Come io vedo l’insegnamento della filosofia

Una lettera “quasi” inventata

Raffaello Sanzio — The Yorck Project (2002) 10.000 Meisterwerke der Malerei (DVD-ROM), distributed by DIRECTMEDIA Publishing GmbH. ISBN: 3936122202.|Pubblico dominio

Carissimo,

ti rispondo con un po’ di ritardo, perché sono stato in Sicilia per le ferie e ho letto la tua mail solo al mio ritorno. Ti ringrazio, innanzitutto, per aver avuto la pazienza di leggere e commentare i miei lavori.

Ho letto con attenzione ed estremo interesse le tue note critiche, ma non posso che confermare ancora una volta il nostro profondo disaccordo.

Quello che io riesco a vedere con molta chiarezza è la diversa enfasi che noi poniamo sui due elementi chiave dell’insegnamento della Filosofia a scuola: la disciplina filosofica, da una parte; gli studenti a cui l’insegnamento della filosofia si rivolge, dall’altra.

Ciò che traspare dalle tue note, ma anche dai tuoi lavori (almeno quelli che ho avuto la possibilità di leggere), è un’attenzione estrema e partecipata rispetto alle sorti della Filosofia come tradizione e come patrimonio di sapienza (che ha in sé il suo metodo; da apprendere, memorizzare, imitare…), da conservare, tramandare, così come la tradizione storica ce l’ha lasciato. Manca, a mio avviso (o è carente) l’attenzione e l’interesse rispetto a ciò che lo studio della Filosofia può dare agli studenti di oggi.

Io mi chiedo a che serve studiare Filosofia nella scuola secondaria oggi? Tu questa risposta la dài per scontata. Io mi chiedo cosa la Filosofia può dare oggi ai ragazzi delle nostre scuola? Il modo in cui insegniamo è produttivo? Per te le risposte sono altrettanto scontate.

Tu parli di “evidenza dei risultati ottenuti dall’insegnamento della filosofia” e di un generale apprezzamento del “valore formativo della filosofia tra “ i propri studenti, ed io non so a cosa ti riferisci. Sulla “quantità e qualità” della comunità filosofica italiana, io non so cosa dire. Da quello che vedo negli scaffali dedicati alla filosofia nelle librerie italiane, non mi pare che la quantità sia direttamente proporzionale alla qualità (libri di professori scritti per altri professori, o al più per gli studenti dei propri corsi universitari)! Sul valore formativo della filosofia, così come viene insegnata nelle nostre scuole, ho invece molti dubbi. Ribadisco quanto scritto nel saggio pubblicato ne La filosofia nella scuola:

Sono circa dieci anni che cerchiamo di proporre un insegnamento della filosofia che, seguendo le indicazioni dei Programmi Brocca, parta dalla lettura dei testi. Siamo tra quelli che hanno considerato positivamente le proposte della commissione Brocca. Finalmente non più nozionismo ma lettura della parola viva dei filosofi!

Abbiamo adottato nelle nostre scuole i testi più innovativi, che più si avvicinavano alla “filosofia” dei programmi Brocca, rimanendone delusi.

Abbiamo constatato come la lettura diretta dei testi non avvicina i ragazzi ai grandi filosofi: i ragazzi, quando studiano, tendono piuttosto a saltare i brani per andare alla spiegazione sintetica dell’insegnante o del manuale; vivono la lettura dei brani antologizzati (decontestualizzati e spesso tagliati secondo una logica loro estranea) come qualcosa di noioso e pesante.

La speranza (o forse sarebbe meglio dire: la speranza) che i ragazzi si appassionino (come qualche insegnante entusiasta o qualche teorico della didattica) alle avventure maieutiche di Socrate con il povero schiavo di Menone, leggendo qualche brano sparso è pura illusione.

Ci siamo resi conto che non basta leggere qualche testo di Platone, Aristotele o Kant, fare batterie di esercizi di analisi testuale, di confronti fra autori (di cui spesso gli alunni hanno perso la memoria), perché gli alunni imparino a ben ragionare, sappiano meglio orientarsi nella vita, acquisiscano un abito critico e quant’altro la fantasia aiutata dall’illusione abbia potuto attribuire al potere taumaturgico della lettura dei testi.

Basta leggere i loro temi d’Italiano (nemmeno quelli di filosofia!) o fare, alla fine del triennio, qualche discussione con loro magari sulle stesse tematiche affrontate all’inizio della terza. Ebbene non solo ricorderanno a malapena i nomi di qualche filosofo studiato, ma spesso ci si stupirà nel constatare come tre anni di filosofia abbiano poco o nulla scalfito la trama della loro concezione ingenua del mondo; e che le loro capacità logico-argomentative non sono maturate oltre il normale sviluppo dovuto all’età.

E’ il fallimento dell’insegnante o del metodo seguito? Probabilmente di tutt’e due.

Certo è che, se vogliamo ridare un significato all’insegnamento-apprendimento della filosofia, occorre riconsiderarne i metodi e le finalità, secondo una bussola che si orienti, sempre e comunque, sull’alunno e non più sulla disciplina: sul suo statuto epistemologico, sulla sua specificità e sui caratteri di questa (il linguaggio, il metodo, l’oggetto ecc.).

La domanda chiave che ci siamo fatti è: cosa può dare l’insegnamento della filosofia a questo ragazzo? In cosa può aiutarlo a crescere? Quale contributo può dare lo studio filosofico alla sua “educazione democratica”?

Io sono ancora di questo avviso. E’ per questo che ritengo necessario cambiare metodi e finalità non della disciplina filosofica, beninteso, ma dell’insegnamento della filosofia a scuola!

Ma andiamo avanti. Probabilmente io non mi sono spiegato bene e tu non hai applicato il principio di carità nella lettura dei miei testi. Io non ho mai pensato che la filosofia abbia senso e valore soltanto nelle società democratiche (e perché poi avremmo dovuto pensare una sciocchezza simile?); né che studiare Platone o Aristotele, o qualsiasi autore più o meno “tiepido” con la democrazia, possa essere irrilevante per la formazione dei nostri ragazzi.

Ora, che la Filosofia (al suo meglio) educhi per vocazione, natura, essenza, metodo e finalità alla discussione aperta, libera, argomentata ecc. ecc., non vale la pena argomentare (malgrado i filosofi oscuri, autoritativi, i maestri di sapienza oracolare — fra cui metto anche il primo Wittgenstein, tanto per litigare!- non siano mancati nella storia della filosofia). Che queste siano qualità care all’idea che della dialettica sociale in una Democrazia ci siamo fatta, non vale ancora una volta la pena argomentare. Che la promozione di queste qualità, in quei cittadini in formazione che sono i nostri studenti, sia una delle finalità della nostra Scuola, che giustifica la presenza nel curricolo di studi dell’insegnamento della Filosofia, non mi pare che sia in discussione. Ed è stato ribadito in occasioni ufficiali anche dal gruppo di docenti che ruota intorno alla SFI. Il fatto è (ed è quello che sottolineo nei miei testi) che la filosofia insegnata a Scuola non raggiunge queste finalità. Probabilmente ne raggiunge altre, più profonde e importanti (chi lo sa!), ma non queste. Questo è il punto.

Quanto al suggerimento di guardare alla “Filosofia come gioco volto a risolvere rompicapo”, io non so se questa visione della filosofia finisce con lo svilirla, con il renderla povera cosa. Ma francamente non mi sembra un suggerimento scandaloso! Anche le scienze sperimentali possono essere viste come “giochi volti a risolvere rompicapo”; ogni attività di ricerca può esserlo. Ciò che differenzia un’attività di indagine dall’altra è la natura dei problemi affrontati, la natura delle “domande” e i metodi utilizzati.

La dimensione del “gioco” (con la contemporanea presenza di regole, di accanimento e di disinteresse) è quella che, a mio avviso, può meglio avvicinare gli adolescenti alla riflessione filosofica su problemi lontani dalla loro dimensione esistenziale e dai loro interessi immediati.

Questo significa che ci si limiterà a riproporre in classe una sorta di “caffè filosofico” secondo le mode più recenti? Certamente no (però in qualche occasione…).

Significa che non si devono più leggere testi filosofici? Ma quando mai? Chi lo ha mai detto? Il confronto sui problemi non può che avvenire attraverso i testi dei filosofi, letti, analizzati, discussi, valutati … Una buona parte del saggio pubblicato ne “La filosofia nella scuola” è dedicata proprio a suggerire metodi diversi di approccio ai, e di uso dei, testi. Ne riparleremo più avanti.

Popper non è un buon modello per la didattica della filosofia? Non capisco cosa vuoi dire. Che la moda filosofica nel suo peregrinare ellittico si sia allontanata in questo momento dal povero Popper (osannato ieri oltre i suoi meriti, e denigrato oggi oltre i suoi demeriti!), non è un buon motivo per girare le spalle sdegnosi a ogni suo suggerimento o indicazione teorica. Una sorta di argumentum populi al contrario! Ma, come sappiamo, si tratta di una fallacia di rilevanza!

Ma veniamo al nucleo forte delle tue critiche.

Conoscenze o Contenuti vs Abilità o competenze? Se devo essere sincero, io non amo queste dispute. Non sono nemmeno sicuro che vi sia un aut aut. Si può studiare il metodo senza i contenuti? E i contenuti senza i metodi? E perché non contenuti e metodi assieme?

I testi che hai avuto modo di leggere intendevano essere provocatori, e forse la vis polemica mi ha portato ad esasperare i toni oltre il lecito: mea culpa!

Ciò non toglie che io continuo a ritenere che nel modo tradizionale di insegnare filosofia (sia attraverso la panoramica storica, sia attraverso il metodo centrato sulla lettura di testi) ci sia qualcosa che non va. E non va proprio perché non raggiunge gli obiettivi che, a parole, si propone: quello di formare menti autonome e critiche.

Io non so se il quadro teorico che ho presentato come cornice per la nostra proposta metodologica sia “triste e deprimente”. “A me piace”, diceva Totò.

L’enfasi sulla chiarezza e sulla dimensione critica della Filosofia esclude una buona parte della tradizione filosofica? Può darsi. Lungi da me l’idea di voler ridurre tutta la filosofia al modello che a me piace di più. D’altra parte, io non ho mai detto da nessuna parte che tutta la Filosofia si riduce a Critica filosofica. Anche perché alla fine non ci sarebbe più niente da criticare! Ma mi chiedo come si può proporre il modello di riflessione di Hegel, di Heidegger e via così oscurando, per costruire menti aperte o critiche?

E’ chiaro che io non ho grande ammirazione per i filosofi che parlano non agli uomini (di ogni condizione e cultura) del loro tempo, ma ai loro colleghi filosofi. Né per quei filosofi che scrivono un testo per comprendere il quale se ne devono scrivere altri cento o mille.

Lo so: i libri parlano di altri libri; ogni testo è una “struttura aperta”, ecc., ecc. E tuttavia sarà legittimo richiamarsi alla, e proporre agli studenti la, tradizione di chiarezza dei grandi del pensiero moderno, (tradizione dispersa ormai sul continente, e rifugiatasi- grazie al cielo!- nelle lande anglosassoni)?

Veniamo all’accusa di “dogmatismo”. Io non voglio escludere nessuno, né ridurre il campo della filosofia. La tradizione filosofica è quella che è, che ci piaccia o no. Ciò non toglie che all’interno di quella tradizione ci siano filoni di pensiero e pensatori che più di altri hanno praticato la filosofia secondo modalità linguistiche, stilistiche e logico-argomentative che meglio permettono di conseguire le finalità formative della Filosofia. Posso sbagliarmi, ma è scandaloso o “dogmatico” dirlo?

Non vedo cosa ci sia di male o di sbagliato nell’affermare “che la filosofia sia (ed è necessario che sia così) un’attività eminentemente razionale, pubblica e collaborativa In questo la filosofia è un’impresa intellettuale che presenta i medesimi caratteri della Scienza, da cui si differenzia per altri aspetti, che non è qui il luogo di indagare”. Vuoi forse dire che la filosofia è (o deve essere) un’attività irrazionale, solitaria e per iniziati?

Avrò pure il diritto di ritenere che i filosofi che non giustificano quello che affermano non sono filosofi? Avrò il diritto di pensare che chi presuppone di avere una Verità assoluta fondata su un rapporto privilegiato con l’Assoluto, o su un’Intuizione formidabile per la Verità, che non vale la pena sottoporre all’altrui esame, non solo ha capito poco dello spirito della filosofia, ma non ha nulla da dare alla formazione dei nostri ragazzi?

Io non so cosa sia veramente la Filosofia, ma so che i veri dogmatici sono i “maestri di Sapienza”, i veri autentici nemici dello spirito filosofico: che è spirito critico, dubbioso, aperto al dialogo, tollerante e rispettoso delle altrui pretese di Verità ( e perciò stesso “critico” verso di esse).

Difendo, così facendo, il “moderno ordine politico sociale”? Boh, non capisco a cosa ti riferisci. A me pare che il “moderno ordine politico sociale” si alimenta e si rafforza proprio grazie alla poca cura ed alla poca attenzione che noi prestiamo allo sviluppo e al potenziamento delle abilità di pensiero.

Io ribadisco che il pensiero critico si apprende non inginocchiandosi e ripetendo a memoria le teorie di Aristotele, Platone, Kant ecc. E neanche “imitando” i loro diversi stili di pensiero, qualsiasi cosa ciò voglia dire. L’argomento di Autorità (“i più qualificati cultori disciplinari”, “gli ultimi risultati delle odierne neuroscienze”) non mi convince per niente. Caliamo il “metodo per imitazione sistematica” dal cielo della Teoria alla terra della Pratica didattica quotidiana. A cosa si riduce? A ben povera cosa! Lo studente si limita a riprodurre le forme di ragionamento o di argomentazione del libro di testo o dell’insegnante; oppure riporta cosa ha detto Tizio o Caio e perché…

Impariamo la lingua per imitazione è vero; studiamo e leggiamo le grandi opere letterarie nella speranza che, così facendo, miglioreremo il nostro stile. Ma, per parlare ed esprimerci meglio, con correttezza e proprietà, studiamo anche la grammatica, le tecniche per leggere un testo, per comprenderlo, per scriverlo.

Quello che io mi chiedo è: perché nel caso dell’apprendimento del pensiero dobbiamo fermarci allo stadio dell’imitazione? Perché non dedicare la giusta attenzione alla grammatica del pensiero, alla logica, all’argomentazione, alle tecniche per problematizzare e concettualizzare? La Filosofia ha una tradizione di attenzione verso i, e di cura dei, processi di pensiero e dei metodi per stabilire la conoscenza, ci sarà una ragione? Gli strumenti del ragionamento e dell’argomentazione sono gli strumenti propri dell’attività filosofica, strumenti ai quali nella prassi di insegnamento tradizionale (e questo vale anche per l’Università) si dedica minor tempo e cura. D’altra parte, la nostra disciplina è una delle poche dove è inveterata la prassi di spiegare la logica attraverso gli scritti di Aristotele; il metodo socratico attraverso gli scritti di Platone ecc. Davvero non c’è un modo alternativo, più efficace e più economico per migliorare le abilità di pensiero degli studenti, e la loro conoscenza di come ragioniamo o argomentiamo?

Io poi non so se la pars costruens della nostra proposta si riduca veramente a “povera cosa” o a “banali affermazioni di parallelismo etico-conoscitivo”. Io credo che tu sia stato un po’ ingeneroso.

Una buona parte dei due saggi è dedicata proprio ad indicare possibili metodi alternativi di insegnamento della filosofia, basta solo avere la pazienza di leggerli fino in fondo. Si tratta di proposte povere, che però nella pratica didattica quotidiana hanno dato, e continuano a dare, qualche piccolo risultato.

Per finire, nessuno nega l’importanza della storia della filosofia, né la possibilità che nell’insegnamento della filosofia si faccia riferimento ad una pluralità di pratiche, a seconda degli obiettivi che si vogliono raggiungere. Per quanto mi riguarda, posti gli obiettivi (conoscenze, abilità, competenze, e quant’altro la fantasia dei pedagogisti riesce ad inventare) tutti i metodi vanno bene (per dirla con un antipopperiano come Feyerabend)!

Vogliamo andare “incontro alla nuova conformazione della mentalità giovanile, quasi un timore di non essere alla pari con le tendenze più recenti della didattica”? Francamente, non capisco a cosa ti riferisci. Io non amo le mode, ma quand’anche le nostre proposte fossero alla moda, lo sarebbero contro le nostre intenzioni coscienti (su quelle inconscie non so che dire).

Ringraziandoti ancora per la cortesia…

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