La Narrativa del populismo italiano

Riflessioni sparse per capire il momento che stiamo vivendo

David and Goliath by Caravaggio |Pubblico dominio

“… il cittadino tipico precipita ad un più basso livello di resa mentale non appena entra nel campo politico. Ragiona e conduce le sue analisi in un modo che egli riconoscerebbe subito come infantile se usate nella propria sfera di interessi. Egli ridiventa un primitivo. Il suo pensiero torna ad essere associativo ed affettivo…!” (J. A. Schumpeter)

Premetto che questo post non vuole dare alcun giudizio politico sul populismo italiano, non perchè non abbia le mie opinioni in merito, ma perchè questo vuole essere solo un modo per riflettere e chiarire, soprattutto a me stesso (e scrivere è il modo in cui ci riesco meglio), quello che sta accadendo in Italia in questo momento e il modo in cui si sta svolgendo dal punto di vista retorico il dibattito politico .

L’antefatto

Un ventennio di malapolitica, unita ad una delle crisi economiche più gravi del capitalismo moderno e ai fenomeni legati alla globalizzazione economica, hanno lasciato sul terreno un paese in ginocchio. A questo si aggiunga un fenomeno migratorio di proporzioni massicce che ha raggiunto l’Italia e l’Europa nel suo momento di maggiore crisi.

In un momento in cui i problemi sociali ed economici si manifestavano in tutta la loro gravità, nel momento in cui c’era bisogno di una guida forte, lungimirante e capace di progettare il futuro, la classe politica al governo si è dimostrata del tutto incapace e inadatta alla bisogna: persa fra difesa degli interessi personali di un tycoon, scandali politici e piccanti, corruzione sempre più diffusa, divisioni politiche paralizzanti, ascesa di leader narcisisti e arroganti, e assenza di qualsiasi forma di selezione del personale politico basata sulla competenza.

A questo si unisca il discredito generalizzato della classe politica presso l’opinione pubblica che ha colpito tutti, colpevoli e incolpevoli. Alimentato da programmi televisivi, da un giornalismo spazzatura, cartaceo e televisivo che, in nome dello share o di qualche copia di giornale in più, ha aizzato la gente contro i politici corrotti o interessati solo a fare camarille o a difendere privilegi di “casta”. Per carità, niente di sbagliato nel fare le pulci a chi governa, ma negli anni si è alimentata una narrazione che ha voluto tutti i politici italiani (in primis, quelli a cui è toccata in sorte di governare o di sostenere governi in questi anni travagliati ) come una massa di corrotti, una “casta” appunto, attaccata ai propri privilegi, incurante delle difficoltà e del malessere della gente comune.

Si è data voce a chiunque protestasse, che fosse nel giusto o no, non era importante, se era funzionale a una parte politica o allo share. Il discredito della classe politica si è piano piano esteso alle Istituzioni politiche, nazionali ed europee (ma a rischio è anche il potere giudiziario), mettendo oggi sempre di più in crisi la democrazia rappresentativa, le forme di governo sovranazionale se non addirittura lo Stato di diritto (vedi le esternazioni salviniane dopo l’apertura di un procedimento a suo carico da parte della magistratura, per il caso Diciotti), alimentando la deriva verso forme di democrazia diretta (vedi le esternazioni di Casaleggio e Grillo) o autoritario-paternalistica (vedi il “capitano” Salvini).

La formidabile unione del populismo di destra e di sinistra

Tutto questo ribollire di passioni, unito alla presunta fine delle ideologie (ma cosa sono i due populismi se non «ideologie»: sistemi di valori uniti a una o più chiavi di lettura della realtà?), hanno portato ad una cosa mai vista nel Novecento: l’unione al governo di due modi di leggere la realtà e due sistemi valoriali antitetici e contrapposti, pur con qualche (inevitabile) punto di contatto (non vengono classificati come “populismi” a caso). E’ come se nel Novecento, ad un certo punto, l’alleanza fra il Nazismo e il Comunismo puramente politica e tattica (patto Molotov-Von Ribbentrop) si fosse cementata e tradotta in un vero e proprio governo del mondo.

Unione “formidabile”, perché permette di mettere assieme il consenso del “popolo di sinistra”, che non trova più riferimenti nei partiti della sinistra tradizionale, con il consenso del “popolo di destra” alla ricerca di nuovi leader e partiti che ne rappresentino le istanze e i valori, dopo il fallimento del berlusconismo e del leghismo nordista bossiano. “Popolo” di destra e sinistra che, assieme, rappresenta in questo momento (stando ai sondaggi) la maggioranza del paese.

Due ideologie antitetiche e convergenti

Il populismo di destra si alimenta di una cultura politica che fa riferimento a valori sovranisti e nazionalistici (prima gli italiani!) che lo conducono ad avversare tutto ciò che si caratterizza come “sovranazionale”, siano esse le istituzioni europee o l’economia globale; a valori xenofobi e identitari (l’immigrato come minaccia economica, sociale, identitaria); a una concezione della guida politica orientata verso forme di autoritarismo paternalistico (il “capitano”) che portano ad una diffidenza, se non ad un’aperta ostilità verso lo Stato di diritto e le mediazioni della democrazia rappresentativa, in nome di una concezione del potere fondato su una sovranità popolare non mediata, e di immediato contatto fra il “capo” e il comune sentire del suo popolo; a una difesa, infine, dei valori tradizionali propri della cultura “popolare” piccolo borghese e contadino/operaia (vedi le recenti esternazioni sulla famiglia naturale).

Il populismo di sinistra converge con il populismo di destra sulla diffidenza nei confronti delle istituzioni rappresentative nazionali e internazionali in nome di una superiorità virtuale della democrazia “diretta”, che a suo dire dovrebbe esprimersi attraverso il medium delle nuove tecnologie e attraverso movimenti dal basso (da qui l’appoggio ai tanti movimenti spesso minoritari, No Tav, No Vax, No Tap …); una ostilità tanto maggiore, quanto più “lontane” sono le istituzioni rappresentative (da qui l’ostilità malcelata nei confronti dell’Europa); a questo si aggiunge una strategia del sospetto nei confronti dei “professionisti” della politica, vecchi e nuovi, visti come “collusi” con il potere economico-finanziario, corrotti o corruttibili (da qui il draconiano regolamento con penali significative nei confronti degli stessi eletti del movimento, “costretti” a fare solo da cinghia di trasmissione delle decisioni prese dai capi, duri e puri); una diffidenza, per non dire “ostilità” nei confronti della Finanza, delle Banche e dell’industria privata ( i “poteri forti”, il “turbocapitalismo apolide”), viste come organizzazioni interessate al lucro e contrarie all’interesse pubblico; favorevole alla gestione pubblica dei cosiddetti “beni comuni” di interesse pubblico (acqua, energia, ecc.); diffidenti verso la Comunità scientifica ufficiale vista come collusa con le grandi multinazionali (per esempio, quelle farmaceutiche, Big Pharma).

Molti di questi temi e “valori”, come si può facilmente notare sono propri anche della Sinistra anticapitalistica tradizionale (non stupisce, perciò, la vicinanza alle posizioni dei populisti di esponenti della Sinistra tradizionale). Rimangono fuori dagli interessi focali del movimento, invece, l’internazionalismo umanitario e le battaglie civili per i “nuovi” diritti”, tradizionale campo valoriale della Sinistra.

Il bacino del consenso

Il populismo di destra e quello di sinistra sono riusciti a fare ciò che nessuna alleanza politica (di centrodestra o di centrosinistra) nella storia del nostro paese era mai riuscito fare: mettere assieme il popolo e la cultura di destra con il popolo e la cultura di sinistra.

Il populismo di destra raccoglie il consenso di larga parte dell’opinione pubblica di destra e del suo elettorato, mettendo assieme le istanze e i valori sia della destra moderata (con la sua cultura antistatalista), sia della destra radicale (sovranismo, nazionalismo, autoritarismo paternalistico, xenofobia, identitarismo, difesa dei valori tradizionali).

Il populismo di sinistra raccoglie il consenso di tutti i movimenti minoritari “No qualcosa”; il consenso di tutti gli scontenti e delusi delle politiche governative dei governi che si sono succeduti dallo scoppio della crisi economica in poi; il consenso degli anticapitalisti e dei nostalgici dello Stato imprenditore; infine, ultimo, ma non per importanza, il consenso di tutta quella parte della società italiana penalizzata dalla crisi e dai meccanismi di globalizzazione dell’economia.

Si tratta di una parte consistente della società italiana, che fa presagire che a a meno di irrigidimenti ideologici, da una parte o dall’altra, nell’affrontare “emergenze” politiche, economiche o sociali, l’alleanza fra i due populismi possa governare per molti anni. Tutto dipende dalla “flessibilità compromissoria” (di cui fin qui hanno dato prova) con cui i leader dei due schieramenti populisti sapranno gestire le emergenze, e dalla capacità di “sopportazione” dei duri e puri dei due schieramenti di fronte al “tradimento” di quelle istanze che il compromesso non permette di soddisfare (penso ai movimenti No qualcosa o agli antistatalisti di destra, che fin qui hanno dato fiducia ai loro referenti politici).

E’ chiaro infatti che l’alleanza di governo dei due populismi è stata un’alleanza al ribasso rispetto al nucleo forte delle rispettive “ideologie” politiche: la democrazia diretta del PdS è compatibile solo fino ad un certo punto con l’Autoritarismo paternalistico del PdD; l’antistatalismo senza regole e il localismo autonomistico di parte del popolo di destra confligge con lo Statalismo centralizzatore (lo Stato imprenditore e estremo difensore del Bene pubblico) del popolo di sinistra; i valori della destra radicale integrati nell’ideologia del populismo di destra confliggono con il “sentire profondo” di una parte del popolo di sinistra che ha dato fin qui il proprio consenso al PdS: c’è un limite oltre il quale le “forzature” e gli strappi non vengono più accettati, neanche come mezzi in vista di un fine superiore (il caso della Diciotti è emblematico in questo senso).

Gli schemi narrativi del populismo italiano

In questo quadro, per nulla esaustivo, del fenomeno populista italiano, un’attenzione particolare deve essere rivolta ai meccanismi esplicativi della narrativa populista che alimenta e sostiene il consenso intorno alle posizioni e alle prese di decisione dei leader.

La mia ipotesi è che la narrativa dei due populismi abbia elementi comuni ed elementi di diversità sostanziale, che discendono in parte dall’ideologia dei due populismi, in parte dalla necessità di dare una lettura degli eventi e delle prese di decisione coerente con l’immagine e i valori etico-politici che essi vogliono sostenere.

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Per dirne una: mentre i leader populisti di sinistra amano presentarsi come novelli “rivoluzionari” giacobini, duri e puri, in lotta contro la vecchia politica corrotta e collusa e le èlites economico-finanziarie arricchitesi sulla pelle dei più deboli; il leader populista di destra ama presentarsi come un padre autorevole e sbrigativo che sa cosa fare e come risolvere i problemi di tutti, con decisione e, se necessario, con la “forza”, senza preoccupazione alcuna per le debolezze sentimentali dei “buonisti” (salvo poi tacitare quel po’ di coscienza morale residua con argomenti del tipo “in fondo, lo facciamo per il loro bene!”).

E ancora. Se per il PdS le leggi e le regole sono discutibili, perchè fatte da politici corrotti e collusi con le èlites economiche; per il PdD, le leggi e le regole sono inutili impicci che possono essere violate sulla base del consenso del popolo sovrano, unito misticamente con la volontà del “capo”.

La narrativa populista di destra e di sinistra utilizza i medesimi schemi narrativi e gli stessi stratagemmi noti alla retorica politica, ma colorati con tinte diverse dai due sistemi narrativi: semplificazione dei problemi, tecnica del capro espiatorio, spiegazioni complottistiche, ignoranza dei “fatti” o loro manipolazione propagandistica, demonizzazione dell’avversario, identificazione di posizioni alternative con persone “squalificate” presso l’opinione pubblica di riferimento.

Mescolati in vario modo, gli schemi utilizzati nella narrativa populista sono sempre gli stessi. Ho provato a farne un elenco, che non pretende di essere esaustivo, naturalmente:

  1. se qualcosa non si fa o non si è fatto non è mai perche c’era una qualche ragione per non farla, o perchè non si pensava fosse bene farla, ma perchè non la si è voluta fare; e se non la si è voluta fare è probabile ci fosse un interesse a non farla (tecnica dell’insinuazione e strategia del sospetto, di cui sono diventati specialisti alcuni giornalisti); una tecnica argomentativa nota agli studiosi di teoria del complotto con il nome di just asking questions, ovvero “basta porsi qualche domanda”;
  2. indirizzare le emozioni negative verso un nemico noto e condiviso che si vuole screditare, anche quando non ha colpe: falsificando i fatti, ignorandoli o attribuendogli responsabilità che non ha;
  3. interpretare eventi neutri in maniera funzionale alla propria narrativa;
  4. diffondere e amplificare “notizie” di cronaca (senza alcuna preoccupazione per la loro fondatezza) funzionali alla propria narrativa;
  5. creare fakes news per rafforzare la propria narrativa e diffonderle sui Social;
  6. quando si è sbugiardati non scusarsi nè giustificarsi in alcun modo, ma sempre e comunque “rilanciare” o sviare l’attenzione su altro: una tecnica nota come mutatio controversiae;
  7. costruzione mitica del nemico, caricato di tutte le connotazioni negative per l’opinione pubblica di riferimento (vedi il Renzi presentato come un satrapo orientale, avido di potere, narcisista, complice di “plutocrati” affamatori del popolo);
  8. ridicolizzare o sminuire le pur “buone” cose fatte dall’avversario: se ha fatto qualcosa di buono è perchè dietro c’era un qualche interesse;
  9. presentare gli “errori” dell’avversario sempre come “intenzionali” e interessati; presentare i propri errori o quelli dei propri alleati come “veniali e non intenzionali;
  10. enfatizzare le opinioni di “esperti” che rafforzano le proprie prese di posizione (chiunque può servire alla bisogna: lo sconosciuto professore di diritto di una sperduta università o le opinioni economiche di un commercialista brianzolo!); silenziare le contrarie o attaccarle con argmenti ad hominem, insinuazioni squalificanti, o usando l’arma del ridicolo (imparare da M. Travaglio);
  11. alimentare artificiosamente la mentalità complottistica, proponendo Entità (nascoste e non) che manovrano contro il popolo ignaro o gli epici eroi che lo difendono (Loro!).

Schemi retorici della narrativa populista

Mi rendo conto che tutti, ormai, ci siamo abituati all’idea che i politici promettono sempre più di quello che sono in grado di mantenere. Tuttavia, subito dopo le elezioni ci dimentichiamo di questo assunto, e pretendiamo che, coerentemente, diano seguito a tutte le loro promesse; e se questo non avviene ci rafforziamo nel nostro pregiudizio che i politici sono tutti dei gran “bugiardi”.

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Ora, paradossalmente, dico che è meglio un politico che tradisce promesse irrealistiche, che un politico “coerente” che, per dare seguito a promesse irrealistiche o sbagliate, non si ferma, anzi, persevera con ostinazione per tenere fede alla parola data, senza pensare alle conseguenze. Se l’onestà in politica è un valore, la coerenza a tutti i costi non lo è!

Ebbene, quando le promesse si scontrano con la complessità dei problemi e delle soluzioni lo schema retorico difensivo del populismo è sempre lo stesso: se qualcosa non si può fare, è sempre perché quelli che c’erano prima di noi hanno fatto qualcosa che ce lo impedisce (e noi, quando abbiamo promesso, non potevamo saperlo).

E’ evidente che lo schema è convincente o, meglio, “persuasivo” solo in maniera drettamente proporzionale al “discredito” di “quelli che c’erano prima di noi”: tanto più crediamo che quelli che c’erano prima erano inetti, incompetenti, corrotti e disonesti, tanto più l’argomento risulterà persuasivo.

Detto per inciso, uno dei problemi del PD è che nei suoi confronti, negli anni, si è accumulata una quantità di rabbia e di odio presso gruppi sociali e di opinione i più diversi, “traditi” nelle loro speranze o nelle loro “aspettative” (giuste o sbagliate che fossero) da rendere “credibile” qualsiasi narrazione colpevolizzante. E’ il noto meccanismo del “cerino in mano”: l’ultimo paga pegno. Il Pd, al governo negli ultimi 5 anni è stato nella percezione popolare, identificato col “Governo” tout court di questo paese, e il responsabile di tutte le sue politiche da vent’anni a questa parte, anche quando le decisioni odiate sono state prese da altri governi anche di segno opposto.

Ma proseguiamo. Un altro meccanismo retorico utilizzato dal populismo italiano suona il tasto dell’ ingiustizia e del vittimismo (un meccanismo retorico caro ai politici italiani e portato alle stelle da Mussolini per giustificare le politiche aggressive degli anni Trenta del secolo scorso).

L’Italia vittima della prepotenza e della tracotanza di Germania e Francia (e dei suoi alleati nordici) che guidano le decisioni dell’UE per il loro interessi. I governi precedenti nella narrazione mitica del populismo antieuropeo avrebbero svenduto gli interessi italiani in nome di un presunto non si sa che cosa (ideale europeista?), facendo sì che gli interessi nazionali venissero subordinati a quelli franco-tedeschi; mentre l’Europa ci ha lasciato soli ad affrontare un’emergenza come quella dei migranti.

Ed ecco gli eroici nuovi governanti alzare la testa e fronteggiare con forza e dignità (finalmente!) l’entità malvagia (la Commissione europea, composta da beoti e collusi con la finanza internazione e con le leadership di Germania e Francia), minacciando sfracelli, se gli interessi del popolo italiano (innocente ed incolpevole) non verranno presi in considerazione nel giusto modo.

Naturalmente, il rischio del raccontare “storie” non è solo quello di venire sbugiardati, ma anche quello di cadere nel ridicolo, quando si raccontano sciocchezze o si minaccia con armi che non si possiedono (la storia italiana del ‘900 non ci ha insegnato niente). Tuttavia la narrazione epica dell’eroe che fronteggia un potente e terribile avversario, in difesa dei deboli, è un archetipo narrativo che funziona sempre, ed è proprio per questo un topic usato spessissimo nel cinema (basta pensare alla semplice struttura narrativa degli spaghetti western).

Conclusione non proprio consolante

I fatti non parlano da sé, i fatti hanno bisogno di essere interpretati, e l’interpretazione che se ne può dare è molteplice, se non opposta (il bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto). Le “Narrative” non devono essere “vere”, ma soltanto “coerenti” (evito discettazioni filosofiche sulla verità come “coerenza”!). Per mantenere questa “coerenza” devono qualche volta forzare i “fatti”, e quando non li si riesce ad ingabbiare, i fatti scomodi vengono taciuti o negati.

Naturalmente, la Narrativa politica ha un metro di verficazione che è la realtà: per quanto si possa “raccontarla”, le conseguenze positive e negative delle prese di decisione possono mandare in frantumi le narrazioni più belle, confortevoli e coerenti.

Malgrado ciò, le Narrative politiche hanno sempre una via d’uscita: si può sempre ricorrere a narrazioni alternative di supporto, ad hoc (abbiamo perso, ma solo perché qualcuno ha tradito!); e chi vuole fortissimamente credere, è pronto a saltare su qualunque “narrazione di salvataggio” che lo conforti nella delusione e lo rafforzi e sostenga nelle sue convinzioni.

Non proprio una conclusione consolante.

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