformulata in forma di ragionamento, dove la tesi o l’opinione sostenuta può essere vista come la conclusione logica che possiamo trarre da una serie di argomenti che fungono da premesse. Ogni premessa è espressa in una proposizione semplice o complessa, espressa in un enunciato dichiarativo o ipotetico.

Lo schema di ogni argomentazione può essere sempre ricondotto a uno schema formale di inferenza come questo:

Se A è vera allora sarà vera B

A è vera

dunque, B è vera

Prendiamo il nostro solito esempio sui danni del fumo, l’argomentazione può essere messa in questa forma:

1. Se è vero che il fumo danneggia la salute, allora bisogna astenersi dal fumare

2. Ma il fumo danneggia la salute

3. dunque è meglio astenersi dal fumare

E’ lo schema del cosiddetto Modus ponens

Un altro schema logico spesso utilizzato nelle argomentazioni è quello che abbiamo già visto in opera nel testo sulla pena di morte (vedi T 3) era, come abbiamo visto, il seguente:

1. Se la pena di morte fosse un deterrente efficace (A), allora sarebbe utile (B),

2. ma non è un deterrente efficace (non B),

3. dunque è inutile (non A).

Questo schema di ragionamento risponde allo schema del cosiddetto Modus tollens:

Se A è vera, allora B è vera

Non B (B non è vera)

Dunque non A (A è falsa)

In questo schema inferenziale la conclusione (che in un’argomentazione corrisponde alla tesi sostenuta) sembra seguire dagli argomenti che la precedono che, in logica, vengono chiamate premesse.

Se schematizzassimo l’argomentazione sul fumo (T1) avremmo qualcosa di simile alla figura a fianco:

Nello schema abbiamo dovuto esplicitare le premesse implicite che permettono di rendere più evidente il passaggio dai dati alla conclusione.

Anche il testo contro la vivisezione (T2) è riformulabile in forma di ragionamento.

Gli schemi di inferenza delle due argomentazioni precedenti sono riconducibili al Modus Ponens (il primo) e al Modus Tollens (il secondo).

Naturalmente il Modus Ponens e il Modus Tollens, pur essendo fra gli schemi più usati, non sono i soli.