Traccia B, Prima prova: analisi linguistica o analisi logico-argomentativa

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Dopo avere scritto i due precedenti post e averne discusso con qualche collega di Italiano, mi sono reso conto di come sia urgente risolvere alcune ambiguità in merito agli obiettivi formativi, alle abilità e alle conoscenze di analisi e di sintesi che verranno richieste agli studenti, e che saranno oggetto di valutazione attraverso la griglia che verrà proposta a livello nazionale dal Ministero.

Io credo che la prima urgenza riguardi il chiarimento del lessico utilizzato. Basta fare un giro per i manuali di italiano del biennio per notare l’approssimazione lessicale e concettuale con cui l’analisi del testo argomentativo viene proposta: termini come premessa, ipotesi, tesi, argomento, argomentazione, ragionamento, regola, garanzia dato, ormai, hanno ricevuto una codificazione nell’ambito della Teoria dell’argomentazione, e non possono essere usati in modo approssimativo.

In secondo luogo, bisogna chiarire gli obiettivi formativi che la pratica di analisi e scrittura argomentativa vogliono perseguire. I metodi e le strategie di analisi dipendono strettamente dalle finalità: vogliamo costruire una competenza logico-argomentativa finalizzata a sviluppare il pensiero critico, la capacità di comprensione di messaggi persuasivi, la capacità di analisi e valutazione critica degli stessi, e, contestualmente, la capacità di riflettere criticamente e produrre testi argomentativi? Oppure, come certi esempi di analisi che circolano in Rete farebbero pensare, si punterà all’individuazione degli elementi formali e linguistici del testo argomentativo (con richieste del tipo: attraverso quali elementi formali e quali mezzi linguistici l’A. rende il testo coeso e coerente?)?

Ora, la lingua è al servizio del contenuto di pensiero; una buona expertise linguistica è fondamentale per comunicare i pensieri (laddove una mancanza di padronanza può tradire le intenzioni comunicative), ma gli stessi contenuti possono essere veicolati in molti modi diversi; soffermarsi sull’uso “del coesivo anaforico” o del “connettivo esplicativo”, o della “cataforica e anaforico”, sarà di grande interesse per il cultore della lingua, ma poco per chi vuole comprendere cosa sta dicendo chi parla: se ciò che sostiene è oggettivamente condivisibile in virtù della verità, plausibilità, bontà e forza dei singoli argomenti e dell’argomentazione nel suo complesso.

Mi rendo conto che l’expertise degli insegnanti di italiano in questo sia insuperabile, ma, a mio modesto avviso, si perderebbe l’opportunità di prendere i due (mitici e poveri) piccioni con la classica fava: migliorare la competenza logico-argomentativa (e con esse il pensiero critico) e migliorare le competenze linguistiche legate alla comprensione e alla scrittura del testo.

Il rischio che si cada in nuove forme di «formalismo» analitico deve essere sempre tenuto presente, con la conseguenza di perdere di vista le finalità formative di più ampio respiro: quelle collegate con la necessità di formare i nostri studenti ad un’expertise critico-argomentativa, sempre più necessaria nel mondo di Social e fake news in cui si trovano a vivere.


Due esempi di analisi

Per capire di cosa sto parlando proporrò due diverse analisi di un editoriale di Galli della Loggia: un’analisi proposta dal prof. Giuseppe Benedetti, insegnante di Italiano e Latino in un liceo romano, in un articolo pubblicato dalla Pearson; e una proposta da me.

L’analisi del prof. Benedetti punta decisamente sull’analisi linguistica:

Lo scopo è quello di riconoscere i procedimenti formali posti al servizio dell’argomentazione, fino a una lettura che riesca a cogliere la strategia discorsiva usata nel testo.

E ancora:

… l’analisi dei coesivi e dei segnali discorsivi consente di riconoscere le diverse sequenze argomentative. E di rilevarne la consistenza in funzione della tesi pricipale.

La seconda, proposta da me, si sofferma sulla struttura logico-argomentativa e retorica del testo, entrando nel merito di ciò che viene sostenuto, sull’argomentazione che viene costruita e delle strategie retoriche: dalle intenzioni comunicative, alla posizione dell’autore, alla bontà degli argomenti.

L’editoriale analizzato è quello di E. Galli della Loggia, pubblicato sul «Corriere della Sera» il 3 febbraio 2014, e intitolato Il linguaggio dell’inciviltà.

L’ Analisi

L’articolo ha una struttura esemplare: con un esordio in cui l’autore racconta un fatto della sua esperienza; una narrazione in cui il fatto considerato nell’esordio viene considerato come parte di un fenomeno più grande; una parte centrale in cui cui viene proposta la tesi e l’argomentazione; e una conclusione che tira le fila del ragionamento complessivo.

La struttura del testo

La linea di ragionamento

C’è un degrado della vita pubblica, che si manifesta nel linguaggio e nei comportamenti pubblici; questo degrado è dovuto a una carenza di rispetto delle «regole», mancanza di senso civico ecc.; il rispetto delle «regole» e il senso civico li danno gli istituti formativi (la Scuola in primis); dunque, la colpa del degrado è dell’indebolimento degli istituti formativi (che nell’ultima parte dell’articolo si riducono ad uno) e della Scuola che non svolge più il suo ruolo. E la Scuola (e gli altri istituti formativi che risultano “indeboliti”) non svolge più il suo ruolo per colpa della cultura «modernista» e individualista; dunque, la colpa del degrado pubblico è della cultura libertaria e individualista.

Linea di ragionamento

Lettura retorica del testo

L’articolo di Galli della Loggia ricade in un Topos classico, quello che contrappone i bei tempi andati a quello presente, brutto e peggiore ( o viceversa): c’è stato un tempo in cui gli italiani erano disciplinati e ben educati nei loro comportamenti pubblici; oggi, invece, ….

In tutto l’articolo il sistema valoriale dell’autore viene contrapposto a quello degli avversari (mai citati), utilizzando un linguaggio valutativo fortemente connotato emotivamente, attraverso un’aggettivazione qualificante ( cieco rifiuto vs consolidate regole; sentire civico; giusti riguardi; ecc.), in cui emerge la contrapposizione tra il “disciplinamento”, la “strutturazione” degli istituti formativi tradizionali e lo spontaneismo disinibito e sgangherato proprio della “modernità”.

Possiamo intravedere un sorta di “conservatorismo” di fondo dell’ A. che si manifesta nel contrapporre la cultura della “modernità” declinata male ( e svalutata per le conseguenze che ha sul degrado della vita pubblica) ad un “passato (“rifiutato” dai modernisti) di “consolidate regole pubbliche e private, di un sentire civico antico, di giusti riguardi e cautele espressive, di paesaggi culturali e naturali tramandati”.

Sintesi

Non ci sono più le «buone maniere» di una volta. Una volta esistevano istituti educativi che si preoccupavano di dare «regole» per comportarsi civilmente nel relazionarsi con gli altri, nella comunicazione sociale e politica. Esisteva, insomma, un «bon ton» sociale e politico a cui ci attenevamo, generalmente, e a cui conformavamo la nostra convivenza sociale. Oggi tutto questo non c’è più, travolto dal «modernismo», dall’individualismo e da una malintesa libertà, che hanno indebolito gli istituti formativi tradizionali, e in particolare la Scuola, che ha rinunciato (nel testo si usa una sineddoche: “la Repubblica”) alla sua missione formativa: la cattiva educazione, così, si è trasmessa dai comportamenti privati ad ogni ambito del nostro vivere sociale.

Valutazione critica

L’articolo è, insieme, una presa d’atto ed una condanna della rinuncia da parte della Scuola al suo compito di «civilizzazione» dei costumi, di formazione e «disciplinamento» sociale; a causa, si lascia intendere, della prevalenza di una cultura modernista (di sinistra?) e individualista, che scambia l’essere moderni e liberi con il non rispetto delle regole e del bene comune.

Ma è davvero così? E’ colpa della scuola, che avrebbe abdicato al suo ruolo o non piuttosto di una cultura di massa, in cui reti televisive, talk show, giornali alla ricerca continua di «audience» hanno rinunciato a qualsiasi «etiquette» , rincorrendosi nell’essere sempre più volgari e sdoganando la volgarità e l’aggressività verbale e non, sempre più considerati comportamenti «virtuosi» da imitare (dove la virtus sta nella sopraffazione e nell’umiliazione dell’avversario anche con la slealtà e la menzogna).

Chiediamoci da dove passano i valori oggi? Dalla famiglia, dalla scuola o dai nuovi Media? I «cattivi maestri» sono nelle scuole, nelle Università o, sempre di più, in TV, sui Social, su You Tube? Se la risposta è, come io credo, la seconda, allora Galli della Loggia ha sbagliato bersaglio, influenzato forse da un sorta di pregiudizio «conservatore». Ma davvero l’Italia che fu era la patria dell’ «etiquette» sociale e politica? Forse una rapida rassegna dei titoli di giornale degli anni Cinquanta e Sessanta basterebbe a far cambiare opinione all’autore. Davvero il conversare degli adolescenti degli anni cinquanta era così forbito, e i loro comportamenti meno volgari e aggressivi di quelli dei ragazzi di oggi? Mi permetto di dubitarne, se non altro per esperienza diretta della mia, di generazione.

Ed ammesso che Galli della Loggia abbia ragione nell’accusare la Scuola (che, in verità, continua a proporre progetti educativi per «formare» ad una cittadinanza attiva e responsabile) di non formare più adeguatamente i giovani, mi chiedo cosa può fare di più un’istituzione sempre più «vecchia» e conservatrice, impaludata in vecchi riti, metodi e strategie formative che non «catturano» più il suo pubblico? Un pubblico di giovani che, sempre di più, cerca fuori dalla scuola, quelle risposte che la scuola non dà.


La comprensione della linea di ragionamento dell’argomentazione permette, come si può notare, qualora non se ne condividano le conclusioni, di attaccare le premesse che si ritengono false, improbabili o irrilevanti.

Nel caso specifico, le critiche si rivolgono all’argomento causale utilizzato da Galli della Loggia, e che pone una conessione causale tra il degrado della vita pubblica e la «rovina del sistema scolastico» che non svolgerebbe più il suo ruolo; nel testo vengono individuate altre possibili cause, e viene confutata anche la tesi secondo cui la scuola ha rinunciato al suo ruolo formativo (con il contro-argomento che la scuola, pur volendo, non riesce a farlo).

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