Argument mapping e Bioetica

“Grumi di cellule” o “Esseri umani nascenti”

Era il 2005 quando in occasione del referendum sulla fecondazione assistita (un referendum finito male per i proponenti, visto che solo il 25.9% degli aventi diritto si recò al voto) il dibattito tra scienziati, teologi ed opinionisti animò le pagine dei grandi quotidiani nazionali intorno alla questione se l’embrione fosse o no “persona umana” e con ciò portatore di un diritto alla vita.

La questione è, naturalmente, tuttora aperta nell’ambito della Bioetica, ma in questo articolo riprenderemo la discussione del 2005, soffermandoci in particolare sul dibattito che si innescò sul Corriere della Serafra il compianto Giovanni Sartori e il prof. Roberto Colombo docente all’Università cattolica di Milano, in seguito a un articolo di Sartori dal titolo La vita umana secondo ragione,pubblicato il 28 febbraio del 2005.


L’occasione di tornare su quel dibattito me l’ha data un breve saggio di P. Cantù dal titolo Se l’embrione si morde la coda[1].

Nel saggio P. Cantù sostiene che i due articoli peccavano di fallaciedi vario tipo e che i due autori tirassero la Logica troppo per la giacchetta, volendo farle asserire, o confermare, cose che la logica non poteva né asserire né confermare.

Ma veniamo all’oggetto del contendere. Il problema sollevato nel dibattito riguardava la posizione della Chiesa in merito al tema se l’embrione sia oppure no “persona” e se, di conseguenza, sia doveroso tutelarlo alla stregua di una persona già nata. Posizione, quella della Chiesa, chiaramente favorevole alla tutela dell’embrione in quanto vita umana.

L’articolo scatenante era stato di Sartori, il quale sosteneva che la posizione della Chiesa è pienamente legittima sul piano della Fede, ma assurda e “illogica” sul piano della Ragione.

Fede e ragione. Vi sono questioni che sono materia di fede, e questioni che sono materia di ragione. Se Dio esiste è materia di fede. Se è vero che gli aeroplani volano perché sostenuti da angeli è materia di ragione. L’importante è che le due sfere si rispettino e che non si impasticcino l’una con l’altra. Mentre nei dibattiti in corso sul diritto alla vita e sull’embrione l’impasticciamento è di tutta evidenza.
Intanto, vita non è lo stesso che vita umana. Anche le mosche, i pidocchi, le zanzare sono animaletti viventi, sono vita. Ma io li uccido, confesso, con soddisfazione. Anche gli animali e i pesci che io mangio erano, prima, esseri viventi. Eppure li mangio, confesso, senza sentirmi in peccato. Invece la vita umana è inviolabile, è sacra. Perché? Qual è la differenza?
Il problema è questo, ma la Chiesa di Papa Wojtyla lo evade. La sua crociata è per la difesa della «vita nascente». Anche quella delle piante? Anche quella dei tafani? Evidentemente no. E perché no? Torno a chiedere: qual è la differenza tra qualsiasi vita e la vita umana? In passato la risposta era l’anima, che è l’anima che determina l’essere dell’uomo. Ma oggi l’anima viene dimenticata, la Chiesa non ne parla quasi più. L’omissione è stupefacente. Ma tant’è.
Su quando scocca la scintilla della vita nei primati, e specificamente nell’uomo (saltiamo, per brevità, tutte le altre vite), la risposta è oramai sicura: comincia nell’attimo della fecondazione, della congiunzione dello spermatozoo maschile con un gamete femminile. Ma, al solito (la domanda non è evadibile), questa fecondazione è già, a quel momento, vita umana? La fede, se così le viene imposto dalle sue autorità, può rispondere di sì. Ma la ragione, vedremo, deve rispondere di no. […]
Veniamo alla ragione, all’argomento razionale. In quel contesto l’argomento è che la vita umana è diversa dalla vita animale perché l’uomo è un essere capace di riflettere su se stesso, e quindi caratterizzato da autoconsapevolezza. L’animale non sa di dover morire; l’uomo lo sa. L’animale soffre fisicamente perché è dotato di sistema nervoso; ma l’uomo soffre anche psicologicamente, anche spiritualmente. Diciamo, allora, che la vita umana comincia a diventare diversa, radicalmente diversa da quella di ogni altro animale superiore quando comincia a «rendersi conto ». Non certo da quando sta ancora nell’utero della madre.
Papa Wojtyla asserisce che «la scienza ha ormai dimostrato che l’embrione è un individuo umano », e come tale non uccidibile. Ma non è così. La scienza è sottoposta, nel suo argomentare, alle regole della logica. E per la logica io uccido esattamente quel che uccido. Non posso uccidere un futuro, qualcosa che ancora non esiste. Se uccido un girino non uccido una rana. Se bevo un uovo di gallina non uccido una gallina. Se mangio una tazza di caviale non mangio cento storioni. E dunque l’asserzione (la terza del quesito referendario sul quale andremo a votare) che i diritti dell’embrione sono equivalenti a quelli delle persone già nate è, per la logica, una assurdità. [….] [2]

Il tema è il dissidio Fede e Ragione nella questione dello status dell’embrione. Secondo Sartori, nel dibattito sulla natura dell’embrione e sul diritto alla vita si mescolano ragioni di Fedee ragioni della Ragione. Per questo egli si preoccupa di discriminare ciò che sulla questione è possibile stabilire per fedee ciò che invece è possibile stabilire per via di ragione.

Se sul piano della fede, scrive Sartori, si può sostenere la tesi secondo cui l’embrione è persona, e la sua vita va protetta; sul piano della Ragione ( e della Scienza) no, in quanto questa tesi porta a conseguenze logicamente assurde. In particolare, Sartori contesta l‘affermazione di Papa Woytila, secondo cui vi sarebbe un accordo tra la posizione della Chiesa e quella della Scienza; e lo fa utilizzando due argomenti: con il primo nega che l’embrione possa essere considerato persona umana e quindi dotata di diritto alla vita, in quanto l’embrione è sì vita, ma non ancora vita umana, perchè non dotata di coscienza; con il secondo, accusa la tesi di essere illogica, in quanto mette capo a delle assurdità. Accusa giustificata con un classicoargomento per assurdo, costruito a partire da un argomento di analogia.

L’argomentazione di Sartori viene preparata in questo modo. Innanzitutto, non tutte le vite meritano di essere protette, tant’è che non ci facciamo scrupoli a uccidere insetti fastidiosi o gli animali di cui ci cibiamo (del resto, aggiunge S., questa è la stessa posizione della Chiesa, che non vieta l’uccisione di tafani ecc.). Inevitabile la conclusione: non è la “vita in sè” ad essere sacra e inviolabile, ma solo la vita “umana”.

Primo passaggio

Ma cos’è che permette di discriminare una vita “umana” (e perciò “sacra e inalienabile”) da una vita “non umana”? La risposta di S. è, dal punto di vista della Ragione, la capacità di “rendersi conto”, la presenza della coscienza e la capacità di soffrire. E questa capacità, la vita “umana” l’acquisisce, secondo S., dopo la nascita, “non certo quando sta ancora nell’utero della madre”.

Sartori riconosce, naturalmente, che è pienamente legittimo, mantenendosi sul piano della fede, avere una posizione diversa e sostenere che la vita umana si ha già al momento della fecondazione dell’ovulo, ma si tratta, appunto, di una posizione di “Fede” e non di “Ragione”. Ed è scorretta la pretesa della Chiesa che la scienza avalli questa tesi.

Contro tale pretesa, Sartori argomenta che la Scienza non può andare contro la logica e per la logica la pretesa identitàdi embrionepersona umana (titolare del diritto alla vitaè una pretesa assurda. Per provarlo Sartori utilizza, come si può vedere nella mappa sopra, un argomento per assurdo, a sua volta costruito su un argomento di analogia(ho estromesso dall’argomento l’esempio dei girini che, secondo me, è fuorviante).

L’articolo di Colombo

Furono diversi gli esponenti cattolici che pubblicarono articoli molto critici nei confronti della presa di posizione di Sartori. In particolare, il 3 marzo del 2005, sempre sul Corriere della sera, un articolo del prof. R. Colombo cercò di controbattere alle tesi di Sartori sul suo stesso terreno, quello della Logica e, quindi, della Ragione.

Purtroppo, non sono riuscito a recuperare l’intero articolo, ma solo alcuni stralci che, però, espongono il nucleo della contro-argomentazione di Colombo [3].

Colombo accetta di misurarsi sullo stesso terreno di Sartori che è, come dicevamo, quello della logica.E all’accusa di “assurdità logica” rivolto da Sartori, Colombo risponde, sostenendo che la posizione della Chiesa rispetta i principi fondamentali della logica, in primisil laicissimo principio di identità; mentre è la posizione di chi, come Sartori, nega che l’embrione abbia gli stessi diritti della persona nata perchè privo della facoltà del “rendersi conto” a essere contraddittoria e, quindi, illogica, in quanto non trae le conseguenze logiche di quella posizione:

[La logica] ha il suo fondamento in due principi, le regole d’oro della logica: ilprincipio d’identità e quello di non contraddizione. Principi laicissimi, se non altro a motivo della loro origine nella storia del pensiero, che precede l’era cristiana. “Per il principio d’identità, essendo il processo di sviluppo dell’individuo umano continuo, dalla fecondazione all’adulto (solo la morte o la crioconservazione dell’embrione ne arrestano la crescita), come posso non identificare il mio “io” in ciò con cui esso è in continuità sostanziale e senza l’esistenza del quale (o con la morte del quale) non sarei quello che ora sono? L’embrione umano è uno di noi perché ciascuno di noi è stato come lui… Il principio di non contraddizione: …se davvero la sola differenza qualificativa tra la vita di un uomo e quella di un animale consistesse in due tra i suoi attributi, l’essere presente a se stesso (autoconsapevolezza) e il soffrire “anche psicologicamente”, dovremmo trarne tutte le logiche conseguenze. Se non lo facciamo, perché ci sembrano assurde, sorge una contraddizione. Una di queste conseguenze è la seguente: la nostra umanità viene meno ogni qualvolta nella nostra vita non siamo presenti a noi stessi e non facciamo esperienza della sofferenza nonostante un lesione fisica. Il neonato, il paziente in anestesia generale, chi è sotto l’effetto di farmaci psicotropi, l’anziano demente, il cerebroleso — sono solo alcune tra le possibili situazioni — verrebbero esclusi dal rispetto e dalla tutela che sono dovuti all’essere umano, in quanto considerati vita animale”.

Analizziamo i due argomenti di Colombo nel dettaglio:

Il primo argomento sostiene che chi non riconosce l’identità di embrione e individuo adulto, viola il principio di identità. Ciò che l’autore fa è assumere (in modo improprio a mio avviso) un’interpretazione del principio logico di identità che non è scontato. Infatti, dice Colombo, posto l’embrione (A), l’individuo adulto (A’) che se ne svilupperà è in “continuità sostanziale” con quello (A): ergo, A=A’. Ne consegue che vale per Aquello che vale perA’(il diritto alla vita). Vi prego di soffermarvi su quel “continuità sostanziale” di presocratica e aristotelica memoria (la sostanzache permane identica nel mutare degli accidenti), su cui ritorneremo più avanti.

Il secondo argomento vuole colpire la tesi di Sartori che vede la caratteristica tipicamente “umana” della vita nel “rendersi conto”. Colombo fa notare che chi sostiene questa posizione non si accorge di, o non ne trae tutte, le conseguenze paradossali.

L’argomento di Colombo è chiaro: se l’umanitàè definita dalla “presenza a sè stessi”, la non-umanitàsarà definita dalla “non presenza a sè stessi”; ne deriva che in tutti i casi in cui un individuo adulto si trova occasionalmente o definitivamente (i pazienti in coma o i malati di Alzheimer) a essere “non presenti a se stessi”, dovrebbero essergli sospesi i diritti della persona, quindi anche quello alla vita. Ma questo non è ammesso o voluto neanche da Sartori, ergo:o si accettano queste conseguenze “inumane” o si viola il principio di non contraddizione.

I termini del problema

Al di là delle accuse reciproche di illogicità,la questione discriminante di questo dibattito sta nel dissidio tra una concezione “emergenziale” dell’ “umanità” dell’uomo (che dà diritto a trattamenti preferenziali) e una concezione “continuista” dell‘ “essenza” umana.

Per Sartori ciò che rende l’uomo un essere “speciale”, la coscienza, emerge ad un certo punto del suo sviluppo biologico, un po’ come la capacità di volare arriva con la trasformazione in farfalla del bruco, che prima era.

Al contrario, per i cattolici, la “specialità” umana (l’umanità dell’uomo) non è qualcosa di “emergenziale”, ma è qualcosa di “sostanziale” e di immanentealla sua stessa materia biologica (che la distingue da quella di altre specie). Tralasciamo il fatto che il mancato ricorso ad argomenti di fede(lo speciale rapporto tra Dio e l’uomo, per esempio; la presenza di un’ “anima” o altro ) rende questo argomento, in un certo senso “monco” o traballante, posto che sta ai cattolici l’onere di provare l’esistenza di questa “essenza” che rende l’uomo un essere “speciale” rispetto alle altre creature viventi.

Per Sartori il principio di identità, A=A, afferma che una cosa è uguale a se stessa in ogni momento dato; ma questa cosa è diversa(in quanto haproprietà diverse) da ciò che era prima e sarà dopo.

Per Colombo il principio di identità afferma che una cosa permane identica a se stessa, anche se è uno sviluppodi essa: A=A’, in quanto A’ è uno sviluppo continuodi A.

Il dissidio, in realtà, non è “logico”, ma, come giustamente rilevato dalla Cantù, “metafisico”. La logica non ci può assolutamente dire nulla intorno all’esistenza o meno di una “essenza umana” (qualsiasi cosa sia) che permane identica nelle trasformazioni. Nè ci può dire se sia concettualmentesbagliato trattare (o non trattare) un uovo come una gallina.

Al più ci può dire qualcosa sull’uso “corretto” del linguaggio, in base al significatodei termini e alla loro unione sintattica: dire che “oggi abbiamo ucciso un uovo” ci suona “strano”, mentre non ci suona strano il dire che abbiamo ucciso una gallina per mangiarcela; dire che “un uovo è una gallina” ci suona strano; dire che “questa gallina è stata un uovo”, non ci fa problema. Perchè? Perchè categorizziamole cose, attribuendo loro proprietà che le caratterizzano in termini di materiali, di comportamenti, di cose che ci possiamo fare, ecc. . Non ci aspettiamo da un uovo che faccia coccodè, mentre ce lo aspettiamo da una gallina; e non ci aspettiamo che, mettendo una gallina in padella, ne venga fuori un uovo in tegamino!

A” è definito dalle sue proprietà, in ogni momento dato, se cambiano, cambia la “categoria” in cui inserirla.

Se mettiamo gli embrioni nella categoria delle uova, non possiamo pretendere per loro un trattamento concettuale diverso da quello delle uova(escludo a priori la possibilità di mangiarceli!). Se le mettiamo nella categoria delle “persone”, alllora le tratteremo come tali, anche se ci troveremo concettualente in difficoltà, perchè dalle persone, in assenza di fattori accidentali di disturbo (questo risponde all’accusa di estromettere chi accidentalmente si trova ad essere privo di “coscienza”), ci aspettiamo cose che gli embrioni non possono fare: strillare per la pappa, per esempio.

Questo ci vieta di trattarli “come se” fossero “persone”? Chiaramente no. Ma si tratta di una scelta, una decisione che, allora, va spiegata e motivata. E il tipo di giustificazione dovrà essere fondata su argomentazioni “pragmatiche”, non su argomentazioni “essenziali”: le conseguenze positive che all’umanità possono venire da questo trattamento. Perché? Perché se per un credente accettare questo trattamento può essere coerente con la propria fede (che crede in un’essenza umana), per un laico o un non credente, no.

La posta in gioco

Ma perchè è così importante stabilire che (e, quindi, chiamare)gli embrioni “persone” o “esseri umani nascenti”, piuttosto che “globi di cellule” o “grumi di celule”? Se un campanellino ha cominciato a suonare nella vostra testa, avrete intuito la risposta. In gioco ci sono due differenti “frames”, cornici, diverse e incompatibili in cui inquadrare e interpretare i fatti.

Le parole non sono neutrali, e ciò che accade nel mondo è sempre suscettibile di interpretazioni diverse se non contrapposte:

… la maniera in cui la realtà viene rappresentata nella mente non è dettata dalla natura della realtà. Il linguaggio del pensiero ci permette di inserire una situazione in frames diversi e incompatibili. [4]

Le parole sono cariche di sentimenti, di emozioni che ci guidano nei nostri giudizi; le parole ci guidano nel modo in cui nella nostra mente un fatto viene concettualizzato. Lo vediamo nel dibattito pubblico, che sta diventando sempre più un dibattito sulle parole, una guerra della “comunicazione”: “reddito di cittadinanza”, “buonascuola”, “decreto dignità”.

E il modo in cui un fatto viene concettualizzatoci condiziona nel giudicare i fatti, nel prendere una decisione piuttosto che un’altra e agire di conseguenza. Per restare sul terreno politico, la battaglia della comunicazione politica lavora proprio su questo, e più che sui fatti (i provvedimenti legislativi) sembra oggi sempre più interessata a offrire frames, cornici di lettura da offrire a cittadini “distratti”, o con poco tempo da dedicare a capire di cosa si sta veramente parlando, o quali sono i termini del problema.

Del resto, non è questo modo di incorniciare i fatti, in fondo, qualcosa che facciamo anche noi, nel nostra vita quotidiana, più o meno inconsapevolmente, per giustificarci nelle nostre scelte?

Ma torniamo al nostro discorso sulla natura dell’embrione. La battaglia del mondo cattolico sul tema è stata ed è, per molti aspetti, una battaglia sul linguaggio e sul modo in cui incorniciare la questione.

L’ “embrione” è “persona”, un “essere umano nascente”: concettualizzato come “essere umano” ne seguono, logicamente ed eticamente, tutta una serie di valutazioni, giudizi, permessi e divieti. Lo possiamo notare in questa intervista, riportata sempre su Fidesvita.org,a Katia Bellucci, specializzanda in Ginecologia e Ostreticia all’Università di Medicina e Chirurgia di Ancona, nel 2005 [vedi nota 3]:

Dr.ssa Bellucci: Prima di tutto ricordiamo che l’embrione è una persona. Congeleremmo mai uno di noi? No! Perché dovrebbe accadere con gli embrioni? Si aprono poi ampie problematiche relative alla crioconservazione: rischio di abbandono, alterazioni e morti embrionarie di cui bisognerà tener conto!

E ancora:

Dr.ssa Bellucci: La questione è sempre la stessa: non considerare l’embrione una persona ma un ammasso di cellule, materiale di laboratorio! La biologia ci insegna che dal momento dell’unione dei due gameti (cellula uovo e spermatozoo) nasce una nuova cellula lo zigote dalla quale avranno origine tutte le cellule che compongono l’individuo adulto: non c’è soluzione di continuità tra la fecondazione e lo sviluppo dell’organismo adulto e, successivamente, per tutta la vita fino alla morte dell’individuo! L’embrione è una persona , ognuno di noi è stato embrione! È ragionevole sperimentare nuove terapie (finora inesistenti) in favore di alcune persone malate per mezzo dell’ uccisione di altre persone, cioè degli embrioni? Come fa ad essere il bene di una persona l’uccisione di un’altra?

Basta così poco: sostituendo nella nostra mente un concetto-immagine(“ammasso di cellule”; “materiale da laboratorio”) con un altro (“persona”) cambia il modo in cui valutiamo le cose e con esso ciò che siamo disposti a fare o non fare.


Aveva ragione Wittgenstein quando diceva che spesso le dispute filosofiche si riducono a discussioni sul linguaggio; ma aveva, altresì, ragione Popper, a pensare che dietro alle dispute sul linguaggio ci stanno, in realtà, genuini problemi filosofici.


Riferimenti

[1] Cantù, P., E qui casca l’Asino. Errori di ragionamento nel dibattito pubblico, Bollati Boringhieri, Milano, 2011, pp.19–27

[2]L’articolo del Corriere è stato rirpoposto assieme ad altri articoli in cui Sartori replicava ai suoi critici a questo indirizzo: http://www.impressionisoggettive.it/grandi%20temi%20sartori.htm

[3] Oltre al passo citato nel saggio in Cantù [2013], ho trovato altre citazioni in un articolo riproposto sul sitoFidesvita.org

[4] Pinker, S., [2007], The Stuff of Thought,[Ed. it., Fatti di parole. La natura svelata dal linguaggio, Mondadori, Milano, 2009] p.

By Pietro Alottoon September 22, 2018.

Canonical link

Exported from Mediumon March 16, 2019.