La Comprensione, l’Analisi e l’Interpretazione del Testo Argomentativo

Gli elementi dell’Argomentazione


Prima parte | Seconda parte


Alcuni colleghi mi continuano a chiedere chiarimenti ed esempi di analisi argomentativa. Le case editrici hanno inondato le scuole di instant book che non sembra abbiano incrociato domanda e offerta, se è vero che, ancora in questi giorni, centinaia di persone cercano spunti e suggerimenti andando a leggersi gli esempi che ho messo in rete. Ho pensato così di proporre una serie di post dedicati al testo argomentativo, qualcosa di molto pratico, con chiarimenti, suggerimenti e tecniche.

Nella manualistica sul testo argomentativo l’approccio prevalente è quello di presentare l’argomentazione come una sorta di oggetto di studio teorico, in cui si cerca di capire cos’è, come funziona, com’è fatto. Insomma, molti preliminari e non si è detto che l’atto si arrivi a consumare. L’approccio che io propongo, quello della “visualizzazione degli argomenti” non ha bisogno che di pochi preliminari e va diritto allo scopo: comprendere le intenzioni persuasive, ciò che precisamente viene affermato e come si pretende di provarlo.


L’Argomentazione come atto linguistico persuasivo

Il termine argomentare deriva dal latino “argumentor”, che significa “ragionare, mostrare provando, addurre come prova”. Quando argomentiamo, quindi, noi ci proponiamo di convincere il destinatario relativamente ad un tema-problema portando a tale scopo una serie di prove e ragioni.

L’argomentare appartiene alla categoria degli atti linguistici persuasivi in cui rientrano tutti quegli atti linguistici che si realizzano con lo scopo di convincere il destinatario a credere qualcosa, ad adottare un certo punto di vista o un certo comportamento.

Ora, se pensiamo a tutte le situazioni comunicative in cui ci troviamo di fronte ad un tentativo più o meno diretto di indurci a pensare o a fare qualcosa ci renderemo conto della pervasività degli atti linguistici persuasivi nella nostra vita quotidiana. Il manifesto pubblicitario, l’arringa difensiva, il comizio politico, i saggi di argomento filosofico, scientifico, storico o sociale, gli articoli di fondo di un quotidiano, le esortazioni dei genitori, le prediche dei sacerdoti, il corteggiamento insistente di un amante per la persona amata, sono tutti “discorsi” volti a persuaderci a credere o a fare qualcosa.

Diversamente da altri tipi di atti linguistici come le richieste, i comandi, ecc. che possono essere espressi anche in una sola frase, gli atti linguistici persuasivi possono raggiungere il loro scopo solo se unite in unità più complesse, di più frasi. Un atto linguistico direttivo, espresso in una frase (esci immediatamente da questa stanza!) può raggiungere immediatamente il suo scopo, ma un atto linguistico persuasivo se vuole raggiungere il suo scopo deve essere costruito con almeno due frasi: esci immediatamente da questa stanza, se non vuoi finire arrostito! La prima frase assume la funzione di affermazione, tesi, la seconda quella di motivazione, di argomento a supporto, di ragione per fare quanto affermato nella prima frase.

Causare un’azione (attraverso l’uso del linguaggio) significa “evocare gli atteggiamenti (desideri, ma anche paure) appropriati e comunicare le informazioni pertinenti”.

Quando noi argomentiamo il nostro scopo è quello di persuadere qualcuno a credere o a fare. Per raggiungere questo scopo non sempre abbiamo la necessità di argomentare. Noi argomentiamo solo quando:

  1. non si abbia altro modo più diretto o efficace per raggiungere lo scopo che ci si propone di ottenere (perché è chiaro che non si sta a perdere tempo a convincere qualcuno che è già convinto); a meno che la motivazione, pur non necessaria ( p.e., se vi è una relazione gerarchica fra emittente e destinatario — padrone/sottoposto- ), venga data lo stesso, come segno di rispetto o di cortesia nei confronti del destinatario;
  2. ciò di cui si vuole persuadere l’interlocutore sia questionabile, non evidente, ed abbia perciò bisogno di essere sostenuto con delle evidenze a supporto, con delle motivazioni. Ne riparleremo più avanti.

Come tutti gli atti linguistici, anche l’atto linguistico persuasivo si caratterizza per il fatto che esso è compiuto in vista di uno scopo ed è rivolto ad un preciso destinatario. In quanto tale ogni argomentazione è un discorso intenzionale, che si rivolge ad un destinatario e che, per questo, va pianificato: non tutti gli argomenti hanno, per esempio, la stessa efficacia per tutti i destinatari possibili.

Bene, se la natura di un discorso persuasivo dipende strettamente dalle intenzioni comunicative dell’emittente, ne consegue che esso può concretizzarsi in diverse modalità espressive: una descrizione (tipo quelle dei depliant turistici), un manifesto pubblicitario, una poesia, anche una narrazione, possono essere finalizzati a persuaderci a credere in una certa tesi o in una data visione del mondo, o a fare una certa scelta.

Il nostro interesse sarà rivolto solo a quel tipo di discorsi e di testi che si propongono di raggiungere lo scopo persuasivo per mezzo di un’argomentazione. Partiamo con un esempio.

Manlio Lilli, I compiti a scuola

“Se si pensa che i compiti servano a insegnare l’ubbidienza, vuol dire che si tratta di una scelta ideologica raccapricciante […] Oggi i 500 docenti che aderiscono al gruppo Compiti zero dimostrano che anche senza sperimentazioni, con la scuola e l’orario di oggi, si ottengono ottimi risultati lavorando solo in classe”. Maurizio Parodi, autore del libro Basta compiti!, responsabile di una petizione che ha raccolto 30mila adesioni e amministratore di una pagina Facebook con più di 10 mila iscritti, non ha dubbi. […] “I compiti sono da bocciare senza riserve. Assolutamente […] i ragazzi, senza l’ossessione degli esercizi domestici, portano avanti idee e ricerche per conto proprio, e le restituiscono alla classe, condividendole con i compagni. Certo, parliamo di una didattica senza lezione frontale, più partecipativa. Ma i risultati sono evidenti”, ha aggiunto in un’intervista il sostenitore accanito dell’inutilità di quello che definisce un “accanimento morboso” e una “perversione didattica” di molti insegnanti.

Ascoltando Parodi e i suoi seguaci viene il dubbio di aver fatto perdere tanto tempo a intere generazioni di alunni. Di averli distolti da più proficue occupazioni a casa. […] . Poveri alunni e poveri genitori, impegnati a dare una mano ai figli in affanno. Eppure in una stagione di semplificazione, anche scolastica, che non di rado più che un aiuto costituisce uno svilimento[…]. Vale la pena provare a riflettere un po’ sul ruolo di quei compiti, senza farne a prescindere una battaglia ideologica. Già perché il rischio, neppure tanto nascosto sembra proprio questo. Che i compiti possano diventare l’ennesima battaglia combattuta dalle pseudo avanguardie costituite dai modernisti che rifuggono da ogni consuetudine del passato anche recente. Una battaglia che sembra far leva, appunto, su questioni ideologiche piuttosto che su un’osservazione oggettiva della realtà.

Sostenere che alle scuole elementari e medie gli insegnanti sovraccarichino di compiti a casa gli alunni vuol dire soffermarsi su casi episodici, tralasciando la tendenza generale. Insomma, trasformare le eccezioni in regola. Sostenere che ragazzi e adulti siano ossessionati dalle richieste degli insegnanti sembra una esagerazione. I compiti assegnati, spesso, non sono una priorità né per i ragazzi né per i loro genitori. Le esercitazioni a casa occupano uno spazio del pomeriggio, lasciando tempo e energie per le tante altre attività, non solo sportive. Ora, quanti sono quelli che hanno figli, nipoti e conoscenti che rinunciano a una di quelle attività extra scolastiche per fare (tutti) i compiti? Alzino la mano quelli che sono a conoscenza di sacrifici del genere. I ragazzi hanno tante risorse ed è giusto che coltivino le loro passioni. Sportive e non. E’ doveroso che allenino i loro interessi. Questo è incontrovertibile.

Ma il punto è un altro, forse. Ritenere che i compiti a casa siano una sorta di punizione. Un inutile dispendio di tempo. Una odiosa gabbia nella quale si è costretti a stare. In classe si lavora, ma non farlo per nulla a casa sarebbe sbagliato. Perché si eliminerebbe la fase della esercitazione e dell’elaborazione autonoma che in classe è possibile abbozzare, ma non espletare per intero. Questione di tempi. Promuovere l’abolizione di questo spazio equivale a depotenziare i programmi scolastici. Soprattutto a rendere i ragazzi più deboli. Insomma l’opposto di quel che Parodi sostiene. La scuola, anche alle elementari e ancor più alle medie, dovrebbe produrre una crescita. Che non può realizzarsi con la sola presenza in classe, la mattina. E non perché si voglia impedire ai ragazzi di “fare altro”, ma perché il tempo dei compiti al pomeriggio è prezioso. E’ formativo. Contribuisce alla maturazione dei ragazzi. Aiuta la loro trasformazione in Persone.

I compiti a casa sono senza dubbio un ostacolo nella vita degli alunni. Costituiscono una difficoltà. Ma, nella giusta misura, “fanno bene“. Servirebbe forse maggiore equilibrio. Anche nel proporre modifiche alla scuola. Continuare a semplificare oltre ogni logica, è un imperdonabile errore.

[Manlio Lilli, Scuola, perché i compiti a casa fanno bene agli studenti, in https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/02/05/scuola-perche-i-compiti-a-casa-fanno-bene-agli-studenti/4136583/

Si tratta di un post tratto dal Blog che l’autore tiene su Il Fatto quotidiano. Il tema trattato come è facile comprendere è quello dei compiti a casa; mentre il problema affrontato è se i compiti siano utili o inutili per gli studenti. La tesi sostenuta dall’autore è esplicitata sin dal titolo: i compiti a casa fanno bene agli studenti. Nel post l’Autore porta una serie di ragioni a sostegno di questa sua posizione.

“Argomentare” viene da “argumentor” che vuol dire ragionare provando. Chi argomenta prova, giustifica, dimostra, supporta in vario modo una posizione che prende intorno ad una certa questione.

Nel testo sopra riportato Lilli, dopo avere presentato la posizione contraria (l’Antitesi), nella formulazione di uno dei più noti sostenitori dell’inutilità dei compiti a casa e della loro abolizione, Maurizio Parodi, presenta una serie di argomenti contro quelli usualmente portati dai sostenitori dei “compiti a casa no”. Quindi, nella seconda parte del suo post porta una serie di argomenti a sostegno della propria posizione.

Lo scopo dell’autore è, naturalmente, quello di persuadere il lettore della bontà della sua posizione. Lo fa attraverso una doppia strategia: la prima è quella di indebolire la posizione avversaria etichettandola e s-qualificandola come una battaglia delle “pseudo avanguardie costituite dai modernisti” (l’uso di aggettivi come “pseudo” o “modernista” stanno a qualificare la pozione degli avversari come una posizione pregiudizialmente ideologica”) a cui viene opposta la propria “osservazione oggettiva della realtà”; la seconda attacca gli argomenti degli avversari senza svilupparli in modo articolato, a cui contrappone i propri contro-argomenti. A questo si può aggiungere che più che riportare in maniera obiettiva gli argomenti degli avversari, Lilli ne dà una rappresentazione “caricaturale” (per i No-compiti i compiti sarebbero “una sorta di punizione”, “un inutile dispendio di tempo”, “una odiosa gabbia”).

Qunidi, dopo avere demolito gli argomenti degli avversari, avanza i propri argomenti pro-compiti. Questa è, a ben vedere, la parte più debole del testo. Il ragionamento di Lilli è sostanzialmente questo:

  1. Se si eliminano i compiti “si elimina la fase della esercitazione e dell’elaborazione autonoma che in classe è possibile abbozzare, ma non espletare per intero”;
  2. “l’abolizione di questo spazio equivale a depotenziare i programmi scolastici”;
  3. il depotenziamento dei programmi scolastici renderebbe “ i ragazzi più deboli”
  4. dunque, eliminare i compiti significa indebolire la formazione degli studenti.

Dall’analisi di questo testo possiamo estrapolare quelli che sono gli elementi chiave di ogni argomentazione: c’è un Tema intorno a cui si discute; del tema più generale se ne discute un aspetto (il problema); chi argomenta prende posizione rispetto al problema proponendo una propria tesi o contestandone una avversa o tutte e due le cose assieme.

A sostegno di questa tesi o contro la tesi avversa porta una serie di argomenti (evidenze o ragionamenti) che dovrebbero “giustificare” la propria posizione, cioè garantirle un “adeguato” sostegno.

Bastano questi due esempi per capire cos’è un’argomentazione: un’argomentazione è un “discorso” intenzionale e pianificato volto a persuadere qualcuno a credere o a fare qualcosa.

Perché ci sia un’argomentazione occorra dunque:

  1. che ci sia una questione controversa intorno a cui ci siano due o più posizioni alternative (non si argomenta mai intorno a qualcosa di non controverso);
  2. qualcuno che prenda posizione a favore (o contro) una data posizione;
  3. un interlocutore (Uditorio) da convincere e che sia disponibile ad essere convinto in presenza di “buone” ragioni (o che siano tali per lui);
  4. un “discorso”, in cui chi argomenta sostenga una posizione (tesi) supportandola con prove e ragionamenti.

Questi sono gli elementi essenziali che rendono un “discorso” orale o scritto un’argomentazione. Naturalmente ogni discorso argomentativo comprende molto più di questo: esposizioni, chiarificazioni, spiegazioni, illustrazioni…, che non ahanno un immediato valore logico”, ma che servono a rafforzare l’efficacia persuasiva del discorso.


GLOSSARIO: “Argomentazione” o “Argomento”

In questi post parleremo di “argomentazione” riferendoci ad un discorso unitario in cui una o più tesi con le ragioni a supporto siano sviluppate completamente; parleremo, invece, di “argomento” (con ciò attenendoci all’uso che del termine fanno i logici) per riferirci alle singole prove portate a supporto della tesi. Nell’esempio sopra riportato: il discorso, preso nel suo complesso, costituisce l’ argomentazione dell’ autore; laddove i singoli argomenti (pro o contro) sono le ragioni a favore della loro tesi o contro le “antitesi”.


CONTINUA ……..

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