Perché la “formazione a pioggia” su innovazione e tecnologie digitali a scuola non funziona

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In un post di qualche giorno fa Pietro Gavagnin raccontava della sua delusione sugli esiti della formazione alle nuove tecnologie. Tutta la mia comprensione e aggiungo a suo conforto (o sconforto ulteriore) la mia piccola esperienza.

Quando ho iniziato questo Blog mi sono scherzosamente presentato come un ex “formatore “abusivo”.

In effetti, nel corso del 2016 avevo fatto un’esperienza come “formatore” sulla Didattica con le Nuove tecnologie per le Scuole della Rete scolastica del comprensorio scolastico in cui insegno (Trentino), un corso di una trentina di ore modulari a cui si erano iscritti circa un centinaio di docenti dei diversi livelli scolastici, e che aveva spaziato dall’uso di piattafome e applicativi vari, ai metodi della didattica capovolta e della didattica per progetti. Nel corso dell’anno successivo avevo poi tenuto un corso sulla Flipped classroom in un Istituto tecnico della provincia, e due interventi sempre sullo stesso argomento in un altro Istituto tecnico e in una scuola media. “Ex formatore” perchè l’entusiasmo iniziale con cui avevo abbracciato l’esperienza si è presto tramutato in delusione e scoramento e in anticipata cessazione di attività.

In questi corsi ho incontrato colleghi di tutti i tipi: docenti retrivi e ostili a qualsiasi innovazione metodologica o tecnologica (e mi chiedo cosa vadano a iscriversi a corsi in cui di queste cose si tratta!); colleghi volenterosi, ma negati sia per l’una che per l’altra (ottimi disciplinaristi non lo metto in dubbio, ma negati per qualsiasi forma di progettazione didattica!); colleghi che, invitati a progettare un’UdA, copiavano e incollavano obiettivi formativi e di fronte alla richiesta di pensare ad un’attività realistica (“autentica”?) in cui far applicare le conoscenze teoriche, ti rispondevano “ma io non so a cosa possono servire”?(sic!); colleghi che per recuperare la password telefonavano alla moglie a casa; colleghi che riciclavano delle bellissime UdA preparate per l’Università e che, però, non avevano mai neanche lontanamente provato ad applicare in classe; colleghi che non riuscivano, neanche sforzandosi, a immaginare temi interdisciplinari da progettare e implementare in classe.

Quanti degli input, dei suggerimenti, degli spunti ricevuti sono stati applicati nella propria didattica dai corsisti? A mia conoscenza molto pochi. E’ stato disarmante vedere gli stessi che avevano partecipato al mio corso sulla produzione di libri digitali a scuola, reiscriversi ad un corso simile, quest’anno, seppur tenuto da un altro (sicuramente più bravo di me, per carità), senza avere contezza che delle stesse cose si trattava (è capitato anche questo). Questo fa capire in che mani dovremmo mettere la didattica digitale.

Un bilancio

L’esperienza mi ha fatto riflettere sul fatto che gli insegnanti sono interessati a tecnologie che possono usare per le cose che già fanno; sono poco interessati a utilizzare le tecnologie come strumenti per modificare la propria didattica. Anche perché pochi sanno come modificarla, e verso dove andare.

Non voglio generalizzare e, naturalmente, chi non vi si sente rappresentato è autorizzato a sentirsi escluso dalla generalizzazione, ma, spesso, l’insegnante di ruolo è uno che non ha più voglia di continuare a formarsi! Finchè è costretto per superare uno dei tanti corsi/concorsi il docente si informa (meglio, viene a conoscenza di qualche nuova metodologia didattica) e magari prova a inventarsi qualche UdA; una volta che arriva all’agognata cattedra, torna alle più tranquillizzanti e note pratiche didattiche: diventa un disciplinarista e Amen!

Accanto a tanti docenti di buona volontà, che vorrebbero trovare ispirazione e suggerimenti, nei corsi di formazione trovi altrettanti docenti che stanno là solo per accumulare ore di aggiornamento, retrivi a qualsiasi cambiamento, ignoranti di quello di cui si discute nel mondo della didattica (Flipped classroom? Si, ne ho sentito parlare, ma non so cos’è! E verrebbe da dire: Informarsi, no?); spesso scettici, quando non ostili, verso qualsiasi forma di novità o innovazione didattica.

Formare “a pioggia” non serve

Per i colleghi di buona volontà una formazione mirata per portare avanti progetti di sperimentazione didattica innovativa/o con le nuove tecnologie ha senso, ma formare “a pioggia” è del tutto inutile: disperde risorse e non scalfisce le prassi didattiche dei retrivi o degli ostili.

Chiarisco (su istigazione provocatoria di un collega) cosa intendo per «formazione mirata» (il bello della scrittura e delle pubblicazioni digitali è che puoi tornare sul pezzo!). Io penso che si debba scindere il mortale connubio di aggiornamento e formazione: una cosa è l’ “aggiornamento” (il tenersi o l’essere informati) su pratiche, tecniche e strategie didattiche; altra la “formazione” che deve esssere finalizzata a promuovere e applicare concretamente pratiche, tecniche e strategie didattiche, attraverso misure di accompagnamento e monitoraggio del lavoro nelle classi (penso al gruppo Lepida scuola che lavora con il Prof. Enzo Zecchi sulla didattica per progetti e che fa formazione attiva e “mirata”, appunto, con docenti e scuole impegnate nell’applicazione del metodo). Questa confusione aggiornamento/formazione porta colleghi per nulla o poco interessati a essere formati (per mettere in pratica in classe) a iscriversi a corsi di formazione (per i quali non hanno né la motivazione né le competenze di base per seguirli – penso a quelli sulla didattica con le nuove tecnologie) come se fossero corsi di aggiornamento (vado a sentire cosa ha da dirci ‘sto tizio), per la disperazione dei formatori seri, professionali e non solo “prezzolati”!

D’altra parte, sempre più spesso, formatori alla moda vagolano per fiere e scuole in giro per la penisola, “aggiornando” su applicazioni e tecnologie improbabili (di dubbio valore formativo, ma con effetto uauh assicurato!) che per essere implementate nella didattica quotidiana necessiterebbero di tanto di quel tempo da risultare praticamente inutili o ridicolmente sottoutilizzate rispetto a ciò che i professionisti con quelle stesse tecnologie (o sicuramente molto più avanzate) fanno già.


Innovatori e conservatori si ritrovano poi nelle stesse scuole, negli stessi dipartimenti, negli stessi consigli di classe dove la convivenza è difficile. E qui, a seconda dei rapporti di forza, troviamo situazioni in cui a vincere sono gli innovatori e trainano gli altri che, come peso morto, cercano di rallentare o, peggio, far fallire qualsiasi progetto; oppure (come, ahi!, fin troppo spesso accade) troviamo situazioni in cui a vincere sono i conservatori, e gli innovatori diventano mosche bianche, dileggiate o guardate con sprezzo come eccentrici cavalcatori di nuvole!


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