Argomenti in prosa vs Mappatura degli argomenti assistita da computer (CAAM)

Analisi argomentativa della “Lettera a don Benedetto Castelli” (1613)

https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/4/48/Galilee.jpg

Come lo scheletro di un corpo non è immediatamente visibile, ma può essere descritto per via indiretta sulla base delle proprietà esterne del corpo, così la struttura argomentativa di un testo non è immediatamente ovvia, ma può essere descritta per via indiretta sulla base delle proprietà sintattiche e semantiche del testo. [A. Iacona*]

Quando scriviamo testi argomentativi, il più delle volte il nostro scopo non è solo quello di presentare tesi e argomenti, ma anche quello di rendere la lettura piacevole e persuasiva, e, come ha scritto Tim van Gelder:

Ci vuole “un vero maestro di scrittura argomentativa per premiare contemporaneamente il gusto del lettore per la letteratura o l’ intrattenimento, e il [suo] desiderio di comprendere un argomento complesso con chiarezza cristallina”

Spesso, quando scriviamo, ci lasciamo prendere la mano, ci perdiamo nello sviluppare belle immagini, cerchiamo di evitare le ripetizioni, sfruttando tutte le potenzialità che ci dà la lingua (anafore, sinonimi etc.); facciamo digressioni; evitiamo di esplicitare assunzioni e passaggi logici che diamo per scontati, perché le riteniamo evidenti, o per lusingare il lettore, non trattandolo da imbecille, o per non appesantire troppo il testo; usiamo domande retoriche per assumere, con la complicità del lettore, la verità di una proposizione, ecc. . Questo rende la lettura più piacevole, ma troppo spesso rende i nostri ragionamenti più complessi da analizzare e comprendere.

Gli stessi ragionamenti possono essere confusi, per evidente incompetenza di chi scrive, o oggettivamente complessi (con più argomenti, con argomenti che sostengono argomenti e via così complicando), oppure resi complicati per ingannare il destinatario.

E ancora, la presentazione dell’argomento nel testo in prosa, spesso, non segue l’ordine “naturale” dell’inferenza, dalle premesse alla conclusione: qualche volta la conclusione precede le premesse argomementative. Oppure la conclusione viene ripresa in diverse parti del testo con parole diverse (anafore), che possono confondere il lettore inesperto, il quale può pensare si tratti di conclusioni diverse.

In genere, in un testo argomentativo ben scritto (cioè finalizzato all’obiettivo di proporre un posizione e di giustificarla con argomenti adeguati) un aiuto viene dai cosiddetti “indicatori” o connettivi logici. Paroline e locuzioni magiche come: perché, dato che, ne consegue che, si conclude che … che indicano la funzione delle proposizioni che seguono.

Ma non sempre i testi argomentativi sono ben scritti, non sempre sono presenti termini e locuzioni logiche e non sempre sono usate in modo appropriato. Spesso al posto dei connettivi, il compito di indicare la funzione logica delle proposizioni è affidata al contesto semantico o ai segni di interpunzione (un esempio per tutti i due punti (:) che, però, qualche volta possono essere fuorvianti). Lo stesso uso di parole come “perché”, per esempio, può essere ambiguo, in quanto in un contesto può indicare un argomento a sostegno, mentre qualche volta può essere usato solo per segnalare una spiegazione.

Le argument maps

Insomma, l’andamento discorsivo di un testo può rendere difficile per la nostra mente seguire ragionamenti complessi che si svolgono per diversi paragrafi o, addirittura, per più pagine di testo. Così come la nostra mente non è fatta per seguire calcoli matematici complessi, così non è nata per seguire ragionamenti tortuosi o complicati.

I diagrammi di ragionamento ci possono aiutare in questa operazione di semplificazione. Le mappe degli argomenti utilizzano colori, linee e forme e la disposizione spaziale per rappresentare la struttura di un argomento e queste informazioni, come rileva Simon Cullen, possono essere trasmesse tramite l’ elaborazione visiva preconscia:

… con la mappa davanti a [voi], non [vi stancherete] a tenere in mente l’ intero argomento. Questo vi libera dal concentrarvi sulle sue parti e di rilevare le assunzioni implicite nelle sue inferenze. Con la mappa davanti a voi, potete dire esattamente dove non siete d’ accordo con l’ argomento.[1]

Un esempio

Uno degli esercizi di analisi che svolgiamo con i miei studenti ha come oggetto la Lettera a don Benedetto Castelli, una delle più note “Lettere copernicane”.

Il contesto. Nel dicembre 1613 Castelli scrisse a Galileo di aver partecipato due giorni prima ad un pranzo granducale, presenti Cosimo II, la moglie Maria Maddalena d’Austria, la granduchessa madre Cristina di Lorena ed altri.

Alcuni giorni dopo, Galileo srive una lettera al Castelli in cui affronta il tema del rapporto tra Sacre Scritture e Scienza e quello della compatibilità della teoria copernicana con le Scritture, che erano stati oggetto della conversazione.

E’ una lettera in cui Galilei dispiega tutta la sua capacità retorica, la sua vis polemica e tutta la sua arguzia.

Dalla Retorica alla Logica

Galilei, oltre ad essere un grande scienziato, è anche un grande scrittore, lo sappiamo. E nelle Lettere copernicane oltre allo scienziato, traspare l’uomo Galilei: un “toscanaccio” superbo e iroso, apparentemente sussiegoso e rispettoso verso l’ Autorità, ma, in realtà, consapevole della sua superiorità di scienziato nelle questioni naturali; e con il gusto di prendere per i fondelli gli avversari, ignoranti e presuntuosi, usando le loro stesse armi: non le “sensate esperienze e le certe dimostrazioni”, ma l’argomentazione retorica.

La lettera inizia con un preambolo (Exordium) in cui, Galilei presenta il contesto argomentativo. Dico subito che non ci soffermeremo sull’analisi reorica del testo***, a noi in questa sede interessa l’ossatura logica del testo.

Molto reverendo Padre e Signor mio Osservandissimo,

Ieri mi fu a trovare il Sig. Niccolò Arrighetti, il quale mi dette ragguaglio della P. V.: ond’io presi diletto infinito nel sentir quello di che io non dubitavo punto, ciò è della satisfazion grande che ella dava a tutto cotesto Studio, tanto a i sopraintendenti di esso quanto a gli stessi lettori e a gli scolari di tutte le nazioni: il qual applauso non aveva contro di lei accresciuto il numero de gli emoli, come suole avvenir tra quelli che sono simili d’esercizio, ma più presto l’aveva ristretto a pochissimi; e questi pochi dovranno essi ancora quietarsi, se non vorranno che tale emulazione, che suole anco tal volta meritar titolo di virtù, degeneri e cangi nome in affetto biasimevole e dannoso finalmente più a quelli che se ne vestono che a nissun altro. Ma il sigillo di tutto il mio gusto fu il sentirgli raccontar i ragionamenti ch’ella ebbe occasione, mercé della somma benignità di coteste Altezze Serenissime, di promuovere alla tavola loro e di continuar poi in camera di Madama Serenissima, presenti pure il Gran Duca e la Serenissima Arciduchessa , e gl’Illustrissimi ed Eccellentissimi Signori D. Antonio e D. Paolo Giordano ed alcuni di cotesti molto eccellenti flosofi. E che maggior favore può ella desiderare, che il veder Loro Altezze medesime prender satisizione di discorrer seco, di promuovergli dubbii, di ascoltarne le soluzioni, e finalmente di restar appagate delle risposte della Paternità Vostra?

Dopo l’Exordium la lettera prosegue con la presentazione dell’argomento, che viene diviso (Divisio) in due parti:

I particolari che ella disse, referitimi dal Sig. Arrighetti, mi hanno dato occasione di tornar a considerare alcune cose in generale circa ‘l portar la Scrittura Sacra in dispute di conclusioni naturali ed alcun’altre in particolare sopra ‘l luogo di Giosuè, propostoli, in contradizione della mobilità della Terra e stabilità del Sole, dalla Gran Duchessa Madre, con qualche replica della Serenissima Arciduchessa.

Da questo punto in poi inizia l’esposizione (Narratio) dell’argomentazione di Galilei riguardo alla prima delle questioni: se sia corretto “ ‘l portar la Scrittura Sacra in dispute di conclusioni naturali”.

Ecco il primo passaggio del ragionamento di Galilei, in cui ho evidenziato i pochi indicatori :

Quanto alla prima domanda generica di Madama Serenissima, parmi che prudentissimamente fusse proposto da quella e conceduto e stabilito dalla P. V., non poter mai la Scrittura Sacra mentire o errare, ma essere i suoi decreti d’assoluta ed inviolabile verità. Solo avrei aggiunto, che, se bene la Scrittura non può errare, potrebbe nondimeno talvolta errare alcuno de’ suoi interpreti ed espositori, in varii modi: tra i quali uno sarebbe gravissimo e frequentissimo, quando volessero fermarsi sempre nel puro significato delle parole, perché così vi apparirebbono non solo diverse contradizioni, ma gravi eresie e bestemmie ancora; poi che sarebbe necessario dare a Iddio e piedi e mani e occhi, e non meno affetti corporali e umani, come d’ira, di pentimento, d’odio, e anco talvolta l’obblivione delle cose passate e l’ignoranza delle future. Onde, sì come nella Scrittura si trovano molte proposizioni le quali, quanto al nudo senso delle parole, hanno aspetto diverso dal vero, ma son poste in cotal guisa per accomodarsi alI’incapacità del vulgo, così per quei pochi che meritano d’esser separati dalla plebe è necessario che i saggi espositori produchino i veri sensi, e n’additino le ragioni particolari per che siano sotto cotali parole stati profferiti.

Il passaggio argomentativo è volto a provare che le Scritture hanno bisogno di essere correttamente interpretate, e che non bisogna commettere l’errore “gravissimo e frequentissimo” di intepretarle in modo letterale, perchè ne deriverebbero “contraddizioni, eresie e bestemmie”. In realtà, il ragionamento si conclude con un’esortazione ai “saggi espositori” perché “produchino i veri sensi” delle proposizioni incriminate e spieghino perchè sono state così espresse. La conclusione “vera” del ragionamento la troviamo nel capoverso successivo: “Stante, dunque, che la Scrittura in molti luoghi è non solamente capace, ma necessariamente bisognosa d’esposizioni diverse dall’apparente significato delle parole …”, e fa da premessa del successivo passaggio argomentativo. Per ragioni di chiarezza la riportiamo nello schema del nostro ragionamento, mentre da questo espungiamo la conclusione parziale sui “saggi espositori”, , che ci dice molto su cosa Galilei pensasse dell’istruzione del “volgo”, ma che non è rilevante per il ragionamento complessivo.

Il “succo” logico del ragionamento del Galilei, epurato dalla forma retorica, è questo:

La conclusione appena raggiunta diventa la premessa del successivo passaggio argomentativo:

Stante, dunque, che la Scrittura in molti luoghi è non solamente capace, ma necessariamente bisognosa d’esposizioni diverse dall’apparente significato delle parole, mi par che nelle dispute naturali ella doverebbe esser riserbata nell’ultimo luogo: perché, procedendo di pari dal Verbo divino la Scrittura Sacra e la natura, quella come dettatura dello Spirito Santo, e questa come osservantissima esecutrice de gli ordini di Dio; ed essendo, di più, convenuto nelle Scritture, per accomodarsi all’intendimento dell’universale, dir molte cose diverse, in aspetto e quanto al significato delle parole, dal vero assoluto; ma, all’incontro, essendo la natura inesorabile e immutabile e nulla curante che le sue recondite ragioni e modi d’operare sieno o non sieno esposti alla capacità de gli uomini, per lo che ella non trasgredisce mai i termini delle leggi imposteli; pare che quello de gli effetti naturali che o la sensata esperienza ci pone innanzi a gli occhi o le necessarie dimostrazioni ci concludono, non debba in conto alcuno esser revocato in dubbio per luoghi della Scrittura ch’avesser nelle parole diverso sembiante, poi che non ogni detto della Scrittura è legato a obblighi così severi com’ogni effetto di natura. Anzi, se per questo solo rispetto, d’accomodarsi alla capacità de’ popoli rozzi e indisciplinati, non s’è astenuta la Scrittura d’adombrare de’ suoi principalissimi dogmi, attribuendo sino all’istesso Dio condizioni lontanissime e contrarie alla sua essenza, chi vorrà asseverantemente sostenere che ella, posto da banda cotal rispetto, nel parlare anco incidentemente di Terra o di Sole o d’altra creatura, abbia eletto di contenersi con tutto rigore dentro a i limitati e ristretti significati delle parole? E massime pronunziando di esse creature cose lontanissime dal primario instituto di esse Sacre Lettere, anzi cose tali, che, dette e portate con verità nuda e scoperta, avrebbon più presto danneggiata l’intenzion primaria, rendendo il vulgo più contumace alle persuasioni de gli articoli concernenti alla salute

E’ un passaggio cruciale nell’argomentazione di Galileo. L’andamento del ragionamento è reso complesso dai pochi indicatori, dal rimando ad altri passaggi già stabiliti, espressi con altre parole (anafore) e dalla batteria di domande retoriche (che nascondono tre argomenti a fortiori), che danno forza retorica all’incalzare argomentativo, ma che rendono più faticoso seguire il ragionamento di Galilei.

Il diagramma del ragionamento rende in modo esplicito tutti i passaggi ed esplicita il “senso” delle diverse asserzioni:

Nel passaggio successivo, Galilei, più che sviluppare l’argomentazione a sostegno della sua Tesi principale, introduce una sotto tesi, che deriva dalle considerazioni fin qui fatte, e che viene supportata con alcune nuove considerazioni (che molto dicono su ciò che Galilei pensava del progresso delle scienze della natura) e che si traforma in un consiglio di prudenza per la Chiesa:

Stante questo, ed essendo di più manifesto che due verità non posson mai contrariarsi, è ofizio de’ saggi espositori affaticarsi per trovare i veri sensi de’ luoghi sacri, concordanti con quelle conclusioni naturali delle quali prima il senso manifesto o le dimostrazioni necessarie ci avesser resi certi e sicuri. Anzi, essendo, come ho detto, che le Scritture, ben che dettate dallo Spirito Santo, per l’addotte cagioni ammetton in molti luoghi esposizioni lontane dal suono litterale, e, di più, non potendo noi con certezza asserire che tutti gl’interpreti parlino inspirati divinamente, crederei che fusse prudentemente fatto se non si permettesse ad alcuno l’impegnar i luoghi della Scrittura e obbligargli in certo modo a dover sostenere per vere alcune conclusioni naturali, delle quali una volta il senso e le ragioni dimostrative e necessarie ci potessero manifestare il contrario. E chi vuol por termine a gli umani ingegni? chi vorrà asserire, già essersi saputo tutto quello che è al mondo di scibile? E per questo, oltre a gli articoli concernenti alla salute ed allo stabilimento della Fede, contro la fermezza de’ quali non è pericolo alcuno che possa insurger mai dottrina valida ed efficace, sarebbe forse ottimo consiglio il non ne aggiunger altri senza necessità: e se così è, quanto maggior disordine sarebbe l’aggiugnerli a richiesta di persone, le quali, oltre che noi ignoriamo se parlino inspirate da celeste virtù, chiaramente vediamo ch’elleno son del tutto ignude di quella intelligenza che sarebbe necessaria non dirò a redarguire, ma a capire, le dimostrazioni con le quali le acutissime scienze procedono nel confermare alcune lor conclusioni?

Anche in questo passo, pochi gli indicatori, molte le domande retoriche. In un caso, un argomento a sostegno di 1A-d (fig. sotto), il 2A-b, viene introdotto molto dopo rispetto al primo. Il succo logico è questo:

Nel passaggio successivo, Galilei torna all’argomentazione principale, portando un nuovo argomento:

Io crederei che l’autorità delle Sacre Lettere avesse avuto solamente la mira a persuader a gli uomini quegli articoli e proposizioni, che, sendo necessarie per la salute loro e superando ogni umano discorso, non potevano per altra scienza né per altro mezzo farcisi credibili, che per la bocca dell’istesso Spirito Santo. Ma che quel medesimo Dio che ci ha dotati di sensi, di discorso e d’intelletto, abbia voluto, posponendo l’uso di questi, darci con altro mezzo le notizie che per quelli possiamo conseguire, non penso che sia necessario il crederlo, e massime in quelle scienze delle quali una minima particella e in conclusioni divise se ne legge nella Scrittura; qual appunto è l’astronomia, di cui ve n’è così piccola parte, che non vi si trovano né pur nominati i pianeti, Però se i primi scrittori sacri avessero auto pensiero di persuader al popolo le disposizioni e movimenti de’ corpi celesti, non ne avrebbon trattato così poco, che è come niente in comparazione dell’infinite conclusioni altissime e ammirande che in tale scienza si contengono.

L’argomento sostiene, come è noto, la tesi galileiana per cui le Scritture hanno come scopo indicare agli uomini la via della salvezza, non quella di indicare come “vadia il cielo”, come dirà nella più celebre lettera a Madama Cristina di Lorena. L’uso dei connettivi in questo passo non aiuta la comprensione del testo. Il “Ma” sembrerebbe indicare un argomento coordinato al primo, non un argomento a sostegno di quanto espresso immediatamente prima; mentre, di fatto, è proprio questa la sua funzione. La struttura dell’argomento è la seguente:

La prima parte dell’argomentazione di Galileo ha una Conclusio in cui, con una splendida analogia, accusa gli avversari (oltre che di essere alterati “da proprie passioni e interessi”) di utilizzare una fallacia ad metum: infatti, Galileo paragona la disputa con gli avversari ad un torneo cavalleresco, in cui gli avversari invece di cimentarsi ad armi pari (sul terreno “scientifico”), cercano di atterrire l’avversario, impedendogli così di venire a “contesa”, con “un’arme inevitabile e tremenda, che con la sola vista atterrisce ogni più destro ed esperto campione”: la minaccia di eresia.

Veda dunque la P. V. quanto, s’io non erro, disordinatamente procedino quelli che nelle dispute naturali, e che direttamente non sono de Fide , nella prima fronte costituiscono luoghi della Scrittura, e bene spesso malamente da loro intesi. Ma se questi tali veramente credono d’avere il vero senso di quel luogo particolar della Scrittura, ed in consequenza si tengon sicuri d’avere in mano l’assoluta verità della quistione che intendono di disputare, dichinmi appresso ingenuamente, se loro stimano, gran vantaggio aver colui che in una disputa naturale s’incontra a sostener il vero, vantaggio, dico, sopra l’altro a chi tocca sostener il falso? So che mi risponderanno di sì, e che quello che sostiene la parte vera, potrà aver mille esperienze e mille dimostrazioni necessari; per la parte sua, e che l’altro non può aver se non sofismi paralogismi e fallacie. Ma se loro, contenendosi dentro a’ termini naturali né producendo altr’arme che le filosofiche, sanno d’essere tanto superiori all’avversario, perché, nel venir poi al congresso, por subito mano a un’arme inevitabile e tremenda, che con la sola vista atterrisce ogni più destro ed esperto campione? Ma, s’io devo dir il vero, credo che essi sieno i primi atterriti, e che, sentendosi inabili a potere star forti contro gli assalti dell’avversario, tentino di trovar modo di non se lo lasciar accostare. Ma perché, come ho detto pur ora, quello che ha la parte vera dalla sua, ha gran vantaggio, anzi grandissimo, sopra l’avversario, e perché è impossibile che due verità si contrariino, però non doviamo temer d’assalti che ci venghino fatti da chi si voglia, pur che a noi ancora sia dato campo di parlare e d’essere ascoltati da persone intendenti e non soverchiamente alterate da proprie passioni e interessi.

L’argomento di Galileo può essere schematizzato in questo modo:

Complessivamente lo scheletro logico della prima argomentazione è quello che presentiamo nel diagramma sotto:

Seconda parte

Passo velocemente alla seconda parte della Lettera, quella in cui Galileo in poche mosse ritorce contro i sui avvversari l’accusa di sostenere una teoria, quella copernicana, in contrasto con la lettera del famoso passo di Giosuè:

Quel giorno, quando il Signore diede a Israele la vittoria sugli Amorrei, Giosuè pregò il Signore e gridò alla presenza di tutti gli Israeliti:
‘Sole, fermati su Gabaon!
e tu, luna, sulla valle di Aialon!
Il sole si fermò,
la luna restò immobile,
un popolo si vendicò
dei suoi nemici’.
Questo avvenimento è descritto nel ‘Libro del Giusto’; per quasi un giorno intero il sole restò in alto in cielo, senza avviarsi al tramonto.
Un giorno come quello non c’è mai stato né prima né dopo di allora, quando il Signore ubbidì a un essere umano e combatté al fianco d’Israele.

L’esordio prepara l’argomentazione galileiana e chiarisce la propria posizione: se prendiamo il passo di Giosuè alla lettera, allora esso si accorda benissimo con la teoria copernicana, mentre contraddice il (“mostra manifestamente la falsità e impossibilità” del) sistema aristotelico-tolemaico. Insomma, anche se dovessimo prendere in considerazione le Scritture per stabilire questioni naturali, gli avversari del sistema tolemaico si troverebbero a mal partito:

Posto dunque e conceduto per ora all’avversario, che le parole del testo sacro s’abbino a prender nel senso appunto ch’elle suonano, ciò è che Iddio a’ preghi di Giosuè facesse fermare il Sole e prolungasse il giorno, ond’esso ne conseguì la vittoria; ma richiedendo io ancora, che la medesima determinazione vaglia per me, sì che l’avversario non presumesse di legar me e lasciar sé libero quanto al poter alterare o mutare i significati delle parole; io dico che questo luogo ci mostra manifestamente la falsità e impossibilità del mondano sistema Aristotelico e Tolemaico, e all’incontro benissimo s’accomoda co ‘l Copernicano.

L’ argomentazione di Galilei è un modello di arguzia e mi sembra quasi di vedere Gaileo sorridere sornionamente sotto la barba, mentre prende in giro i suoi avversari.

L’argomentazione si sviluppa in due parti. Nella prima Galilei mostra l’incompatibilità del sistema aristotelico-tolemaico con l’interpretzione letterale del passo di Giosuè, costringendo, con un ragionamento per assurdo, gli avversari in un cul de sac dilemmatico: o prendiamo alla lettera il passo di Giosuè e allora i moti degli astri non sono ordinati come voleva Tolomeo e Aristotele; o occorre alterare il senso del passo di Giosuè e intendere che laddove dice “fermati o Sole” in realtà si riferisse al primo mobile (facendo così sfumare l’accusa contro i copernicani)

Il ragionamento galileiano procede attraverso una batteria di domande retoriche, che hanno la funzione di “costringere” l’ideale avversario a concedere le premesse del suo ragionamento (“è forza rispondere che …”):

E prima, io dimando all’avversario, s’egli sa di quali movimenti si muova il Sole? Se egli lo sa, è forza che e’ risponda, quello muoversi di due movimenti, cioè del movimento annuo da ponente verso levante, e del diurno all’opposito da levante a ponente.

Ond’io, secondariamente, gli domando se questi due movimenti, così diversi e quasi contrarii tra di loro, competono al Sole e sono suoi proprii egualmente? È forza risponder di no, ma che un solo è suo proprio e particolare, ciò è l’annuo, e l’altro non è altramente suo, ma del cielo altissimo, dico del primo mobile, il quale rapisce seco il Sole e gli altri pianeti e la sfera stellata ancora, constringendoli a dar una conversione ‘ntorno alla Terra in 24 ore, con moto, come ho detto, quasi contrario al loro naturale e proprio.

Vengo alla terza interrogazione, e gli domando con quale di questi due movimenti il Sole produca il giorno e la notte, cioè se col suo proprio o pure con quel del primo mobile? È forza rispondere, il giorno e la notte esser effetti del moto del primo mobili e dal moto proprio del Sole depender non il giorno e la notte, ma le stagioni diverse e l’anno stesso. Ora, se il giorno depende non dal moto del Sole ma da quel del primo mobile, chi non vede che per allungare il giorno bisogna fermare il primo mobile, e non il Sole? Anzi, pur chi sarà ch’intenda questi primi elementi d’astronomia e non conosca che, se Dio avesse fermato ‘l moto del Sole, in cambio d’allungar il giorno l’avrebbe scorciato e fatto più breve? perché, essendo ‘l moto del Sole al contrario della conversione diurna, quanto più ‘l Sole si movesse verso oriente, tanto più si verrebbe a ritardar il suo corso all’occidente; e diminuendosi o annullandosi il moto del Sole, in tanto più breve tempo giugnerebbe all’occaso: il qual accidente sensatamente si vede nella Luna, la quale fa le sue conversioni diurne tanto più tarde di quelle del Sole, quanto il suo movimento proprio è più veloce di quel del Sole. Essendo, dunque, assolutamente impossibile nella costituzion di Tolomeo e d’Aristotile fermare il moto del Sole e allungare il giorno, sì come afferma la Scrittura esser accaduto, adunque o bisogna che i movimenti non sieno ordinati come vuol Tolomeo, o bisogna alterar il senso delle parole, e dire che quando la Scrittura dice che Iddio fermò il Sole, voleva dire che fermò ‘l primo mobile, ma che, per accomodarsi alla capacità di quei che sono a fatica idonei a intender il nascere e ‘l tramontar del Sole, ella dicesse al contrario di quel che avrebbe detto parlando a uomini sensati.

Aggiugnesi a questo, che non è credibile ch’Iddio fermasse il Sole solamente, lasciando scorrer l’altre sfere; perché senza necessità nessuna avrebbe alterato e permutato tutto l’ordine, gli aspetti e le disposizioni dell’altre stelle rispett’al Sole, e grandemente perturbato tutto ‘l corso della natura: ma è credibile ch’Egli fermasse tutto ‘l sistema delle celesti sfere, le quali, dopo quel tempo della quiete interposta, ritornassero concordemente alle lor opre senza confusione o alterazion alcuna.

Il ragionamento è complesso e la prosa discorsiva non aiuta. Il diagramma lo rende più chiaro:

In questo modo, Galilei ritorce l’accusa di incompatibilità fra Scritture e teoria copernicana contro i tolemaici, costringendoli a un dilemma: accettare l’intepretazione letterale del passo di Giosuè e rinunciare alla teoria tolemaica o difendere la teoria tolemaica e rinunciare all’interpretazione letterale delle Scritture!

Galileo, quindi, provvede a mostrare come la lettera del passo di Giosuè sia, al contrario, perfettamente compatibile con la teoria copernicana

Ma perché già siamo convenuti, non doversi alterar il senso delle parole del testo, è necessario ricorrere ad altra costituzione delle parti del mondo, e veder se conforme a quella il sentimento nudo delle parole cammina rettamente e senza intoppo, sì come veramente si scorge avvenire.

Avendo io dunque scoperto e necessariamente dimostrato, il globo del Sole rivolgersi in sé stesso, facendo un’intera conversione in un mese lunare in circa, per quel verso appunto che si fanno tutte l’altre conversioni celesti; ed essendo, di più, molto probabile e ragionevole che il Sole, come strumento e ministro massimo della natura, quasi cuor del mondo, dia non solamente, com’egli chiaramente dà, luce, ma il moto ancora a tutti i pianeti che intorno se gli raggirano; se, conforme alla posizion del Copernico, noi attribuirem alla Terra principalmente la conversion diurna; chi non vede che per fermar tutto il sistema, onde, senza punto alterar il restante delle scambievoli relazioni de’ pianeti, solo si prolungasse lo spazio e ‘l tempo della diurna illuminazione, bastò che fosse fermato il Sole, com’appunto suonan le parole del sacro testo? Ecco, dunque, il modo secondo il quale, senza introdur confusione alcuna tra le parti del mondo e senza alterazion delle parole della Scrittura, si può, col fermar il Sole, allungar il giorno in Terra.

Non devo essere certamente io a sottolineare la complessità del passo galileiano, per la ricchezza di incisi, la cui funzione logica è di difficile lettura (“come strumento e ministro massimo della natura, quasi cuor del mondo, dia non solamente, com’egli chiaramente dà, luce”), e per la consueta poca presenza di connettivi logici.

Ecco la mappa del ragionamento:

Il diagramma oltre a rendere in modo chiaro il ragionamento galileiano, mostra con tutta evidenza i trucchi da prestigiatore di Galilei, il quale fa passare come scontati, assunti che gli avversari avrebbero potuto non concedere, come quelli che troviamo in 2A-a, 2A-b (che, candidamente, Galilei riconosce essere solo un fatto “probabile e ragionevole”) e 2A-c che afferma la mobilità della Terra attorno al proprio asse, riconducendola a Copernico e che era proprio parte dell’ipotesi eliocentrica contestata dai suoi avversari.

A giustificazione di Galileo va detto che, probabilmente, egli aveva inventato questo argomento più per imbarazzare i suoi avversari, che per sostenere la verità dell’ipotesi eliocentrica sulla base del passo scritturale; verità che, come traspare in altre parti della lettera, per Galilei doveva essere sostenuta su basi empiriche (malgrado l’uso di argomenti metafisici in 3B-a, 3C-a e 3D-a) piuttosto che su passi delle Scritture.

La lettera si conclude sbrigativamente:

Ho scritto più assai che non comportano le mie indisposizioni: però finisco, con offerirmegli servitore, e gli bacio le mani, pregandogli da N. S. le buone feste e ogni felicità.

Conclusione

Possiamo immaginare la mappatura di un’argomentazione come una raccolta di dati e informazioni da un testo argomentativo. Dopo di che inizia il lavoro di analisi che deve portare a comprendere la natura dei diversi schemi argomentativi usati, la pertinenza e rilevanza degli stessi, fino ad arrivare alla correttezza da un punto di vista logico dei diversi argomenti.

Per gli studenti l’analisi logico-argomentativa si conclude con una relazione di analisi. Per avere un’idea concreta di ciò che i ragazzi producono alla fine di un lavoro come questo, vi propongo la Relazione di analisi di una mia studentessa di una classe quarta.

Ora, e concludo veramente, scambieremmo mai la bella prosa di Galilei con un’arida mappa argomentativa? Mai e giammai! Ma quando il gusto e il diletto devono fare posto alla valutazione obiettiva, alla ricerca della verità o alla ricerca della migliore decisione possibile, allora è il caso di spogliare il re dei suoi magnifici vestiti ed orpelli e vederlo nella sua nuda fisicità: brutto, magari, ma vero!


*Iacona Andrea, L’Argomentazione, Torino 2005

**In INQUIRY: Critical thinking across the disciplines, Vol. 27, NO. 3, PP. 16 –28

***Per un’interessante analisi retorica della lettera rimando ad uno studio di Andrea Battistini, Scienza e retorica. L’esempio di Galileo, in Altieri Biagi M.L. (a cura di), Come si legge un testo. Da Dante a Montale, Milano 1989, pp. 89–100


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