Un esercizio di “Captatio malevolentiae”

Apologia dell’ INVALSI

https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Logo_INVALSI_300dpiS.jpg

La cattiva logica di un maestro/giornalista

Riflessioni a margine di un post di Alex Corlazzoli che gira sui Social, su un presunto riconoscimento del proprio fallimento da parte dell’Invalsi.

“ … L’istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo e di istruzione per la prima volta sul suo sito ha spiegato le ragioni, la natura e l’uso delle prove in un documento sintetico, chiaro pensato per tutto il mondo della scuola e per le famiglie. Talmente chiaro da ammettere per la prima volta che la mission dell’Invalsi è fallita. Sentite un po’ che scrivono:

1. “In Italia nonostante i ragazzi passino tanto tempo in aula, la scuola non riesce ad attenuare le loro diseguaglianze di partenza. Quindici ragazzi su 100 abbandonano prima di aver conseguito il diploma di studio ma diventano 30 se calcoliamo la differenza tra iscritti al primo ciclo e diplomati alla maturità. La dispersione riguarda i figli dei genitori che hanno al massimo il diploma di terza media in misura quattro volte più alta rispetto ai figli di genitori laureati”. L’impietosa e oggettiva analisi continua con altri dati per poi aggiungere in pompa magna un paragrafo più sotto: “L’Invalsi è nata proprio per misurare gli esiti di apprendimento di alcune competenze chiave, quindi per verificare e stimolare il necessario rinnovamento della scuola italiana”. Peccato che l’Invalsi non sia nata nel 2018 o nel 2017 ma 11 anni fa. Ergo non è stato stimolato un bel niente o forse non è questo lo strumento per stimolare un rinnovamento.”

Chiedo: la responsabilità, quindi, è dell’Invalsi o di chi non ha utilizzato i dati dell’Invalsi per cercare di lavorare sulle competenze chiave?

“2. In questo opuscolo scaricabile da ciascuno l’Invalsi sottolinea: “Le prove non possono misurare tutto. Ci sono competenze importanti — ad esempio quelle di comunicazione verbale e scritta, affettive e relazionali — che non sono valutabili con una prova standardizzata ma solo attraverso il contatto quotidiano che l’insegnante ha con i suoi allievi. Per questo le prove Invalsi non possono valutare globalmente uno studente né possono monitorarne e guidarne — come fa invece la valutazione degli insegnanti — il processo di apprendimento tenendo conto di tutte le variabili che inevitabilmente sfuggono alla valutazione standardizzata”. Dieci minuti di applausi al signor Invalsi. C’è poco da aggiungere se non prendere i fascicoli delle prove e buttarli nel cestino. Come può infatti un insegnante adeguarsi ad un’esigenza di mercato scolastico ovvero quella di una macchina che semplicemente produce dati parziali, limitati, deficitari? Un maestro e la scuola hanno il dovere di valutare (sarebbe meglio dire valorizzare) non un “istante” del bambino ma il suo percorso evolutivo.”

Domande retoriche prive di senso logico. Il fatto che le prove non misurino tutto, non significa che non misurino nulla! L’uso di espressioni fortemente valutative come “mercato scolastico”, “macchina” la dice tutta sulle assunzioni ideologiche della critica.

“3. Proviamo a capire almeno a cosa servono. Leggendo la spiegazione data dall’Invalsi restano molti interrogativi: “I risultati della valutazione esterna disegnano una mappa che serve a identificare con grande precisione le situazioni di difficoltà, dalla scala nazionale fino al singolo studente. Questi dati non aiutano però a capire perché quella situazione si sia creata né possono dire come è possibile risolvere quella situazione”. Sarebbe come dire che un medico sente che tossisci in continuazione, vede che hai i polmoni infiammati ma non va oltre. Non fa una diagnosi. Non ha una cura. Voi che fareste con un dottore così?”

Direi che semplicemente non è un Dottore! O Corlazzoli pretenderebbe che una macchina diagnostica debba anche prescrivergli la cura?

“4. Infine parlando della certificazione individuale delle competenze che dal 2018 viene data a chi ha sostenuto le prove di terza media e dal 2019 agli studenti dell’ultimo anno delle superiori, l’Invalsi ci tiene a dire che non è una “seconda pagella” e poi aggiunge: “È importante che le famiglie non vengano colte di sorpresa da questa novità e siano informate per tempo dagli insegnanti. Una percezione sbagliata potrebbe infatti spingerle a chiedere un’esercitazione eccessiva e sterile su “fac simile” delle prove Invalsi”.

Peccato che in ogni scuola di ogni ordine e grado molti insegnanti per mesi addestrino i ragazzi proprio con quei “fac simile” che Invalsi boccia. Ci sono centinaia di sussidiari che sbandierano questi “fac simile” ma Invalsi finora ha chiuso un occhio anzi due. E ora ci parla di “esercitazione eccessiva e sterile”. È un po’ come chiudere la stalla quando sono scappati i buoi.”

Quando la logica falla! La colpa del cattivo uso dei dati è dell’Invalsi oppure delle scuole che, invece di riparare le crepe, si limitano a passare una mano di bianco?


Apologia dell’INVALSI

Sparare sull’INVALSI”, nel mondo della scuola, è come “sparare sulla Croce Rossa”, tanto che le due espressioni potrebbero essere intercambiabili.L’INVALSI per gli insegnanti italiani è come la SPECTRE, un’organizzazione criminale al servizio del Potere economico capitalistico, che cerca di asservire il mondo della scuola ai suoi obiettivi economicistici, o il solito inutile Carrozzone burocratico-ministeriale che sopravvive sfruttando il lavoro dei poveri docenti italiani.

Dicendo subito che in questo post io difenderò l’INVALSI, utilizzo una pessima strategia retorica: quella che U. Eco, ironicamente, chiamava “captatio malevolentiae” (quanto ci manca Umberto Eco!).

Le persone, lo sappiamo, non amano essere valutate in alcun modo, e gli insegnanti men che meno. Qualsiasi cosa possa essere lontanamente avvicinata ad una valutazione fa strillare i docenti come le oche del Campidoglio all’arrivo dei Galli di Brenno. Naturalmente, tutti noi, poi, nei corridoi delle scuole, ci lamentiamo del collega che non sa insegnare, o non sa tenere la classe o che è un ignorante qualificato (chiaramente, sempre “qualcun altro”); e se abbiamo dei figli, vorremmo poter scegliere i docenti o le scuole a cui affidare i nostri pargoli.

Tutti noi ci lamentiamo dello stipendio basso, non adeguato all’importante funzione sociale e al nostro ruolo; ma poi dobbiamo confessare che per alcuni di noi, “meritevoli” (ancora captatio malevolentiae!), lo stipendio è inadeguato; per altri di noi, che si arrabbattano alla meno peggio, giusto; per altri di noi ancora, “pessimi insegnanti” (chi di noi non ne conosce qualcuno, alzi la mano!), è anche troppo!

Ora, direte voi, che c’entra l’INVALSI con la valutazione degli insegnanti? C’entra, c’entra! A dispetto dei nobili e oggettivi argomenti a sostegno del fatto che i test INVALSI non hanno valore oggettivo (ma se non hanno valore “oggettivo”, perché poi ci lamentiamo, in separata sede, delle carenze dei nostri studenti sul piano delle competenze di lettura o di scrittura, ecc.?), la preoccupazione maggiore è che le performances dei nostri studenti vengano considerate un metro dell’insegnamento ricevuto dagli studenti dall’insegnante di turno. Cosa non vera per tante ragioni, non ultima quella che noi docenti lavoriamo su un “prodotto” su cui hanno messo le mani in tanti prima di noi e contemporaneamente a noi. Le cattive performances di un ragazzino di prima liceo in italiano possono essere attribuite all’insegnante di Italiano che lo ha avuto in quell’ultimo anno? E perché solo all’insegnante di Italiano, visto che a formare le competenze linguistiche concorrono in vario modo tutte le discipline del curricolo? E come dimenticare il contesto socio-economico in cui è inserita la scuola?

L’insegnante vive un paradosso: l’effetto di un cattivo insegnamento è certamente uno studente impreparato, ma l’impreparazione di uno studente non è necessariamente l’effetto di un cattivo insegnamento.

La cosa curiosa è che di tutto questo è consapevole anche l’INVALSI, che nel documento Le prove Invalsi secondo l’INVALSI chiarisce le ragioni del suo esistere (la sua mission), il modo in cui leggere i dati e l’uso che le istituzioni scolastiche dovrebbero farne.

Devo essere sincero non ci ho trovato nulla di sbagliato, anzi. A me le cose scritte nel documento sembrano di buon senso: avere delle stime statistiche delle competenze in ingresso e in uscita per rilevare l’effetto scuola; l’offrire dati statistici oggettivi sugli esiti delle prove del proprio istituto correlate con quelle di Istituti simili per contesto ambientale e socio-economico; la sottolineatura del fatto che i Test misurano alcune e solo alcune delle competenze, quelle individuare nelle Indicazioni nazionali; la constatazione che i nostri ragazzi studiano molte nozioni, ma che poi non riescono ad applicare se non in parte quello che hanno imparato:

Le prove Invalsi misurano proprio la qualità dell’apprendimento delle competenze, naturalmente adeguate all’età dei ragazzi esaminati. E sono quindi quanto di più lontano ci possa essere da un esercizio di memoria. Misurano anzi alcune basi del pensiero critico, inimmaginabile senza la capacità di comprendere dei testi, senza facoltà logiche, senza la capacità di risolvere problemi nuovi. Il cosiddetto “nozionismo”, nel senso di insegnamento e valutazione di conoscenze ni a se stesse, dovrebbe essere davvero finito.

Il tutto finalizzato non alla valutazione del docente o della Scuola, ma ad offrire dati statistici oggettivi alle Scuole, per rendersi conto delle situazioni e per provare a trovare contromisure.

Insomma, l’Invalsi offre strumenti alle scuole per uscire dall’autoreferenzialità.

Se non fosse che, nella mia esperienza, le Scuole i risultati INVALSI, se negativi tendono a nasconderli sotto il tappeto; se positivi, se ne fa una semplice vetrina.

Ma uno strumento utile non diventa inutile perché non lo usiamo o lo usiamo male!

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