Perché siamo tutti complottisti

Brotherton Rob

Menti sospettose. Perché siamo tutti complottisti

Bollati Boringhieri, Torino, 2017. Pagine 317

Ho incontrato per la prima volta la teoria della cospirazione negli anni Ottanta del secolo scorso, leggendo un saggio di Karl Popper.

Da allora ho sempre considerato i teorici della cospirazione delle strane e bizzarre persone. Persone che vedono complotti dappertutto, da non prendere troppo sul serio. Persone che possono diventare molto pericolose, quando si trasformano in fanatici. Penso al terrorismo in tutte le sue forme politiche, religiose ecc. È chiaro perciò che non mi sono mai sentito uno di loro. Eppure…

Gia da ragazzo leggevo con curiosità mista a credulità i libri di astroarcheologia di autori degli anni Settanta e anche dopo ho abbracciato con favore la teoria complottista sull’omicidio di J.F. Kennedy, cosi come ho letto con discreto piacere Il codice Da Vinci di Dan Brown, senza sposarne, naturalmente, le teorie. Guardo con piacere i film complottisti che vedono gli eroi lottare contro Forze malvagie (organizzazioni politiche, servizi segreti, Multinazionali ecc.) che operano in segreto contro noi poveri cittadini inermi e inconsapevoli.

Questo per dire che, in fondo in fondo, un po’ di mentalità complottistica, a mia insaputa, ce l’ho anch’io, che pur mi reputo un oppositore della teoria della cospirazione.

Ho letto, perciò, con grande interesse il libro di Rob Brotherton sulle ragioni psicologiche per cui siamo tutti, chi più chi meno, attratti dal “complottismo”.

Rob Brotherton insegna Psicologia presso il Barnard College di New York City; è considerato un esperto internazionale di teoria del complotto, e tiene sull’argomento il blog conspiracypsychology.com .

Il sottotitolo originale del libro, in realtà chiarisce che il suo scopo è quello di spiegare perché crediamo nelle teorie della cospirazione.

Ma cosa si intende con teoria della cospirazione? B. Ne parla proprio all’inizio del suo libro:

“Non tutto è come sembra. La realtà ha un lato nascosto, un regno segreto, brulicante di attività clandestine e operazioni sotto copertura. Questa rete invisibile non smette mai di vagliare, setacciare e manipolare le informazioni. Essa architetta confortanti bugie per nascondere sconcertanti verità. Manovra pensieri e convinzioni, plasma perfino le decisioni che prendiamo, forgiando la nostra percezione in base al suo programma. La nostra conoscenza del mondo, in due parole, è pura illusione.” (p.9)

La tesi che B. Sviluppa nel suo libro è che dietro questo “incredibile intrigo” non c’è nessun altro fuorché “noi”: cioè “il nostro cervello”.

“Ognuno di noi – scrive B.- è alla mercé di un centinaio di miliardi di microscopici complottisti, una cricca di neuroni sempre pronti a complottare” (p.19)

Insomma, per B., tutti noi possediamo una mente sospettosa innata che modella inconsciamente i nostri pensieri sulle teorie del complotto.

Del passo sopra vanno sottolineati il “tutti” e l’ “inconsciamente”.

La percentuale di persone che credono in un qualche complotto è enorme (B. riporta i dati di alcuni sondaggi svolti in vari paesi del mondo che lo attestano), ed è generalmente sottostimata. L’idea che i teorici del complotto appartengano ad una nicchia di persone con caratteristiche ben definite è uno stereotipo privo di fondamento.

Diversamente da quello che possiamo ingenuamente pensare noi non abbiamo il controllo cosciente della nostra vita mentale:

“Non siamo al corrente di tutto quello che il nostro cervello sta facendo, neppure della maggior padella sua attività. […] Dietro le quinte, si svolge ogni tipo di attività, al di fuori di ogni nostra consapevolezza e del tutto al di là del nostro controllo.” (p.17)

La Coscienza ci dà l’illusione che sia tutta la nostra vita mentale, ma si tratta appunto di un‘ illusione:

“Immaginiamo di essere noi i burattinai, con il pieno controllo delle nostre facoltà mentali. In realtà, siamo noi le marionette, legate al nostro silenzioso subconscio da fili invisibili, pronte a ballare secondo i suoi capricci e a prendersi poi il merito di aver creato la coreografia.” (p.18)

Pensiamo di credere sulla base di fatti e prove, mentre in realtà siamo preda di suggestioni e bisogni (quanto aveva visto lungo Bacone!) che sfuggono alla nostra coscienza e che ci portano a dare l’adesione della nostra mente alle credenze più varie.

Questa fatto porta B. A sottolineare come lo studio del “pensiero” che sta dietro le teorie della cospirazione possa rivelarci molto del nostro “Io più segreto”:

“Le teorie del complotto sono in risonanza con alcune delle inclinazioni e svolte repentine del nostro cervello e attingono ad alcuni dei nostri più profondi desideri, timori e interrogativi sul mondo e i suoi abitanti” (p.19)

Brotherton nel libro si occupa di alcuni falsi pregiudizi intorno alle teorie cospirazioniste. La prima è quella secondo cui le teorie cospirazioniste sono esplose solo nel XX secolo: “l’era del complotto”

B. fa notare (partendo da uno studio illuminante di Joe Uscinski e Joseph Parent del 2014 che dimostra come il nostro non sia un tempo particolarmente cospirazionista) come teorie cospirazioniste ci sono sempre state, a partire da quella nata intorno al grande incendio di Roma di cui venne accusato Nerone; passando per il Medioevo e le accuse agli Ebrei per la Peste nera del 1300; per il mito cospirazionista della setta degli Illuminati, i Protocolli del Savi di Sion, fino ad arrivare alle teorie cospirazioniste del “False flag” (attentato a Kennedy o l’attentato dell’11 settembre).

Il secondo pregiudizio riguarda la credenza che il pensiero cospirazionista sia inevitabilmente legato “a violenza e distruzione” (vengono subito in mente il genocidio degli Ebrei, la strage di Oklahoma city nel 1995 ecc.). Brotherton, basandosi ancora una volta su studi recenti come quelli di Bartlett e Miller (2010), nega che possa esistere una correlazione causale fra la credenza in teorie del complotto e il ricorso alla violenza.

Questo non esclude il fatto che la credenza in teorie complottistiche possa avere effetti “più insidiosi” e devastanti. Come le teorie cospirazioniste legate alle campagne anti vaccinali (B. fa, tra le altre cose, un’analisi della genesi di queste teorie che non sono recenti, ma risalgono almeno al periodo della scoperta del primo vaccino da parte di Jensen). Certo, non tutte le teorie del complotto hanno effetti così insidiosi da doverci far perdere il sonno. E tuttavia, il complottismo ha un effetto negativo sicuro: quello di distrarre la nostra attenzione dai veri problemi e, quindi, dalla ricerca di realistiche soluzioni, per farci lottare contro “i mulini al vento”, e “non si può vincere quando si combatte un complotto che non esiste” (p.68)

B. prova a dare una definizione operativa o empirica di teoria del complotto che permetta di riconoscerne una quando ce l’abbiamo davanti. Sei regole empiriche o caratteristiche di una teoria per poterla definire come “complottista”.

B. Si muove con cautela, precisando che si tratta appunto di “regole empiriche” e non di “leggi immutabili” (p.89). Inoltre, non sempre le ipotesi complottiste si presentano come teorie articolate, spesso usano la strategia del Just asking questions, “basta porsi qualche domanda”: si sollevano domande a cui la teoria “ufficiale” non sa rispondere, per insinuare che qualcuno non sta dicendo la verità. Infine, B. fa notare come nessuna delle caratteristiche prese isolatamente permetta di discriminare con assoluta sicurezza tra realtà e finzione cospirativa (p.90); anche se una teoria che le possegga tutte e sei si può molto plausibilmente considerare una teoria del complotto.

Ciò detto B. elenca quelle che sono le caratteristiche peculiari di un prototipo di teoria del complotto:

1. una domanda a cui non è stata data una risposta;

2. Il presupposto che nulla è come sembra;

3. Il ritrarre i cospiratori come persone dotate di competenze fuori dal comune, e straordinariamente malvagie;

4. La ricerca serrata dell’anomalia

5. Il fatto che sia, di fatto, inconfutabile. (p.92)

Ma al di là delle caratteristiche che deve avere una teoria per essere considerata “complottista” Sono interessanti le considerazioni finali del capitolo.

Scrive B.:

Le teorie del complotto sono come sono perché rappresentano un prodotto della fantasia di qualcuno, e sono popolari perché si allineano con l’immaginazione di altre persone. E la nostra immaginazione…. è soggetta a quei vincoli imposti dalla nostra psicologia. (P.92)

Il fatto è che il genere di mentalità capace di pensare in modo complottista e di accettare con naturalezza tesi complottiste, è in tutti noi: possediamo tutti, chi più chi meno, una “mente sospettosa”.