“La scomparsa del pensiero” di Ermanno Bencivenga

Scomparsa del pensiero o prevalenza del “pensiero pigro”

Considero Ermanno Bencivenga (professore ordinario di Filosofia presso l’Università della California e logico di fama internazionale) uno dei filosofi più intelligenti del panorama filosofico italiano. Un pensatore fuori dagli schemi, originale, ardito nelle sue visioni politiche, controcorrente rispetto al pensiero unico (o quasi ) dei “Professori delle Università”; un filosofo che scrive con una chiarezza che è sinonimo di onestà intellettuale, di modestia oltre che di rispetto del lettore.

Mi sono ritrovato spesso nelle sue posizioni intorno a come si dovrebbe insegnare la filosofia, e a cosa si dovrebbe insegnare della Filosofia, a scuola. Non potevo perciò fare a meno di leggere il suo ultimo libro (pubblicato nel maggio del 2017), La scomparsa del pensiero (Feltrinelli, pp.137, euro 15,00). E’ un libriccino composto di una breve prefazione e di 4 capitoli: 1.Una mutazione antropologica?; 2.Necessità e virtù; Pratica e grammatica 4. A scuola di ragionamento

Nel libro (che porta come sottotitolo, Perché non possiamo rinunciare a ragionare con la nostra testa), E. Bencivenga parte proprio da questo grido d’allarme: la nostra capacità di pensare e quindi ragionare e fare logica è a rischio (pp.9–10). Una catastrofe incombente che insidia la nostra epoca e che potrebbe renderci incapaci di affrontare tutte quelle altre emergenze (clima, terrorismo, migrazioni, ecc) che richiedono di essere affrontate in modo razionale e non emotivo e impulsivo attraverso “una discussione ordinata che le analizzi e ne determini il valore, aprendo nuove strade alla nostra convivenza” (p.9)

Una mutazione antropologica

Bencivenga sostiene che stiamo assistendo ad una vera e propria mutazione antropologica che ci sta privando dell’elemento che caratterizza l’essenza della nostra specie: il nostro logos, il nostro essere “animali razionali”:

“L’animale razionale, in quanto pensa e ragiona, analizza quel che riceve, lo scompone … e lo ricombina in modi che meglio soddisfano i suoi bisogni e desideri” (p.42)

Ma perché tutto ciò sta avvenendo cosa è cambiato? E’ cambiato, dice Bencivenga, il mondo: viviamo in un mondo dove siamo sempre più tempestati di informazioni; un mondo veloce e rumoroso, mentre il Logos, il pensiero razionale “ha bisogno di silenzio intorno … ha bisogno di pace e pazienza per svolgere il filo dei suoi ragionamenti …” (p. 25)

Oggi, i media “sono diventati troppo veloci e potenti … per consentire la sopravvivenza di modalità informative e comunicative sviluppate in ere di lentezza e silenzio.” (p.26) Insomma, conclude Bencivenga, “il logos è a rischio”.

E questo è un problema, perché “se il frastuono e la fretta impediranno alle passioni affini al logos di manifestarsi e farsi ascoltare”, sarà la nostra parte “animalesca” a prendere il sopravvento.

La nostra specificità di esseri umani sta nella capacità di “pensare, ragionare e argomentare”, la capacità di usare la logica analitica, la capacità di analizzare messaggi e comportamenti e di valutarli in modo critico; e, se la perdiamo, verrà esaltata la nostra “animalità”: seguiremo e imiteremo il nostro capobranco qualsiasi cosa ci dica e dovunque deciderà di condurci; non saremo in grado di discriminare tra i il contenuto dei discorsi e il modo di agire di un Hitler e quello di un M. Luther King.

È importante l’ Analisi:

L’analisi — scrive Bencivenga — è una forma di liberazione. Il mondo ci consegna entità integrate … e noi ci prendiamo la libertà di disintegrarle, di farle a pezzi e decidere che alcuni pezzi ci garbano più di altri [… ]. Così procedendo ci emancipiamo dalla soggezione a quel che il mondo ci offre: dalle sue abitudini inveterate e dai suoi improvvisi cambiamenti, talvolta benefici e talvolta distruttivi. Così operando pensiamo, perché il pensiero … è un percorso da un dato all’altro, un collegamento fra dati, e che dobbiamo avere il tempo e l’agio di stabilire. (pp.40–41)

Rischiamo che avvenga una vera e propria “mutazione antropologica”: un mutamento antropologico che potrebbe privarci del logos, della capacità di analizzare il mondo, scomporlo e ricomporlo nei modi che meglio soddisfano i nostri bisogni e desideri.

Saremo così privati di quello spirito critico necessario per non essere manipolabili e poter scegliere con la ragione e non con la pancia; spirito critico senza il quale, spiega B., è a rischio la stessa democrazia:

La logica è veicolo di democrazia perché permette a ciascuno di noi, ragionando per conto suo, di decidere che cosa gli va e che cosa non gli va in ogni modello che gli viene proposto, e di raccogliere insieme quel che gli va formulando modelli che giudica più vantaggiosi e più degni, e che forse si darà da fare per realizzare; senza la logica, senza la capacità di pensiero e ragionamento, di analisi e di combinazione, che essa ci offre, c’è da solo da sperare nella buona sorte… (p.43)

La necessità di ragionare

La disponibilità eccessiva ed immediata di informazioni attraverso gli strumenti digitali sta rendendo obsoleta la necessità di ragionare logicamente. La logica è inferenza, è partire da ciò che è noto per inferire l’ignoto, ed era una funzione cognitiva necessaria in un mondo dove c’era carenza di informazioni. Oggi non è più così; le informazioni ce le fornisce in ogni momento la Rete, la conseguenza è che così viene meno la necessità di ragionare.

Stiamo procedendo verso un mondo di computer sempre più intelligenti a cui gli esseri umani stanno cercando di affidare (esternalizzandola) la funzione che gli era loro propria: quella di ragionare al posto loro. (pp.54–55) E tanto più esternalizzano, tanto più “inetti” diventano in quell’abilità.

E proprio nel momento in cui ne avrebbe più bisogno, perchè la razionalità critica, il logos, sarebbe quanto mai necessaria “per distinguere le informazioni attendibili dalle bufale, le fonti degne di fiducia da quelle sospette …” (p.57) Ma il fatto che sia necessaria non vuol dire che se ne senta il “bisogno”: “è difficile percepire una necessità, avvertirla come un bisogno, quando alla coscienza si sostituisce l’abbondanza …”(p.57).

Insomma, anche se della logica gli uomini hanno ancora bisogno (eccome!), tuttavia non lo sentono questo “bisogno”. E sbagliano, perchè la ricchezza e la disponibilità di informazioni non possono sopperire ad alcune funzioni che solo la logica può esercitare: “la logica si applica al possibile non meno che al reale … ; e da quel che è puramente possibile oggi… scaturisce quel che un giorno sarà reale; infine “la logica ha un campo di applicazione più vasto di ogni insieme di informazioni” (p.59).

Viene meno la capacità per gli uomini di immaginare futuri possibili, di prospettare e immaginare il “cambiamento”:

Disponendo di una quantità (enormemente) maggiore di informazioni sarà più agevole adattarsi al mondo….ma non sarà più agevole giudicare il mondo e cambiarlo”. (p.59)

Bencivenga si rende conto che potrebbe essere accusato di combattere una “battaglia retriva contro il progresso tecnologico”(p.61), ma ritiene che il rischio che gli uomini corrono, cioè quello di cedere alle macchine logiche “quel che hanno di più specifico” (p.62) sia un rischio reale, fondato sulla naturale “akrasía” degli esseri umani.

Cos’è l’akrasía? È la “debolezza della volontà”, meglio la “mancanza di controllo” sulla nostra volontà: anche a fronte di una presa di coscienza dell’ “autodistruttività” di certi nostri comportamenti (mangiare troppa carne, fumare ecc.) non siamo capaci di abbandonarli. Ed è quello che succede anche con il logos: siamo incapaci di percepire quanto indispensabile sia per noi esseri umani mantenere il controllo delle “macchine logiche”, e la conseguenza è che “subentra … l’akrasía e ci adagiamo nella pigrizia di demandare comunque alle macchine la fatica di ragionare” (p.69)

Questa akrasía logica si configura oggi come una vera e propria “emergenza”, che dovrebbe essere affrontata.

Questo discorso potrebbe essere esteso anche alla sfera politica. Questo abbandonarsi pigro a qualcun altro (macchina o persona) perché ci eviti la fatica del pensare vale anche per la politica.

Assistiamo nella nostra società ad un sempre maggiore degrado del dibattito pubblico. Ebbene, questo degrado è insieme un effetto del degrado “logico” della nostra società, ma ne è anche la causa:

Non è solo la tecnologia a lavorare per la nostra stupidità; la politica ha fatto la sua parte, degradando il dibattito pubblico a toni da osteria… (p.75)

E ancora:

La stupidità fa comodo… a chi vuole controllarci, e ci controlla tanto meglio quanto più ci comportiamo come bruti…. quindi riceve da persone e gruppi di potere ampi incoraggiamenti. (p.77)

Quanto più gli uomini usano la testa tanto più facile per il politico di turno in mancanza di buoni argomenti, rivolgersi alla pancia dei cittadini-elettori.

Il quadro delle cause dell’emergenza logica è così completo: mancanza di rispetto per i ritmi e i tempi del Logos; esaurimento della necessità psicologica e pratica di fare ricorso alla logica dovuto all’eccesso e all facile disponibilità di informazione; infine, la stupidità è funzionale al “potere”, che perciò la incoraggia.

La diagnosi di Bencivenga è disperante: il risultato di questo combinato disposto di cause è che siamo sempre più sprofondati “nell’inferno dell’idiozia” e “tendiamo a diventare stupidodipendenti” (p.77)

Il ruolo dell’educazione

E’ possibile combattere questa deriva della Ragione, contrastare la perdita del logos? Come possiamo “ritrovare quel che abbiamo perso” (p.78)?

In un libretto uscito nel 2015, dal titolo La buona logica [Raffaello Cortina editore] Paolo Legrenzi e Armando Massarenti (psicologo il primo, giornalista il secondo, che hanno condiviso con Bencivenga la campagna condotta su Il Sole 24 ore sul tema dell’emergenza logica) sostenevano che per contrastare pregiudizi e discriminazione occorre una sorta di “ricostruzione mentale”: “per ripartire la nostra società deve assolutamente addestrare i suoi cittadini a pensare … di fare di ognuno un individuo pensante e giudicante” (p.123) Abbiamo bisogno, insomma, di una “buona logica”: “che è sempre una forma di pensiero critico, una vittoria sulla pigrizia mentale e l’inerzia, uno strumento di analisi e di rifiuto della superficialità spesso imperante” (p.12)

Anche Bencivenga è di questo parere. Per recuperare la “logica che ci sta venendo a mancare” abbiamo bisogno di una nuova forma di educazione:

Occorre insegnare consapevolmente, applicando opportune strategie didattiche, la logica che in passato ci era trasmessa in modo automatico dalle nostre abitudini quotidiane. (p.78)

Ma quale “logica”, non la logica matematica, la logica formale, quella che si insegna all’Università, chè non insegna a ragionare, ma si occupa d’altro (p.80). Secondo Bencivenga la logica formale, infatti, si occupa di linguaggi artificiali “che hanno al massimo una lontana parentela con il linguaggio ordinario” (p.83), linguaggio ordinario (quello dei nostri ragionamenti quotidiani) che viene prima tradotto in schemi formali; i quali schemi vengono poi considerati essi stessi come dei nuovi enunciati appartenenti a un linguaggio artificiale “definito ad arte e soggetto a regole di assoluto rigore”(p.81) e che non rispondono al modo in cui li utilizziamo nel linguaggio ordinario, che è sempre incerto, pieno di ambiguità ed eccezioni; infine, gli enunciati vengono trattati come “oggetti matematici”, lontani dal linguaggio quotidiano, “studiandone e dimostrandone proprietà matematiche” (p.82)

E’ uno studio affascinante — scrive Bencivenga — […] ed è chiaro che non lo si potrebbe condurre con successo se non si sapesse ragionare; ma il ragionamento non gli è più pertinente di quanto lo sia per una dimostrazione di geometria [….] la logica vi è usata ma non è tematizzata; questo non è insegnare logica ma insegnare, appunto, qualcos’altro. (p.82)

La logica formale può essere praticata da chi sa già ragionare, ma non si impara a ragionare studiandola. La logica studiata nelle Università fa sì che chi la pratica “impara a ragionare non “direttamente perché si sta dedicando ad una disciplina che si chiama “logica” ma indirettamente perché sta ragionando” (p.92).

Non è questa logica che deve essere studiata, quanto piuttosto la logica del ragionamento quotidiano (“informale”?):

“occorre … insegnare la logica che ha corso nella nostra vita e nel nostro linguaggio, non quella che dimora altrove. (p.84)

Ma come insegnarla? Bencivenga sviluppa una analogia fra l’apprendimento della logica e quello di una lingua: se vogliamo apprendere una lingua (straniera), non si deve (come pure si fa) partire dallo studio teorico della grammatica, ma dalla pratica della lingua: “La pratica val più della grammatica” (p.87). Ed una pratica s’impara “eseguendola e commettendo errori” (p.87). Solo dopo che si arriva a padroneggiare una abilità, ci si può interrogare “sulla struttura di quell’abilità”, cercando di capire quali sono le regole che ne permettono il funzionamento. (p.88). Ebbene, con l’apprendimento della logica bisogna fare lo stesso: quel che dobbiamo insegnare “è la pratica, non la grammatica del ragionamento” (p.89) Non si insegna a ragionare facendo lezioni teoriche di logica formale, ma neanche di teoria del sillogismo:

“si può imparare a ragionare solo ragionando: rimandando … la teoria e concentrandosi sulla pratica” (p.91)

e ancora:

“… la sostanza del ragionamento, e dell’educazione al ragionamento, è nella sua pratica; la sua grammatica ne costituisce solo un promemoria.” (p.90)

Bencivenga ha ragione, se ci concentrassimo sulla teoria piuttosto che sulla pratica del ragionamento renderemmo l’insegnamento della logica a scuola noioso ed inefficace: una materia in più per gli studenti da studiare e memorizzare. Inefficace, perché sapere che cos’è una fallacia dell’affermazione del conseguente e saperla riconoscere o non utilizzarla inconsapevolmente sono due cose diverse. Confondere la teoria logica con la pratica del ragionamento è un errore madornale. La teoria deve, come giustamente sottolinea Bencivenga, arrivare dopo: far cimentare gli studenti su una batteria di argomenti con una qualche falla di ragionamento, vedere se riescono ad individuarla (confrontandosi fra di loro per far emergere consensi e dissensi), e alla fine spiegare dove sta l’inghippo è una cosa; fare un corso sulle fallacie e per ognuna fare degli esempi è un modo diverso di operare che mette il carro davanti ai buoi (per usare un’immagine di Bencivenga!).

Nei paesi anglosassoni il tema dell’efficacia dell’insegnamento tradizionale della logica al fine del potenziamento delle abilità logico-argomentative degli studenti è oggetto di riflessione da diversi anni. Sono molti gli studi che attestano (e lo stesso B. che, come ricordavamo sopra, insegna da anni Logica all’Università di Irvine lo conferma) che il modo tradizionale di affrontare lo studio della logica, fondato su teoria logica (formale), esempi e batterie di esercizi, non porta a miglioramenti significativi nelle abilità di CT che pure dovrebbero potenziare.

Cosa fare allora?

Partendo dalla sua esperienza B. propone di partire dal semplice per arrivare, piano piano, al complesso:

“Come quando s’impara a suonare uno strumento musicale, bisognerà smembrare ragionamenti complessi nei loro elementi più semplici, esercitarsi a lungo su questi elementi e poi cercare di combinarli in aggregati di ambizione crescente.” (p.93)

Il piano formativo proposto da B. parte dall’individuazione dei “criteri di uno scrupoloso esercizio di ragionamento da compiersi nel linguaggio quotidiano, con un minimo di teorizzazioni e di termini tecnici” (p.93)

Dobbiamo capire a che cosa vogliamo addestrare i nostri allievi, e quando potremo dire che l’addestramento è andato a buon fine (p.93).

Se lo scopo è quello di addestrare i nostri studenti a ragionare in modo corretto, dovremo essere capaci di definire cos’è un ragionamento “corretto” o “valido”:

“l’addestramento andrà a buon fine se permetterà agli allievi di formulare ragionamenti validi […]” (p.94)

Il modello di “validità” che egli ha in mente, però, non è quello interno ai ragionamenti formali (inapplicabile, se non in parte, ai ragionamenti svolti con il linguaggio ordinario), ma viene definito come :

“un senso soggettivo di normatività che ci compete in quanto parlanti di una lingua e partecipi di una cultura.” (p.94)

Dove l’enfasi è sul soggettivo e la comunità di lingua e cultura. Mentre per normatività si intende la “necessità del rapporto fra certe premesse e certe conclusioni” (p.97)

Insomma,

“Chi insegni logica nel modo che sto proponendo dovrà combinare rigore e apertura mentale: rigore nel perseguire un proprio senso di normatività e nel mostrarlo in azione con una varietà di esempi, per stimolare l’accordo con gli allievi, e apertura ai sensi alternativi di normatività di cui gli allievi possono farsi portatori, unita a prontezza nell’usare quei sensi alternativi per incoraggiare comunque il fiorire in loro di una forma di logos” (pp.97–98)

Quello che con un linguaggio insolitamente complesso sta dicendo B. è che i ragionamenti argomentativi (non formali) non sono mai conclusivi, non mettono mai capo a dimostrazioni, ma possono al massimo risultare convincenti per qulcuno o per un gruppo più o meno ampio di parlanti di una lingua: perchè il “senso” espresso negli enunciati di un ragionamento è sempre oggetto di interpretazioni, che possono essere diverse per parlanti diversi, ed è, quindi, sempre necessario un accordo preliminare; perchè anche la riduzione delle connessioni fra premesse e conclusioni a schemi formali di un qualche tipo (incompatibilità, transitività, contraddizione ecc.) può essere contestata.

Se vogliamo, inoltre, che l’addestramento funzioni in modo appropriato, dobbiamo partire dal fatto che ragioniamo meglio quando abbiamo un interesse personale per il tema oggetto di discussione. Occorre quindi che nell’insegnare logica mettiamo cura nel trovare esempi che “appassionino” gli allievi, li coinvolgano “e gradualmente mostrare la loro somiglianza a esempi più remoti” (p.102); oppure “coinvolgerli in giochi competitivi con una posta, anche simbolica in palio.” (p.102)

Bisognerà tenere conto, infine, dell’impoverimento progressivo della lingua. La prevalenza del paratattico sull’ipotattico, potremmo definirla: la lingua prevalente è ormai sempre più fatta di frasi brevi e coordinate fra loro, segno di un impoverimento dei ragionamenti che ne stanno alla base. L’insegnante di logica quindi:

Dovrà sapere che lui e i suoi allievi non parlano la stessa lingua e che il suo compito è quello di cambiare la lingua dei suoi allievi, abituandoli progressivamente a complicarla.(p.108)

Bencivenga ha ancora una volta ragione a sottolineare la progressiva semplificazione del nostro linguaggio quotidiano. Lo vediamo anche a scuola: è sempre più difficile riuscire ad ottenere discorsi articolati, logicamente connessi, con i connettivi logici appropriati e non sparati a casaccio.

Una proposta operativa

Arriviamo così all’ultimo capitolo del libro (A scuola di ragionamento), in cui Bencivenga avanza la sua proposta operativa.

Posto che “teorizzare su una pratica non aiuta ad acquisirne il controllo” (p.110), non è teorizzando sulla struttura del ragionamento che miglioreremo la situazione, bensì attraverso un “paziente addestramento condotto in lingua italiana”.

Ma addestramento a cosa? Addestramento ad affrontare e risolvere problemi di ragionamento, per potenziare le critical thinkings skills, sempre più richieste come prerequisito per l’accesso all’insegnamento (vedi Concorsone) e nella selezione del personale di un numero crescente di aziende italiane e straniere (e, aggiungiamo noi, diffusamente nei test d’ingresso alle facoltà universitarie a numero chiuso).

Il punto di riferimento è il Thinking skills Assesment (TSA) inglese, utilizzato come prova di ammissione per gli studenti a Cambridge, Oxford e l’University College di Londra. La tipologia di prove di ragionamento proposte nel TSA hanno la medesima struttura: passi argomentativi, validi o fallaci, di una lunghezza variabile fra le 5 e le 10 righe e una serie di 5 risposte possibili fra cui si deve scegliere quella giusta.

Dopo avere illustrato con alcuni esempi le diverse tipologie di domande e il tipo di ragionamento necessario per risolverle, B. racconta dell’esperienza fatta presso la Luiss di Roma negli ultimi 5 anni.

B. racconta di avere realizzato assieme ad un certo numero di dottorandi un programma facoltativo di logica che utilizza problemi di ragionamento dello stesso formato di quelli prima illustrati. Il corso (di 15 ore: 5 incontri di tre ore) basato su esercitazioni pratiche, inizia con una prova diagnostica e si conclude con una prova finale dello stesso tipo per testare il miglioramento nello score di risposte corrette.

Il risultato è stato promettente, con un miglioramento nella media delle risposte corrette fra la prova iniziale e quella finale del 39,2 per cento. B. tiene a sottolineare che risultati come questi non li ha mai ottenuti in corsi normali di logica matematica.

Pur con i suoi limiti (le poche ore assegnate al corso; il fatto che non dia agli studenti nessun credito, la scansione ravvicinata degli incontri; la logistica), l’esperienza è, secondo B., positiva, grazie anche al lavoro dei suoi collaboratori, capaci di mettersi in gioco e di abbandonare le vie consuete e sicure delle lezioni frontali preparate a tavolino (destinate secondo B. ad essere sostituite, in un prossimo futuro, dalla rete), di interagire con gli studenti “senza altro metro di giudizio che il comune accordo” (p.134) e di avere, infine, trasformato le lezioni “in un gioco” competitivo basato sui lavori di gruppo e sul cooperative learning.

Perorazione

Il finale del libro torna proprio sull’importanza del “gioco” come modalità pedagogica. Bisogna puntare sulla dimensione del gioco per risvegliare il “potenziale umano” dei nostri ragazzi:

“[…] sono i giovani oggi le persone più vulnerabili a quanto attenta alla nostra razionalità: sono nativi digitali, non hanno mai conosciuto la carenza informativa, non hanno mai avuto bisogno di padroneggiare il logos. Ma i giovani sono anche le persone più cronologicamente e psicologicamente vicine alle radici del loro potenziale umano: il loro albero starà forse crescendo un po’ sghembo ma…. ha abbastanza flessibilità da prendere un nuovo indirizzo se solo riceve una guida e un sostegno adeguati” (pp.134–135)

Se si riesce coinvolgerli al gioco del pensiero, “un gioco diverso dal solito, che metta in gioco e in pratica il loro senso logico, e così facendo lo risvegli, lo nutra e lo sviluppi” (p.135), assistiamo al miracolo di una partecipazione gioiosa “la gioia con cui viviamo la nostra ritrovata razionalità” (p.135)

Il capitolo si chiude con una nota triste, un’apertura e un’esortazione. La nota triste riguarda il silenzio con cui le Università italiane hanno accolto la sua proposta di introdurre programmi simili a quello della Luiss. L’apertura è invece quella dimostrata da B. nei confronti di eventuali “percorsi altrettanto concreti” (p.137) anche se diversi da quello da lui proposto, ma che adempiano allo stesso scopo.

L’esortazione è invece quella a fare presto:

“Il tempo stringe; non possiamo attendere che una ricetta miracolosa fuoriesca dalla testa di un genio a venire; se siamo d’accordo su che cosa va fatto, dobbiamo scommettere che la comunità di quanti sono d’accordo saprà manifestare, nel suo insieme, tutto il genio che è necessario.” (p.136)


Un giudizio complessivo

Cosa dire di questo libro? Io ho una grande stima e ammirazione per E. Bencivenga con cui (come dicevo all’inizio di questo post) condivido una visione della filosofia e del suo insegnamento, che ho avuto modo di riconoscere in altri miei scritti. Tuttavia, questo suo ultimo libro mi ha lasciato insoddisfatto. Avevo iniziato a leggerlo pieno di aspettative, che sono state, almeno in parte, deluse. La sua diagnosi mi trova d’accordo nella constatazione della patologia (“l’emergenza logica”), meno nell’individuazione delle cause.

E’ proprio la parte centrale del suo libro che trovo poco convincente quella in cui Bencivenga illustra le cause del declino della Logica: mi sembra superficiale (mi si perdoni l’aggettivo) e discutibile. Alla fine della fiera, alle origini della decadenza del pensiero razionale nella nostra società Bencivenga pone solo l’avvento delle nuove tecnologie dell’informazione e della Rete che rendono velocemente e immediatamente disponibili una quantità enorme di informazioni e creano un contesto di rumore inadatto al silenzio di cui ha bisogno il Logos.

Ma discutibile mi appare anche la prognosi, eccessiva nelle sue conseguenze catastrofiche (la mutazione antropologica): la delega alle macchine logiche della funzione di pensare e, quindi, la rinuncia a ragionare. Noi uomini siamo macchine inferenziali, maciniamo inferenze a ruota continua per poter muoverci nel mondo ed interagire con gli altri, che ne siamo consapevoli o meno: comprendere ciò che ci si dice in una conversazione o anche semplicemente decidere, dando uno sguardo fuori, se vale la pena di prendere o meno un ombrello necessita di fare inferenze di vario tipo. Ma queste banalità non devo mica dirle io a Bencivenga! E ancora, avere molte informazioni disponibili, non vuol dire che non abbiamo bisogno di fare inferenze a partire da quelle informazioni.

Vagheggiare, poi, un tempo in cui il silenzio, la lentezza e la indisponibilità di informazioni rendevano agevole e necessario ragionare e trarre inferenze, mentre ora quel tempo non c’è più, mi sembra eccessivo. Ho vissuto la mia giovinezza in un’epoca non molto lontana da quella in cui Bencivenga ha vissuto la sua, e devo dire che le capacità di ragionamento dei ragazzi della mia generazione non erano migliori di quelle della generazione attuale.

La dimestichezza con la Rete, il ricorso agli strumenti digitali per acquisire informazioni nelle nuove generazioni è sopravvalutato. Fanno fatica anche ad informarsi: le informazioni devono “cadergli” addosso attraverso i Social, in modo disordinato e caotico; e non sempre sono quelle che veramente gli servono per orientarisi nella vita quotidiana. Magari sapessero ricercare le informazioni utili, ma non sanno fare neanche quello!

Il ragionamento di Bencivenga del resto sembra partire da un assunto non tematizzato, quello che prima dell’età dei Media, della Rete, delle Tecnologie dell’informazione e della comunicazione, di una formazione logica si potesse fare a meno, visto che la vita ci metteva nella necessità di ragionare e inferire l’ignoto dal poco noto. Ma è veramente così? Mi permetto di dubitarne. E’ vero, invece, che fino all’ Ottocento, chi aveva la possibilità di studiare (e quindi solo una ristretta élite), studiava anche un po’ di logica.

Io credo, piuttosto, che il nostro sia il tempo della “pigrizia intellettuale”! La prevalenza del “pigro” (piuttosto che del “cretino”, per citare un vecchio libro di Fruttero e Lucentini).

https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/3/3b/Pigrizia_san_ferreolo.jpg/404px-Pigrizia_san_ferreolo.jpg

Ci affidiamo a “modelli” quali che siano per evitarci la fatica di pensare con la nostra testa, e questo non solo perché non abbiamo più gli strumenti di analisi (quali strumenti di analisi logica avevano le generazioni precedenti che oggi non abbiamo?), come suggerisce Bencivenga, ma perché fa parte della nostra natura di animali “qualche volta razionali”!

Non dimentichiamo il terribile e tragico Novecento, un esempio di come anche in tempi di silenzio, di lentezza e di carenza informativa masse di uomini, dominate dalle loro passioni, da paure, timori, odi nazionalistici e razziali si sono accodate alle aberranti dottrine di dittatori e bande di criminali di tutte le risme!

La Rete, i Social stanno, certo, ampliando e rendendo più pericolosi i deficit, le debolezze e i cortocircuiti del nostro apparato cognitivo, ma, va ricordato, che prima della Rete e dei Social c’erano (e ci sono ancora, per la verità) le Religioni, le Superstizioni, le Ideologie politiche. Se non teniamo conto di questo fatto ci è difficile comprendere la battaglia culturale dell’Illuminismo, per esempio.

La pigrizia intellettuale è il male del nostro tempo, non perché prima non ci fosse, ma perché oggi la vezzeggiamo e la coltiviamo giustificandola (i politici che giustificano e rilanciano i nostri pregiudizi e le nostre opinioni di pancia); perché non ci ribelliamo nelle scuole, nei giornali, nella società. Diamo un cattivo esempio ai giovani e pretendiamo da loro quello che noi non pretendiamo da noi stessi (vedi l’atteggiamento di supina accettazione dell‘incompetenza, dei ragionamenti sparati a caso, delle bufale in campagna elettorale)!

E’ vero che bisogna dare una scrollata ai nostri giovani, ma nel senso di risvegliarli dai pericoli della pigrizia intellettuale, dall’accettazione acritica di quanto viene affermato, asserito, riportato come un “fatto” e che viene creduto solo perché riportato in televisione o in Rete.

Dopo di che, naturalmente, non basta sollecitarli a risvegliare il loro “senso critico”, è anche giusto e doveroso fornire ai giovani gli strumenti per poterlo fare! In questo senso, è la Scuola che deve fare qualcosa di più e di diverso, ed in questo sono d’accordo con Bencivenga. Negli Orientamenti sull’insegnamento della Filosofia da poche settimane resi pubblici dal MIUR, c’è un’apertura in questo senso, vedremo a cosa porterà.

Metterli di fronte ai rischi della “pigrizia” intellettuale, chiedere che ragionino e pretendere che lo facciano è l’unica strada, ma bisogna farlo dando loro strumenti di analisi, di sintesi, di valutazione delle informazioni e dei ragionamenti. In una parola, occorre dare loro quelle abilità che ricadono nella pratica del Critical Thinking e dell’educazione civica digitale.

Ed è qui che il saggio di Bencivenga manca di qualcosa. E’ strano che un intellettuale che ha vissuto tutta la sua vita professionale negli Stati Uniti non accenni se non di striscio all’insegnamento del Critical Thinking. B. si concentra sulla logica del ragionamento ordinario (e anche qui, non usa per questa un nome che è molto diffuso nel mondo anglosassone “informal logic”), mentre forse si dovrebbe ampliare il discorso, oltre che al ragionamento analitico, anche all’analisi e alla pratica dell’Argomentazione, e, forse, addirittura all’analisi di pregiudizi, stereotipi e Bias presenti nei nostri discorsi e che giocano un ruolo non indifferente nelle nostre prese di posizione e nelle nostre credenze.

La terapia suggerita, per finire, mi sembra un po’ scarsa: migliorare le abilità logico-argomentative dei giovani solo addestrandoli a risolvere problemi di logica o di ragionamento, mi sembra poco. Pensare che un miglioramento nella capacità di risoluzione di problemi di ragionamento migliori le capacità critiche nell’analizzare e giudicare argomentazioni complesse e la capacità di comprendere e produrre discorsi e ragionamenti complessi, mi sembra un pannicello caldo a fronte di una situazione di crisi della Razionalità nel discorso pubblico così diffusa e profonda.

Non è questa la mia esperienza, del resto. Io tengo corsi di logica in preparazione dei test d’ingresso all’Università. E’ vero che, addestrando gli studenti a risolvere tipologie di problemi di ragionamento, si vede un miglioramento nella loro abilità di risoluzione di queste tipologie di problemi; ma affermare che in questo modo abbiamo migliorato le loro capacità logiche ed argomentative, rendendoli capaci di comprendere e produrre argomentazioni complesse, di fare ragionamenti “validi” e di dare giudizi ponderati è un azzardo che non mi prenderei!

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