Gorgia, “Sulla natura o sul non essere»

Filosofia, gioco argomentativo e argument maps

https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Gorgias.jpg

La filosofia è al suo meglio gioco argomentativo. Lasciamo perdere poi se i filosofi si prendono troppo sul serio,

In un libro di qualche anno fa Ermanno Bencivenga catalogava i filosofi in tre ideal-tipi: il guardiano della tradizione, il ribelle, lo scettico. Gorgia da Leontini appartiene sicuramente al terzo ideal-tipo del filosofo. Ma scettico rispetto a cosa? Non rispetto alla non esistenza di alcunché (nichilismo ontologico), come spesso si dice.

Io ho sempre visto il suo testo più famoso tra i filosofi, “Del Non essere o della natura”, come una rivendicazione scettica dell’impossibilità di fondare qualcosa di vero intorno alla realtà, fondandosi solo sul ragionamento a priori: un gioco d’intelligenza e insieme una confutazione della pretesa eleatica di legare “Essere” e “Pensiero”; la pretesa, cioè, che la logica da sola, il ragionamento stringente e costrittivo, a partire da definizioni assunte come evidenti, possano dirci qualcosa di assoluto e vero sulla realtà.

Confutazione che Gorgia ottiene usando proprio i modelli argomentativi di Parmenide, di Zenone e di Melisso, i filosofi “eleatici”, per dimostrare il contrario di ciò che loro pretendevano di avere dimostrato: l’esistenza dell’Essere, infinito (finito), immobile, unico, eterno ecc.


A questo proposito ho letto in questi giorni un articolato e dotto intervento del prof. Livio Rossetti (Università di Perugia) dal titolo Trilemmi. Il PTMO di Gorgia tra Zenone e Melisso, dedicato proprio all’analisi della dottrina di Gorgia da Lentini proposta nello scritto di cui sopra.

Nello scritto, dal titolo Della Natura ovvero del Non essere, di cui purtroppo non ci è pervenuto alcun frammento Gorgia sosteneva tre tesi, tra loro strettamente correlate: Nulla esiste, se anche qualcosa esiste è inconoscibile e se anche fosse conoscibile è incomunicabile.

Il ragionamento di Gorgia che sostiene queste paradossali tesi ci è stato tramandato da due diverse fonti: il resoconto che della dimostrazione di Gorgia dà il filosofo scettico Sesto Empirico, II sec. a. C., e uno scritto, attribuito per molto tempo ad Aristotele, dal titolo “De Melisso, Xenophane, Gorgia”.

Il dibattito sull’affidabilità delle due diverse fonti nel ricostruire il “reale” pensiero di Gorgia dura da molto tempo. Il prof. Rossetti, dopo avere argomentato su quale prendere in considerazione, conclude che si debba prendere come buono il resoconto che ne dà Sesto Empirico nell’opera Contro i Matematici, che riportiamo sotto:

GORGIA, DEL NON ESSERE O DELLA NATURA

Fr 82 B 3 DK (Sesto Empirico, Contro i matematici, VII, 65–87)

1 Gorgia da Leontini fu anche lui del gruppo di coloro che escludono una norma assoluta di giudizio; non però per le stesse obbiezioni che muoveva Protagora e la sua scuola. Infatti nel suo libro intitolato Del Non essere o Della natura egli pone tre capisaldi, lʼuno conseguente allʼaltro: 1) nulla esiste; 2) se anche alcunché esiste, non è comprensibile allʼuomo; 3) se pure è comprensibile, è per certo incomunicabile e inspiegabile agli altri.

2 (66) Che nulla esiste, lo argomenta in questo modo: ammesso che qualcosa esista, esiste soltanto o ciò che è o ciò che non è, ovvero esistono insieme e ciò che è e ciò che non è. Ma né esiste ciò che è, come dimostrerà, né ciò che non è, come ci confermerà; né infine, come anche ci spiegherà, lʼessere e il non essere insieme. Dunque, nulla esiste. (67) E invero, il non essere non è; perché, supposto che il non essere sia, esso insieme sarà e non sarà; ché in quanto è concepito come non essere, non sarà, ma in quanto esiste come non esistente, a sua volta esisterà; ora, è assolutamente assurdo che una cosa insieme sia e non sia; e dunque, il non essere non è. E del resto, ammesso che il non essere sia, lʼessere non esisterà piú; perché si tratta di cose contrarie tra loro; sicché se del non essere si predica lʼessere, dellʼessere si predicherà il non essere. E poiché lʼessere in nessun modo può non essere, cosí neppure esisterà il non essere.

3 (68) Ma neppure esiste lʼessere. Perché se lʼessere esiste, è o eterno o generato, oppure è insieme eterno e generato; ma esso non è né eterno, né generato, né lʼuno e lʼaltro insieme come dimostreremo; dunque lʼessere non esiste. Perché se lʼessere è eterno (cominciamo da questo punto), non ha alcun principio. (69) Poiché ha un principio tutto ciò che nasce; ma lʼeterno, essendo per definizione ingenerato, non ha avuto principio. E non avendo principio, è illimitato. E se è illimitato, non è in alcun luogo. Perché se è in qualche luogo, ciò in cui esso è, è cosa distinta da esso; e cosí lʼessere non sarà piú illimitato, ove sia contenuto in alcunché; perché il contenente è maggiore del contenuto, mentre nulla può esser maggiore dellʼillimitato; dunque lʼillimitato non è in alcun luogo. (70) E neppure è contenuto in se stesso. Perché allora sarebbero la stessa cosa il contenente e il contenuto, e lʼessere diventerebbe duplice, cioè luogo e corpo; essendo il contenente, luogo, e il contenuto, corpo. Ma questo è assurdo. Dunque lʼessere non è neppure in se stesso. Sicché se lʼessere è eterno, è illimitato; se è illimitato, non è in alcun luogo; e se non è in alcun luogo, non esiste. Ammessa dunque lʼeternità dellʼessere, si conclude allʼinesistenza assoluta.

4 (71) Ma neppure può esser nato, l’essere. Perché se è nato, o è nato dall’essere, o dal non essere. Ma non può esser nato dall’essere; perché in quanto è essere, non è mai nato, ma di già è; né può esser nato dal non essere, perché ciò che non è, neppure può generare alcunché, per la ragione che il generante deve di necessità partecipare di una qualche esistenza. Sicché l’essere non è neppur generato. (72) Analogamente, neppure può esser l’uno e l’altro, cioè eterno e generato insieme; perché questi termini si escludono a vicenda; e se l’essere è eterno, non è nato; e se è nato, non è eterno. E dunque, se l’essere non è né eterno, né generato, né ambedue insieme, l’essere non può esistere.

(73) D’altronde, se è, o è uno, o è molteplice: ma non è né uno né molteplice, come si dimostrerà; dunque l’essere non è. Perché, dato che sia uno, dev’essere comunque o quantità o continuità; o grandezza, o corpo. Ma allora, qualunque esso sia di queste cose, non è più uno: perché se è quantità si dividerà, se è estensione si scinderà. Similmente, concepito come grandezza sarà divisibile; se poi come corpo, sarà triplice: ché avrà lunghezza, larghezza e altezza. D’altra parte è assurdo affermare che l’essere non sia nessuna di queste proprietà; dunque, l’essere non è uno. Ma neppure è molteplice: perché se non è uno, neppure può essere più, dato che la pluralità è somma di singole unità; per cui, escluso l’uno, è escluso anche il molteplice. Resta così dimostrato che né l’essere, né il non essere esistono. Che poi neppure esistano ambedue insieme, è facile a dedursi. Perché ammesso che esista tanto l’essere che il non essere, il non essere s’identificherà con l’essere, per ciò che riguarda l’esistenza; e perciò, nessuno dei due è. Infatti, che il non essere non è, è già convenuto; ora si ammette che l’essere è sostanzialmente lo stesso che il non essere; dunque, anche l’essere non sarà. E per vero, ammesso che l’essere sia lo stesso che il non essere, non è possibile che ambedue esistano; perché se sono due, non sono lo stesso; e se sono lo stesso, non sono due. Donde segue che nulla è. Perché se l’essere non è, né è il non essere, né sono ambedue insieme, né, oltre queste, si può concepire altra possibilità, si deve concludere che nulla è.
 5 (75) Che poi neppure esistano ambedue [lʼEssere e il Non-essere] insieme, è facile a dedursi. Perché ammesso che esista tanto lʼessere che il non essere, il non essere sʼidentificherà con lʼessere, per ciò che riguarda lʼesistenza; e perciò, nessuno dei due è. Infatti, che il non essere non è, è già convenuto; ora si ammette che lʼessere è sostanzialmente lo stesso che il non essere; dunque, anche lʼessere non sarà. (76) E per vero, ammesso che lʼessere sia lo stesso che il non essere, non è possibile che ambedue esistano; perché se sono due, non sono lo stesso; e se sono lo stesso, non sono due. Donde segue che nulla è. Perché se lʼessere non è, né è il non essere, né sono ambedue insieme, né, oltre queste, si può concepire altra possibilità, si deve concludere che nulla è.

6 (77) Passiamo ora a dimostrare che, se anche alcunché sia, esso è, per lʼuomo, inconoscibile e inconcepibile. Se infatti, come dice Gorgia, le cose pensate non sono esistenti, ciò che esiste non è pensato. Questo è logico; per esempio, se di cose pensate si può predicar la bianchezza, ne segue che di cose bianche si può predicare la pensabilità; e analogamente, se delle cose pensate si predica lʼinesistenza, delle cose esistenti si deve necessariamente predicare lʼimpensabilità. (78) Per il che, è giusta e conseguente la deduzione, che “se il pensato non esiste, ciò che è non è pensato”. E invero, le cose pensate (rifacciamoci di qui) non esistono, come dimostreremo; dunque, lʼessere non è pensato. Che le cose pensate non esistano, è evidente: (79) infatti, se il pensato esiste, allora tutte le cose pensate esistono, comunque le si pensino; ciò che è contrario allʼesperienza: perché non è vero che, se uno pensa un uomo che voli, o dei carri che corran sul mare, subito un uomo si mette a volare, o dei carri a correr sul mare. Pertanto il pensato non esiste. (80) Inoltre, se si ammette che il pensato esiste, si deve anche ammettere che lʼinesistente non può esser pensato; perché i contrari hanno predicati contrari; e il contrario dellʼessere è il non essere. E perciò in via assoluta, se dellʼesistente si predica lʼesser pensato, dellʼinesistente si deve predicare il non esser pensato. Il che è assurdo, perché per esempio e Scilla e Chimera e molte altre cose inesistenti sono pensate. E dunque, ciò che esiste non è pensato. (81) E come, ciò che si vede, in tanto si dice visibile, in quanto si vede; e quel che si ode, in tanto si dice udibile, in quanto si ode; né noi respingiamo le cose visibili pel fatto che non si odano, né ripudiamo le udibili pel fatto che non si vedano (ché ciascuna devʼesser giudicata dal senso che le corrisponde, non da un altro), cosí anche le cose pensate, se pur non si vedano con la vista né si odano con lʼudito, esisteranno, in quanto sono concepite dallʼorgano di giudizio che è proprio di esse. (82) Se dunque uno pensa dei carri che corran sul mare, anche se non li vede, deve credere che ci siano carri che corron sul mare. Ma questa è unʼassurdità; dunque lʼesistente né si pensa, né si comprende.

7 [Gorgia passa quindi a “dimostrare” che se lʼesistente potesse essere pensato e compreso non potrebbe comunque essere comunicato (parr. 83–84). Prosegue poi con una interessante definizione del linguaggio]. (85) […] Perché la parola, dice Gorgia, è lʼespressione dellʼazione che su noi esercitano i fatti esterni, cioè a dire le cose sensibili; per esempio, dal contatto col sapore, ha origine in noi la parola conforme a questa qualità; e dallʼincontro col colore, la parola conforme al colore. Posto questo, ne viene che non già la parola spiega il dato esterno, ma il dato esterno dà significato alla parola. (86) E neppure è possibile dire che, a quel modo che esistono oggettivamente le cose visibili e le udibili, cosí esista anche il linguaggio; sicché, esistendo anchʼesso come oggetto, abbia la proprietà di significare la realtà oggettiva. Perché, ammesso pure che la parola sia oggetto, egli dice, tuttavia differisce dagli altri oggetti; e soprattutto differiscono, dalle parole, i corpi visibili; perché altro è lʼorgano, con cui si percepisce il visibile, ed altro quello, con cui si apprende la parola. Pertanto, la parola non può esprimere la massima parte degli oggetti, cosí come neppure questi possono rivelare lʼuno la natura dellʼaltro. (87) Di fronte a tali quesiti insolubili, sollevati da Gorgia, sparisce, per quanto li concerne, il criterio della verità; perché dellʼinesistente, dellʼinconoscibile, dellʼinesprimibile non cʼè possibilità di giudizio.

(I Presocratici, Laterza, Bari, 19904, pagg. 916–920

Il PTMO

L’interpretazione prevalente, secondo cui in questo ragionamento possiamo ritrovare una sorta di nichilismo assoluto e di scetticismo radicale viene smontata nell’articolo del prof. Rossetti, ed io concordo con lui.

Il prof. Rossetti ricostruisce la struttura dell’argomentazione di Gorgia, a metà strada tra il “formale” -come si evince dall’uso della notazione logica- e l’ “informale” in questo modo:

Alla ricostruzione semi formale del ragionamento di Gorgia (nella testimonianza di Sesto Empirico), il prof. Rossetti aggiunge il seguente commento:

Si tratta di un edificio oltemodo sofisticato (verrebbe da dire: gotico) ed è piutto-sto evidente che l’autore ebbe interesse a dargli risalto con la prospettiva di avvolgere il suo uditorio in un autentico labirinto dove è impossibile non perdersi, ossia arrivare alla capitolazione intellettuale per estenuazione, fnire per arrendersi. In effetti lo schema suggerisce con tale forza proprio questa idea da farci capire che l’intendimento dell’autore non può non essere stato questo di surclassare il suo uditorio mettendolo in condizione di non preservare un’idea sufficientemente nitida del progetto complessivo e della funzione attribuita a ciascuna dimostrazione. Si comprende quindi l’interesse di Gorgia a sottolineare il lato labirintico del suo scritto….[grassetto mio]

E’ veramente così? Io credo di no. Se proviamo a ricostruire la “dimostrazione” gorgiana con una mappa di ragionamento, la troveremo per niente “labirintica”, anche se complessa da seguire. D’altra parte, la mappa, per definizione, segna, semplificandolo, un percorso, in questo caso argomentativo, rendendo evidenti i punti di debolezza e i punti di forza della “dimostrazione” di Gorgia.

In Rete si trovano diversi tentativi di visualizzare il ragionamento di Gorgia. In genere lo si fa o attraverso dei semplici schemi o attraverso mappe concettuali. Noi utilizzeremo le tecniche di visualizzazione grafica offerte dall’argument mappping.

La mappa argomentativa che andremo a presentare dimostra, fra le altre cose, la potenza di analisi delle argument maps, la loro capacità di rendere semplice ciò che la scrittura in prosa rende tortuoso e difficile da seguire, la destrutturazione del ragionamento complesso in tutti i suoi passaggi inferenziali, fno ad arrivare alla conclusione generale.

Il tutto senza bisogno di utilizzare formalismi (o semi-formalismi) logici: le connessioni inferenziali fra premesse e conclusioni si sviluppano in modo “naturale” e spontaneo a partire dalla semantica degli enunciati e possono essere lette e riconosciute semplicemente dalla loro disposizione nel diagramma argomentativo.

Dimostrazione per assurdo

Nel testo sul Non Essere Gorgia sostiene, come dicevamo sopra, le seguenti tesi: Nulla esiste, se anche qualcosa esiste è inconoscibile e se anche fosse conoscibile è incomunicabile.

Per dimostrare queste tesi paradossali Gorgia utilizza il metodo della dimostrazione per assurdo, ampiamente usate proprio dagli Eleati. Parmenide aveva usato la prova indiretta per dimostrare le proprietà dell’Essere; Zenone aveva usato la dimostrazione per assurdo per provare la tesi dell’immobilità e dell’unicità dellEssere; Melisso aveva usato sia l’uno che l’altro metodo per correggere e andare oltre Parmenide. Gorgia utilizza i due metodi per confutare la posizioni eleatiche e affermare la rottura di logica e ontologia: pensare ed essere non sono la stessa cosa.

La Dimostrazione per assurdo ha una struttura formale abbastanza semplice: si ragiona per ipotesi partendo dall’antitesi, l’esistenza dell’Essere, se ne traggono le implicazioni (Se A è vero allora ne consegue B o C o D), quindi si dimostra che le implicazioni sono impossibili, o assurde (rispetto agli assunti iniziali o ad altri assunti dati per evidenti) o chiaramente false. La dimostrazione per assurdo utilizza la forma del Modus tollens: Se A allora B, Non B; dunque, Non A.

Fonte: http://www.argomentare.it/logica/assurdo.htm

ANALISI

Analizziamo il testo di Gorgia (non lo faremo di tutto il testo di Sesto Empirico, ma solo di una parte molto ampia; e non riformuleremo tutti gli enunciati -come pure occorrerebbe fare – per permettere di rintracciare nel testo i riferimenti), utilizzando i diagrammi di ragionamento. Gli assunti che Gorgia fa propri (insieme ad altri che servono alle sue confutazioni) sono gli stessi degli Eleati: “L’Essere è, e non può non essere; il Non essere non è e non può essere”.

La dimostrazione gorgiana inizia proponendo un trilemma: sostiene che “se l’essere è allora o eterno o generato o eterno e generato insieme”. Seguiremo il ragionamento di Gorgia passaggio per passaggio. Indicheremo in grassetto tutti i connettivi “argomentativi” e non solo quelli che hanno una funzione di “indicatori di forza”, per rendere più facile l’analisi.

Primo passaggio

2 (66) Che nulla esiste, lo argomenta in questo modo: ammesso che qualcosa esista, esiste soltanto o ciò che è o ciò che non è, ovvero esistono insieme e ciò che è e ciò che non è. Ma né esiste ciò che è, come dimostrerà, né ciò che non è, come ci confermerà; né infine, come anche ci spiegherà, lʼessere e il non essere insieme. Dunque, nulla esiste. (67) E invero, il non essere non è; perché, supposto che il non essere sia, esso insieme sarà e non sarà; ché in quanto è concepito come non essere, non sarà, ma in quanto esiste come non esistente, a sua volta esisterà; ora, è assolutamente assurdo che una cosa insieme sia e non sia; e dunque, il non essere non è. E del resto, ammesso che il non essere sia, lʼessere non esisterà piú; perché si tratta di cose contrarie tra loro; sicché se del non essere si predica lʼessere, dellʼessere si predicherà il non essere. E poiché lʼessere in nessun modo può non essere, cosí neppure esisterà il non essere.

Primo passaggio

Come sappiamo, su questo passaggio argomentativo molti critici hanno fatto notare come Gorgia giochi sull’uso dei termini “essere” e “non essere”, intesi anche come “esistente” e “non esistente”; ma anche l’uso della voce verbale “é” una volta nella sua funzione di copula, e un’altra come se esprimesse l’esistenza: come se dalla proposizione “Topolino è un personaggio dei fumetti” volessimo dedurre l’esistenza reale e concreta di Topolino. Il secondo argomento opera poi una conversione di giudizio la cui scorrettezza Gorgia non poteva non vedere: dalla proposizione “il non-bianco esiste” non possiamo ricavare la conclusione che “il bianco non esiste”. E’ anche vero che questo modo di argomentare utilizzando stratagemmi dialettici, come l’uso improprio delle proposizioni d’identità, della copula, e conversioni di giudizio, per far concedere all’avversario tesi che altrimenti non sarebbero state concesse, le ritroveremo anche in un autore “anti-gorgiano” come Platone.[1]

Secondo passaggio

3 (68) Ma neppure esiste lʼessere. Perché se lʼessere esiste, è o eterno o generato, oppure è insieme eterno e generato; ma esso non è né eterno, né generato, né lʼuno e lʼaltro insieme come dimostreremo; dunque lʼessere non esiste. Perché se lʼessere è eterno (cominciamo da questo punto), non ha alcun principio. (69) Poiché ha un principio tutto ciò che nasce; ma lʼeterno, essendo per definizione ingenerato, non ha avuto principio. E non avendo principio, è illimitato. E se è illimitato, non è in alcun luogo. Perché se è in qualche luogo, ciò in cui esso è, è cosa distinta da esso; e cosí lʼessere non sarà piú illimitato, ove sia contenuto in alcunché; perché il contenente è maggiore del contenuto, mentre nulla può esser maggiore dellʼillimitato; dunque lʼillimitato non è in alcun luogo. (70) E neppure è contenuto in se stesso. Perché allora sarebbero la stessa cosa il contenente e il contenuto, e lʼessere diventerebbe duplice, cioè luogo e corpo; essendo il contenente, luogo, e il contenuto, corpo. Ma questo è assurdo. Dunque lʼessere non è neppure in se stesso. Sicché se lʼessere è eterno, è illimitato; se è illimitato, non è in alcun luogo; e se non è in alcun luogo, non esiste. Ammessa dunque lʼeternità dellʼessere, si conclude allʼinesistenza assoluta. 4 (71) Ma neppure può esser nato, l’essere. Perché se è nato, o è nato dall’essere, o dal non essere. Ma non può esser nato dall’essere; perché in quanto è essere, non è mai nato, ma di già è; né può esser nato dal non essere, perché ciò che non è, neppure può generare alcunché, per la ragione che il generante deve di necessità partecipare di una qualche esistenza. Sicché l’essere non è neppur generato. (72)Analogamente, neppure può esser l’uno e l’altro, cioè eterno e generato insieme; perché questi termini si escludono a vicenda; e se l’essere è eterno, non è nato; e se è nato, non è eterno. E, dunque, se l’essere non è né eterno, né generato, né ambedue insieme, l’essere non può esistere.

Terzo passaggio

(73) D’altronde, se è, o è uno, o è molteplice: ma non è né uno né molteplice, come si dimostrerà; dunque l’essere non è. Perché, dato che sia uno, dev’essere comunque o quantità o continuità; o grandezza, o corpo. Ma allora, qualunque esso sia di queste cose, non è più uno: perché se è quantità si dividerà, se è estensione si scinderà. Similmente, concepito come grandezza sarà divisibile; se poi come corpo, sarà triplice: ché avrà lunghezza, larghezza e altezza. D’altra parte è assurdo affermare che l’essere non sia nessuna di queste proprietà; dunque, l’essere non è uno. Ma neppure è molteplice: perché se non è uno, neppure può essere più, dato che la pluralità è somma di singole unità; per cui, escluso l’uno, è escluso anche il molteplice. Resta così dimostrato che né l’essere, né il non essere esistono. Che poi neppure esistano ambedue insieme, è facile a dedursi. Perché ammesso che esista tanto l’essere che il non essere, il non essere s’identificherà con l’essere, per ciò che riguarda l’esistenza; e perciò, nessuno dei due è. Infatti, che il non essere non è, è già convenuto; ora si ammette che l’essere è sostanzialmente lo stesso che il non essere; dunque, anche l’essere non sarà. E per vero, ammesso che l’essere sia lo stesso che il non essere, non è possibile che ambedue esistano; perché se sono due, non sono lo stesso; e se sono lo stesso, non sono due. Donde segue che nulla è. Perché se l’essere non è, né è il non essere, né sono ambedue insieme, né, oltre queste, si può concepire altra possibilità, si deve concludere che nulla è.

Terzo passaggio

Quarto passaggio

5 (75) Che poi neppure esistano ambedue [lʼEssere e il Non-essere] insieme, è facile a dedursi. Perché ammesso che esista tanto lʼessere che il non essere, il non essere sʼidentificherà con lʼessere, per ciò che riguarda lʼesistenza; e perciò, nessuno dei due è. Infatti, che il non essere non è, è già convenuto; ora si ammette che lʼessere è sostanzialmente lo stesso che il non essere; dunque, anche lʼessere non sarà. (76) E per vero, ammesso che lʼessere sia lo stesso che il non essere, non è possibile che ambedue esistano; perché se sono due, non sono lo stesso; e se sono lo stesso, non sono due. Donde segue che nulla è. Perché se lʼessere non è, né è il non essere, né sono ambedue insieme, né, oltre queste, si può concepire altra possibilità, si deve concludere che nulla è.

Quarto passagio

La mappa generale di questa prima parte del testo gorgiano:

Mappa generale 1^ parte

SECONDA PARTE

6 (77) Passiamo ora a dimostrare che, se anche alcunché sia, esso è, per lʼuomo, inconoscibile e inconcepibile. Se infatti, come dice Gorgia, le cose pensate non sono esistenti, ciò che esiste non è pensato. Questo è logico; per esempio, se di cose pensate si può predicar la bianchezza, ne segue che di cose bianche si può predicare la pensabilità; e analogamente, se delle cose pensate si predica lʼinesistenza, delle cose esistenti si deve necessariamente predicare lʼimpensabilità. (78) Per il che, è giusta e conseguente la deduzione, che “se il pensato non esiste, ciò che è non è pensato”. E invero, le cose pensate (rifacciamoci di qui) non esistono, come dimostreremo; dunque, lʼessere non è pensato. Che le cose pensate non esistano, è evidente: (79) infatti, se il pensato esiste, allora tutte le cose pensate esistono, comunque le si pensino; ciò che è contrario allʼesperienza: perché non è vero che, se uno pensa un uomo che voli, o dei carri che corran sul mare, subito un uomo si mette a volare, o dei carri a correr sul mare. Pertanto il pensato non esiste. (80) Inoltre, se si ammette che il pensato esiste, si deve anche ammettere che lʼinesistente non può esser pensato; perché i contrari hanno predicati contrari; e il contrario dellʼessere è il non essere. E perciò in via assoluta, se dellʼesistente si predica lʼesser pensato, dellʼinesistente si deve predicare il non esser pensato. Il che è assurdo, perché per esempio e Scilla e Chimera e molte altre cose inesistenti sono pensate. E dunque, ciò che esiste non è pensato. (81) E come, ciò che si vede, in tanto si dice visibile, in quanto si vede; e quel che si ode, in tanto si dice udibile, in quanto si ode; né noi respingiamo le cose visibili pel fatto che non si odano, né ripudiamo le udibili pel fatto che non si vedano (ché ciascuna devʼesser giudicata dal senso che le corrisponde, non da un altro), cosí anche le cose pensate, se pur non si vedano con la vista né si odano con lʼudito, esisteranno, in quanto sono concepite dallʼorgano di giudizio che è proprio di esse. (82) Se dunque uno pensa dei carri che corran sul mare, anche se non li vede, deve credere che ci siano carri che corron sul mare. Ma questa è unʼassurdità; dunque lʼesistente né si pensa, né si comprende.


Ribadiamolo: a noi piace pensare alla filosofia come gioco argomentativo. So che molti in Italia (ne sono piene le Università) pensano che la Filosofia sia altro, e non è qui il caso di polemizzare o giustificare.

La Filosofia usa la Logica per esplorare dialetticamente, mettere a prova soluzioni, testare argomentazioni e “pseudo-dimostrazioni”; ha una funzione “critica” prima ancora che propositiva. La Filosofia è una disciplina eminentemente “teoretica” quando esplora possibilità e offre ipotesi, ed eminentemente “pratica” quando sottopone le ipotesi all’analisi logico-critica: tirandole in tutte le direzioni, sbattendole e pressandole per vedere se l’ipotesi è di buon materiale, o se si sfalda sotto i colpi della Critica.

Gorgia in fondo, quali che fossero le sue intenzioni vere (parodiare, offrire un modello per esercitazioni o altro) ci offre un esempio di cosa può fare la Filosofia e di cosa può offrire ai nostri studenti per far maturare le loro competenze logico-argomentative. Allenarsi a sostenere ipotesi nel modo migliore, con tutte le armi della logica e dell’argomentazione, ma poi provare a demolirle criticamente scovandone i punti deboli, le assunzioni inespresse e non dichiarate, le fallacie, i passaggi argomentativi deboli.


La “pseudo-dimostrazione” gorgiana è un gioco d’intelligenza e insieme una confutazione della pretesa eleatica, come dicevamo sopra, di legare “Essere” e “Pensiero”: la pretesa, cioè, che la logica da sola, il ragionamento stringente e costrittivo, a partire da definizioni assunte come evidenti, possano dirci qualcosa di assoluto e vero sulla Realtà.

In fondo, quella di Gorgia è una critica radicale alla pretese di quei Filosofi che pretendono sulla base della cogenza e coerenza interna delle loro argomentazioni di poter stabilre cosa c’è la fuori!


[1]Vedi Theodor Gomperz, Pensatori greci, Vol.II,pp. 302–329, La Nuova Italia, 1950

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