La logica da insegnare a scuola

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Una delle cose che più incute sacro rispetto e, nello stesso tempo, un sacro terrore a chi si avvicina allo studio dell’Argomentazione e della Logica a fini didattici è la natura formale e anti-intuitiva della Logica insegnata nelle Università, la logica matematica.

Molti immaginano che la Logica formale sia una disciplina complicata e iniziatica (e qui hanno ragione) che, però, se studiata a dovere, permette alle persone di diventare pensatori formidabili, in grado di ragionare e argomentare con correttezza e competenza; e che senza questo studio si è destinati inevitabilmente e inesorabilmente ad essere pensatori approssimativi e incompetenti.Bene, almeno per quanto riguarda quet’ultima affermazione, io non sono di questo avviso.

Alla facoltà di Filosofia di Palermo, negli anni Ottanta del secolo scorso, ho avuto la fortuna di avere due maestri di Logica di tutto rispetto (i compianti Marco Mondadori e Antonino Noto, uno dei primi studiosi italiani di Jan Łukasiewicz e della scuola logica polacca), ma mi sono allontanato ben presto da questi studi che mi sembrava avessero a che fare più con la matematica che con la filosofia e il suo procedere argomentativo.

L’incontro con i libri di Perelman prima (Trattato dell’ Argomentazione su tutti) e con quelli dei logici informali alla Michel Scriven, poi, mi ha fatto comprendere che esisteva un’altra via, diversa e più interessante (almeno per me) per affrontare lo studio del ragionamento e dell’argomentazione così come li pratichiamonella filosofia e, più in generale, nella vita di tutti i giorni, sia in ambito professionale che nella sfera pubblica.

Quale logica per insegnare il ragionamento e l’argomentazione a scuola

Ed è questa la buona notizia: la logica da insegnare a scuola per sviluppare le competenze logico-argomentative e del pensiero analitico è la logica non formale (o in-formale) o argomentativa. Una variante un po’ più formale della “logica” che usiamo nella vita di tutti i giorni quando ragioniamo o argomentiamo, ma lontana dai sistemi formali della logica matematica.

Questo ci può far trarre un sospiro di sollievo: la logica che serve per scopi didattici (e per promuovere il Critical Thinking a scuola) è poca, ed è alla portata di tutti. A meno di non volere fare ragionamenti super complessi e raffinati (da filosofi analitici per capirci) la logica del linguaggio ordinario con le sue regole semantiche, sintattiche ed inferenziali ci permette di comprendere, produrre e valutare argomentazioni in modo appropriato. Ogni ragionamento può essere virtualmente tradotto in uno schema inferenziale formale, e spesso questo può aiutare a risolvere un dubbio o un contrasto circa la validità dell’argomento. Tuttavia, solo in casi eccezionali o non molto comuni ciò è necessario, e per dirimere la questione bastano le regole semantiche d’uso e le regole inferenziali interne ad ogni lingua naturale. In fondo, ragioniamo, argomentiamo e discutiamo quotidianamente; risolviamo problemi e prendiamo decisioni ponderate senza bisogno della consulenza di un logico matematico che ci confermi la validità e la correttezza logica di quanto affermiamo, ipotizziamo o deliberiamo.

So già che per queste affermazioni potrei essere lapidato sulla pubblica piazza dai Logici delle Università, se pure a qualcuno di loro venisse lontanamente in mente la balzana idea di prendersi cura di quanto scrivo io! Amen.

Come insegnarla

Come giustamente ha scritto E. Bencivenga, che di professione fa l’insegnante di Logica, il modo tradizionale di insegnare logica non migliora di molto le performances degli studenti nel ragionamento e nell’argomentazione. Lo stesso ragionamento può essere fatto per la teoria dell’argomentazione.

Ma come insegnarla? Bencivenga sviluppa una analogia fra l’apprendimento della logica e quello di una lingua: se vogliamo apprendere una lingua (straniera), non si deve (come pure si fa) partire dallo studio teorico della grammatica, ma dalla pratica della lingua: “La pratica val più della grammatica”. Ed una pratica s’impara “eseguendola e commettendo errori”. Solo dopo che si arriva a padroneggiare un’abilità, ci si può interrogare “sulla struttura di quell’abilità”, cercando di capire quali sono le regole che ne permettono il funzionamento. Ebbene, con l’apprendimento della logica a scuola bisogna fare lo stesso: quel che dobbiamo insegnare “è la pratica, non la grammatica del ragionamento”. Non si insegna a ragionare facendo lezioni teoriche di logica formale, e neanche di teoria del sillogismo:

“si può imparare a ragionare solo ragionando: rimandando … la teoria e concentrandosi sulla pratica” (p.91)

e ancora:

“… la sostanza del ragionamento, e dell’educazione al ragionamento, è nella sua pratica; la sua grammatica ne costituisce solo un promemoria.” (p.90)

Bencivenga ha ragione, se ci concentriamo sulla teoria piuttosto che sulla pratica del ragionamento rendiamo l’insegnamento della logica a scuola noioso ed inefficace: una materia in più da studiare e memorizzare. Inefficace, perché sapere che cos’è una fallacia dell’affermazione del conseguente e saperla riconoscere o essere abili a non utilizzarla inconsapevolmente sono due cose diverse.

La pratica logico-argomentativa (nell’analisi e contestualmente nella produzione o nel cimento), il confronto con argomentazioni realistiche prodotte da qualcuno o da produrre per un qualche obiettivo, possono essere un’ottima “palestra”, per usare un termine caro al prof. Adelino Cattani, per sviluppare abilità, fissare conoscenze, affrontare in modo competente sfide gomentative (comprensione, produzione e valutazione).


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