Insegnare “filosofia” o “filosofie”?


dakine kane, Philosphy | https://www.flickr.com/photos/ltobrooklyn/2739207080

La Filosofia è per ogni filosofo qualcosa di diverso. Mettersi a discutere su quale sia la risposta corretta alla domanda “che cos’è la filosofia?” significa avventurarsi in un mare tempestoso di diatribe (di cui quella fra AnaliticiContinentaliè solo la punta di un’iceberg). A seconda che la risposta alla domanda sia di un tipo piuttosto che un altro, segue una certa idea su cosa deve essere insegnato a scuola e sul modo di insegnarlo.

Se tutti gli insegnanti di filosofia possono convergere sulle finalità formative ultime dell’insegnamento della filosofia a scuola: quello di insegnare a pensare con la propria testa; di sviluppare un atteggiamento “critico” sul mondo; di imparare a ragionare, ecc.; le opinioni divergono quando si tratta di indicare “come” farlo: come ottenere le finalità formative che ci proponiamo di ottenere?

Possiamo, tagliando alla grossa le opinioni sull’argomento, distinguere fra una maggioranza straripante di sostenitori del metodo storico tradizionale, e uno sparuto gruppo di insegnanti che non crede più che insegnare chiha detto cosacomeperchépossa portare a perseguire le finalità formative che a parole ci proponiamo. In mezzo per dir così, ci stanno tutti quelli che pur volendo introdurre metodi e strategie nuove vogliono mantenere l’impianto tradizionale della propria didattica.

In tutto ciò, come si può notare, non ho parlato di contenuti. La polemica sui contenuti, percorso storicopiuttosto che per temi e problemi, sembra essersi sedata. Ecumenicamente i nostri manuali mantengono il percorso storico, intermezzandolo con temi e problemi i più diversi, per andare incontro al gusto di tutti.

Rimane, comunque, la domanda chiave: è il modo tradizionale di insegnare filosofia funzionale all’obiettivo formativo che vuole perseguire, cioè formare dei “pensatori critici”, capaci di usare la propria testa in autonomia?

Un mente critica ….

Diciamo subito che io ritengo che l’insegnamento della filosofia sia un’ottima palestra per esercitare il, e per formare al pensiero critico, ma credo anche che per farlo deve mirare in modo consapevolemiratoalla sviluppo di quelle abilità di pensiero che ne stanno alla base.

Ora, come ho scritto in altra sede, in genere si tende ad avere una visione olisticadi cosa sia una “mente critica”, in cui non si capisce bene come declinare ciò che dovrebbe essere capace di fare in termini di prestazioni ed abilità.

Cos’è un pensatore critico? se non siamo capaci di definire cosa caratterizza un “pensatore critico” e cosa dovrebbe essere capace di fare (le sue skills) non si va molto lontano. Manca in Italia uno sforzo, come quello fatto nel mondo anglosassone negli ultimi cinquant’anni, di definire in modo concreto e operativamente spendibile il carnet di abilità collegate con la formazione al “pensiero critico”.

Spesso, si confonde il pensiero critico con l’atteggiamento del dubitare sistematico, ma un chiedere fine a se stesso il perché di qualsiasi cosa non è saggio, anzi è una forma di stupidità. Il perché dei bambini ad un certo punto ci infastidisce, perché sembra illogico questo continuare a chiedere che non si accontenta mai di nessuna risposta.

Il fatto è che anche chi sostiene che l’insegnamento della filosofia dovrebbe puntare sulle competenze logico-argomentative si ferma quando deve indicare come farlo a scuola.

Eppure, dovrebbe essere chiaro a chiunque chese di abilità da potenziare si tratta, allora bisogna essere capaci di indicare delle strategie didattiche per la loro formazione.

Di quale insegnamento della filosofia stiamo parlando?

Nell’insegnamento tradizionale una gran parte del nostro lavoro e di quello degli studenti e insegnare e studiare ragionamenti già fatti e deposti. Ma depositare in memoria strati di teorie filosofiche e ragionamenti già svolti, in che modo può produrre menti apertecritiche? Non dico che non si debbano studiare i grandi filosofi e le loro argomentazioni, dico che non ci si può limitare a quello.

Direste ad uno che vuole imparare a dipingere di studiare solo la storia dell’Arte? Che non serve altro che imitare le opere dei grandi artisti, conoscere la vita degli artisti, sapere cosa hanno creato, la genesi delle loro opere, di cosa parlano, chi sono i personaggi raffigurati?

Stanza dei Pittori all’Accademia di Vienna, Martin Ferdinand Quadal, 1787| Pubblico dominio

Ebbene, questo è quello che spesso chiediamo ai nostri studenti di filosofia: di imparare a pensare, studiando la storia dei grandi pensatori della filosofia: la loro vita, la genesi delle loro opere, i contenuti delle loro opere …

Ritornando alla nostra analogia: non voglio dire che non si è un pittore migliore se non si ha una conoscenza di ciò che i grandi pittori hanno fatto nella storia prima di noi o se non li si imita, per esempio, riproducendone le opere; dico che non si impara a dipingere studiando o imitando semplicemente i dipinti degli altri (altrimenti tutti i grandi storici dell’arte sarebbero stati anche grandi pittori).

Nelle scuole di pittura si insegnano le tecniche, si impara a conoscere i materiali, ecc. e poi si prova ad applicarle; si studiano i modelliper comprendere come i grandi pittori hanno fatto a creare le loro opere.

Nello studio della filosofia questo apprendistato non si fa: insegniamo ragionamenti non insegniamo a ragionare; insegniamo pensieri non insegniamo a pensare. Siamo succubi di una pedagogia dell’imitazione: riproducendo ragionamenti altrui, impareremo a farne di nostri.

Anche quando ci cimentiamo nella lettura diretta dei testi filosofici, la mediazione dei commentatori è talmente invasiva e analitica, che lo sforzo del pensiero è annullato. Sembra che il contenutoda far passare (ciò che l’autore ha detto) sia più importante dell’abilitàda potenziare (la capacità di comprensione e di ragionamento analitico).

D’altra parte come farebbero gli studenti a comprendere, se non abbiamo loro fornito gli strumentiper fare da sé: le tecniche, i “materiali”, i “modelli”?