Ricostruire il non detto

Pensiero critico: tra narrazione e argomentazione

Nei ragionamenti della vita quotidiana tendiamo ad economizzare tempo ed energia, lasciando molta parte della comunicazione alla naturale capacità inferenziale e alla comprensione linguistica dei nostri interlocutori. Utilizziamo termini (nomi, verbi, aggettivi) abbastanza “comuni” da essere sufficientemente sicuri che i nostri interlocutori ricostruiscano nella loro mente i significati appropriati. Lo stesso facciamo con le premesse dei nostri argomenti o con le conclusioni: presumiamo che i nostri interlocutori ricostruiscano le premesse e le conclusioni inespresse così come le abbiamo pensate o inferite noi. In ciò confidando nel fatto che i nostri interlocutori abbiano una conoscenza di come vanno le cose del nostro mondo (delle implicazioni causali, per esempio) abbastanza simile alla nostra.

Pensate a quante inferenze tacite facciamo per comprendere un testo banale come il seguente:

Gianni oggi non parte per Milano: è ammalato.

Questo lavoro inferenziale volto a riportare alla luce il non detto, le premesse inespresse dei nostri ragionamenti, è un’attività che tutti noi facciamo naturalmente (anche se inconsapevolmente), ma è anche qualcosa che tendiamo, generalmente, a sottovalutare. Infatti, una domanda che spesso viene fatta, quando si presenta per la prima volta l’attività di analisi ricostruttiva di un’argomentazione attraverso i diagrammi di ragionamento, riguarda proprio il perchè sia necessario esplicitare le premesse insepresse.

Ora, dovrebbe essere chiaro che non c’è comprensione di qualsivoglia discorso, orale e scritto, senza un lavoro inferenziale che dal “detto” risalga al “non detto”. Si tratta di un fatto così “naturale” per noi, quello di fare inferenze, di ricostruire il non detto, che non lo “vediamo”, rimane sotto la soglia della nostra consapevolezza.

Come in tutte le cose della nostra vita, ci accorgiamo di qualcosa che pure facciamo, solo quando qualcuno ci porta intenzionalmente fuori strada (come avviene nei gialli o nelle barzellette), o quando dobbiamo insegnare ad altri a farlo (provate a dare istruzioni a qualcuno su come allacciarsi una scarpa!), oppure quando per qualche ragione non siamo più “buoni” a farlo (per esempio, in seguito a qualche malattia).

Ora, ricostruire l’implicito è molto complicato nella comunicazione orale, perchè l’ascoltatore deve velocemente comprendere il significato di quanto detto, ed assegnare altrettanto velocemente la funizione argomentativa ai diversi enunciati (argomento, opinione, conclusione, …); ma altrettanto complesso è il lavoro inferenziale quando abbiamo a che fare con testi scritti, sia narrativi che argomentativi.


Gli scrittori di narrativa, oltre che cercare di riprodurre il modo in cui ragioniamo e comunichiamo nella vita quotidiana, utilizzano il non detto per creare una sorta di complicità con il lettore, lasciando alla sua “intelligenza” il trarre le giuste conclusioni o ricostruire i passaggi inferenziali taciuti. E’ un gioco e nella scrittura narrativa ci sta e deve starci.

I narratori, insomma, giocano sul fatto che, come diceva U. Eco il “testo è una macchina pigra che chiede al lettore di fare parte del proprio lavoro” [1]; lo stesso meccanismo della narrazione funziona solo perchè crea attese, conferma e delude il lettore nelle sue inferenze anticipate sui possibili sviluppi dei ragionamenti e degli eventi.

Il lavoro inferenziale umano nella comunicazione è sequenziale. Man mano che le informazioni gli pervengono, il destinatario di un messaggio opera delle inferenze e anticipa possibili svolgimenti del ragionamento o della narrazione. Completa le informazioni mancanti e assegna delle costanti ad esse, inferendo conclusioni e prevedendo eventi nuovi nella speranza di avere indovinato le intenzioni dell’emittente del messaggio ma operando a partire dal mondo delle sue conoscenze, dei suoi interessi, ecc. [1]

Le inferenze che facciamo, in realtà, sono mere “illazioni” che si fondano sulla nostra conoscenza di come funziona il mondo e sulla pertinenza delle Regole che applichiamo alla situazione che stiamo analizzando. E questa operazione è qualcosa di molto soggettivo: perché il numero di “ipotesi” che possono spiegare un dato può essere variabile; perché la preferenza di un’ipotesi esplicativa piuttosto che di un’altra, spesso, rispecchia la nostra particolare visione del mondo, le nostre credenze, i nostri valori, i nostri desideri, le nostre aspettative.

Nella narrazione è il corso degli eventi, mano a mano che si “scoprono” nuovi dati o fatti, a sconfessare le ipotesi più plausibili, fino ad arrivare a quella unica “giusta”.

Nel romanzo giallo, si sa che le piste più logiche e plausibili che il lettore segue sono quelle sbagliate, proprio per la strategia narrativa adottata dall’autore: sorprendere e frustrare il lettore nel suo desiderio di prevedere e collaborare.[2]

La scoperta di nuovi dati nella narrazione del corso degli eventi ha la stessa funzione della verifica sperimentale nella scienza: ci fa abbandonare ipotesi e ce ne prospetta magari altre.

Si pensi, per esempio, alla struttura narrativa della serie televisiva del Dr. House, dove metodo sperimentale (verifica di ipotesi) e narrazione (scoperta di nuovi fatti o nuovi accadimenti) si intersecano, fino ad arrivare all’intuizione geniale, che non t’aspettavi.


La valutazione degli argomenti

Se la ricostruzione dell’implicito è fondamentale per la comprensione di qualsiasi discorso (narrativo o argomentativo), lo è ancor di più per la “valutazione” di un’argomentazione.

L’obiettivo di ogni argomentazione è dimostrare o convincere (o persuadere razionalmente) qualcuno della verità di una tesi o di un’opinione; o della utilità, preferibilità o necessità di una certa azione.

Ora, un’argomentazione può raggiungere il suo scopo solo se è una “buona” argomentazione. Il compito di chi deve valutare l’argomentazione è quindi quello di valutare se si è di fronte a un “buono” o a un “cattivo” argomento. Ma da cosa dipende la bontà o meno di un argomento? Dipende da due “semplici” elementi: la correttezza logica del ragionamento e la verità delle premesse, di “tutte” le premesse, quelle espresse e quelle inespresse!

La valutazione di un argomento passa necessariamente per la sua comprensione e la comprensione passa per l’analisi e la ricostruzione del non detto, da questa sequenza non si scappa, se non vogliamo affidarci al solo “intuito”, o alla nostra logica “naturale”.

Il pensiero discorsivo è per sua definizione un tipo di pensiero “mediato”, in cui a partire da “evidenze” o presunte tali, si scende in modo più o meno tortuoso lungo linee di ragionamento che stabiliscono conclusioni, che fungono da premesse di nuovi argomenti, che a loro volta stabiliscono ulteriori conclusioni provvisorie, fino alla conclusione finale. Lungo la discesa non tutto è esplicitato, per la fretta di arrivare in fondo e stabilire la conclusione che è ciò che conta per chi argomenta, si saltano passaggi, si fanno assunzioni non esplicite.

Un ragionamento complesso di questo tipo è difficile da controllare per la nostra mente: ad ogni passaggio ci si può perdere, non riuscendo più a capire da dove si era partiti e dove si andrà a parare. A questo si aggiunga il fatto che “a volte le proposizioni sono ripetute per enfasi, o per distrazione, ed espresse in modi diversi per ragioni stilistiche, cosicché una stessa proposizione può apparire nel passo più di una volta, in enunciati diversamente formulati.” [3]

Inoltre, bisogna controllare ogni singolo argomento: ogni passaggio argomentativo, infatti, deve essere valido, perchè l’intera argomentazione tenga; ogni premessa deve essere vera, se la conclusione deve essere stabilita in modo necessario. Per poter effettuare questo controllo, però, abbiamo bisogno di rintracciare tutte le premesse ed esplicitare quelle che non lo sono.

Per capire ciò di cui sto parlando, facciamo un esempio non troppo complesso:

La vita non è semplicemente un “bene” che possediamo. La nostra vita è la nostra persona. Trattare la nostra vita come una “cosa” alla quale un’altra persona può mettere fine con la nostra autorizzazione, è profondamente disumano. L’eutanasia, anche quando viene richiesta con cognizione di causa, va contro ciò che distingue e delimita l’essere umano.[4]

Si tratta di un argomento contro l’Eutanasia come si può facilmente capire. In pochi passaggi, l’autore arriva alla conclusione. Proviamo ad analizzarlo:

(1) [La vita non è semplicemente un “bene” che possediamo.] (2) [La nostra vita è la nostra persona.] (3) [Trattare la nostra vita come una “cosa” alla quale un’altra persona può mettere fine con la nostra autorizzazione, è profondamente disumano].(4) [L’eutanasia, anche quando viene richiesta con cognizione di causa, va contro ciò che distingue e delimita l’essere umano.] [5]

La chiarezza dei diversi passaggi nasconde una serie di inferenze e di premesse non esplicite che vanno esplicitate:

Nella nostra ricostruzione i 4 enunciati iniziali sono diventati 10! L’analisi ricostruttiva permette di comprendere, come si vede dal diagramma, i punti deboli dell’argomento.


Lo stesso discorso vale per chi vuole controargomentare. Non basta attaccare argomenti pro con argomenti diversi, contra, bisogna essere anche capaci di attaccare le argomentazioni del proprio interlocutore. E per farlo si devono attaccare o le premesse o il ragionamento. Ma proprio per questo occorre ricostruire l’argomento ed esplicitare le premesse nascoste, perchè spesso è proprio in quelle che il diavolo nasconde la coda.


Nella disputatio medievale gli studenti imparavano a fare proprio questo, pur utilizzando la gabbia del ragionamento sillogistico. Vediamone un esempio non filosofico in questo testo di un logico che non ti aspetti, Dante Alighieri (Forse tu non pensavi ch’io loico fossi!) tratto dal De Monarchia.

Dicono dunque alcuni che l’imperatore Costantino, guarito dalla lebbra per intercessione di Silvestro che allora era sommo pontefice, abbia donato alla Chiesa la sede dell’Impero, cioè Roma, insieme a molti altri diritti imperiali1. 2. E da questo traggono la conclusione che nessuno, da allora, possa esercitare questi diritti se non ricevendoli dalla Chiesa, cui dicono che essi appartengano; e da questo logicamente discenderebbe il fatto che un’autorità dipende dall’altra, così come essi vogliono.
3. Una volta dunque presentate e confutate le argomentazioni che sembravano avere le radici nelle parole di Dio, restano ora da presentare e confutare quelle che hanno le loro radici nelle azioni umane e nella ragione umana. La prima di esse è quella che è stata riferita prima, che viene così espressa in un forma sillogistica : “nessuno può avere di diritto le cose che sono della Chiesa se non le riceve dalla Chiesa” — e questo bisogna ammetterlo –; “il governo di Roma è della Chiesa: dunque nessuno può avere di diritto tale governo se non lo riceve dalla Chiesa”; e la premessa minore viene dimostrata attraverso quegli atti di Costantino cui abbiamo sopra fatto riferimento. 4. Io dunque confuto la premessa minore e, quando essi la dimostrano, dico che la sua dimostrazione è inefficace, poiché Costantino non avrebbe potuto cedere i diritti sull’Impero, né la Chiesa riceverli. 5. E dato che pervicacemente insistono, ciò che dico può essere dimostrato così1: a nessuno è lecito, nell’adempimento dell’ufficio che gli è assegnato, compiere atti che contrastano con quell’ufficio; poiché, se così fosse, un ufficio, in quanto tale, sarebbe contrario a se stesso, il che è impossibile; ma scindere l’Impero è un atto contrario all’ufficio assegnato all’imperatore, poiché il suo ufficio è tenere soggetto il genere umano a un’unica volontà e a un’unica non volontà, come si può vedere con facilità dal primo libro di questo trattato; perciò non è lecito all’imperatore dividere l’Impero. 6. Se dunque alcuni diritti, per opera di Costantino, fossero stati sottratti — come dicono — all’Impero, e fossero finiti in potere della Chiesa, sarebbe stata divisa la tunica inconsutile, che non osarono dividere nemmeno coloro che trafissero con la lancia il Cristo, vero Dio. 7. Inoltre, come la Chiesa ha un suo fondamento, così anche l’Impero ha il suo 19. Infatti il fondamento della Chiesa è Cristo; per cui l’Apostolo scrive ai Corinzi: “Nessuno può porre altro fondamento oltre a quello che è stato posto, il quale è Cristo Gesù”. Egli è la pietra sopra la quale è stata edificata la Chiesa. Invece, il fondamento dell’Impero è il diritto umano. 8. Così dico che, come non è lecito alla Chiesa andare contro il proprio fondamento, ma essa deve sempre appoggiarsi su di esso — secondo quelle parole del Cantico dei Cantici: “Chi è costei che sale dal deserto, abbondante di delizie, appoggiata al suo diletto?” –, così anche all’Impero non è lecito fare alcunché contro il diritto umano. Ma sarebbe cosa contraria al diritto umano, se l’Impero distruggesse se stesso25: dunque all’Impero non è lecito distruggere se stesso. 9. Poiché dunque dividere l’Impero significherebbe distruggerlo, in quanto l’Impero consiste nell’unità della Monarchia universale, è manifesto che a colui che esercita l’autorità imperiale non è lecito dividere l’Impero. E il fatto che distruggere l’Impero sia contrario al diritto umano, è chiaro dalle cose dette prima.
10. Inoltre, ogni giurisdizione viene prima del suo giudice; il giudice infatti viene ordinato in funzione della giurisdizione, e non viceversa; ma l’Impero è la giurisdizione che comprende nel suo ambito ogni giurisdizione temporale; perciò essa viene prima del suo giudice, che è l’imperatore, poiché l’imperatore è stato ordinato in funzione di essa, e non viceversa. Da ciò è evidente che l’imperatore non può trasferire la giurisdizione proprio in quanto è imperatore, poiché in ragione di tale giurisdizione egli è quel che è. 11. E dunque affermo questo: o Costantino, quando si dice che abbia fatto la donazione alla Chiesa, era imperatore, oppure non lo era; se non lo era, è chiaro che non poteva donare nulla dell’Impero; ma se lo era, essendo tale donazione una diminuzione della giurisdizione, in quanto imperatore non poteva farla. 12. Inoltre, se un singolo imperatore potesse scindere qualche piccola parte dalla giurisdizione dell’Impero, per la stessa ragione anche un altro potrebbe farlo. E poiché la giurisdizione temporale è limitata e poiché ogni cosa limitata, attraverso successive limitazioni, finisce per venir meno, ne seguirebbe che la giurisdizione principale può essere annientata: il che è irrazionale. 13. E inoltre, poiché chi dona si comporta da soggetto attivo e chi riceve da soggetto passivo, come insegna il Filosofo nel quarto libro dell’Etica Nicomachea, perché sia lecita una donazione non solo è richiesta la legittimazione di chi dona, ma anche la legittimazione di chi riceve38; è evidente infatti che le azioni dei soggetti attivi richiedano la legittimazione anche dei soggetti passivi. 14. Ma la Chiesa non era affatto legittimata a ricevere beni temporali, a causa del comandamento espresso che lo proibisce, come risulta da Matteo: “Non procuratevi oro, né argento, né moneta di rame nelle vostre cinture, né bisaccia da viaggio” ecc. Ora, benché sappiamo da Luca che possa esservi un addolcimento di questo precetto per alcuni aspetti41, tuttavia non ho trovato scritto che, dopo quel divieto, la Chiesa sia stata autorizzata a possedere oro e argento. 15. Per cui, dato che la Chiesa non poteva ricevere, anche ammesso che Costantino da parte sua potesse donare, tuttavia l’azione non sarebbe stata possibile per mancanza di legittimazione del soggetto passivo. È dunque evidente che la Chiesa non poteva ricevere in proprietà, e che Costantino non poteva offrire a titolo di cessione. 16. Avrebbe potuto tuttavia, l’imperatore, affidare all’amministrazione della Chiesa il proprio patrimonio ed altri beni, ma sempre lasciando intatto quel superiore potere la cui unità non sopporta divisione. 17. E anche il vicario di Dio avrebbe potuto ricevere, non a titolo di proprietà, ma come dispensatore dei frutti a favore della Chiesa e a favore dei poveri di Cristo; e non ignoriamo che gli Apostoli abbiano fatto questo.
18. Inoltre, dicono che papa Adriano chiamò Carlo Magno in difesa sua e della Chiesa contro l’attacco dei Longobardi, al tempo in cui Desiderio era loro re; e che Carlo ricevette dal papa la dignità imperiale, nonostante il fatto che Michele fosse imperatore a Costantinopoli. 19. Per cui dicono che tutti coloro che dopo di lui furono Imperatori dei Romani, sono anch’essi difensori della Chiesa e devono trarre il loro potere dalla Chiesa; dalla qual cosa discenderebbe quella dipendenza che essi vogliono dimostrare . 20. E per confutare quest’argomento dico che essi non dimostrano nulla: infatti l’usurpazione del diritto non fa nascere il diritto . Infatti, se così fosse, allo stesso modo si potrebbe dimostrare che l’autorità della Chiesa dipende dall’imperatore, poiché l’imperatore Ottone innalzò al soglio papa Leone e depose papa Benedetto, e lo condusse in esilio in Sassonia.

De monarchia, III, cap. 10

Dante, come si può vedere, ricostruisce la pretesa della Chiesa in forma sillogistica; dopodiché procede con la sua confutazione, indicando cosa dell’argomento attacca (che abbiamo evidenziato in grassetto): la premessa minore e le prove a sostegno.

Qui di seguito l’analisi dell’argomentazione di Dante (per una versione più leggibile in pdf segui il link):

Per concludere

Quando leggiamo testi di carattere strettamente argomentativo, la comprensione e la valutazione necessitano di un’analisi fine di carattere ricostruttivo del non detto, senza la quale la comprensione può essere pregiudicata e la valutazione può risultare, a dir poco, approssimativa.

Tuttavia, anche leggere con gli studenti romanzi in cui argomentazione e narrazione si intrecciano; ricostruire il non detto e stimolarli a trarre inferenze; discutere con loro ipotesi sullo svolgimento dell’intreccio; sviluppare le diverse ipotesi in svolgimenti alternativi degli eventi, ecc., potrebbero essere tutte attività didattiche che stimolano negli studenti il pensiero critico, senza necessariamente passare per discipline più strutturate sul piano logico-argomentativo.


CREDITS

[1] Lo Cascio V., Persuadere e convincere oggi, Academia university press, Milano 2012, p. 244

[2] ibidem, p. 249

[3] Irving M. Copi, Carl Cohen, Introduzione alla logica, Il Mulino, Bologna 1999, p.72

[4] ibidem

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