To flip or not to flip?

In risposta a due articoli critici sulla Flipped classroom

Io non sono particolarmente vicino (ormai dovrebbe essersi capito) alle posizioni dei fondamentalisti della Flipped classroom; così come sono fortemente dubbioso sulla “deriva modaiola” (legittimata istituzionalmente anche dal Ministero) che ha preso la FC. Ne ho parlato in altri post e non ci tornerò su.

Tuttavia, confesso di essere infastidito dal disprezzo canzonatorio di certi insegnanti-intellettuali, che irridono con superficiale, quanto altezzosa ignoranza di una strategia didattica, i docenti che praticano e diffondono quella stessa strategia.

Mi riferisco, in particolare a due articoli che sono capitati alla mia attenzione (grazie, ancora una volta, ad E. Onori) pubblicati negli ultimi mesi sul sito “laletteraturaenoi.com”, uno di quei siti con la puzza sotto il naso, per docenti che amano autorappresentarsi come “intellettuali dell’insegnamento”, di contro a noantri, plebaglia docente!

Il primo di Emanuela Annaloro, dal titolo “Classi capovolte. Un libro e alcune domande”, pubblicato a Febbraio; e il secondo, più recente, di Rossella Latempa, dal titolo “L’insegnante capovolto: anatomia del suo successo”.

Si tratta di due articoli diversi per contenuto e tono. Il primo prende l’abbrivio dal libro di Maglioni e Biscaro, per poi svolgere una critica serrata alla strategia proposta dai due autori. Il secondo è una disamina critica della strategia FC, svolta con un tono canzonatorio e, qualche volta, paternalistico, che ho trovato francamente insopportabile!

Non entro nel merito delle critiche mosse, nel primo dei due articoli, a Maglioni e Biscaro (i quali sapranno ben difendersi da soli), quanto sulle critiche mosse alla strategia, che dalle autrici è (mi pare si evinca dal contenuto dei loro articoli) conosciuta per sentito dire o per averne letto qua e là.

Nella prima parte del primo dei due articoli l’autrice critica il ricorso “necessariamente sistematico” a materiali video non autoprodotti.

È … oneroso preparare per ciascuna lezione tenuta in classe altrettanti video di presentazione dei contenuti proposti. Credo che sia ragionevole affermare che se per un’ora di lezione accurata un docente esperto impiega circa venti/tenta minuti di preparazione a casa, per la preparazione di una lezione capovolta è necessario almeno il doppio, se non il triplo, del tempo; dato che non è sufficiente pianificare la lezione e predisporre il materiale, ma è necessario svolgerlo per esteso e caricarlo su un supporto informatico. … è inverosimile poter preparare il materiale che occorre per tutte le lezioni di ciascuna classe in modo personale e calibrato per ciascun contesto.

L’autrice fa un ragionamento ardito che, forse, facendo un laboratorio di Logica (nel tempo ritrovato), si poteva evitare: per progettare, realizzare, mettere in Rete un video ci vuole molto più tempo che preparare una lezione frontale; è inverosimile che lo si possa fare; dunque, è impossibile farlo (e quindi non si può fare a meno di ricorrere ai video di altri). Ebbene, vera la premessa minore, discutibile la maggiore, falsa la conclusione.

Non è impossibile, perchè io l’ho fatto! Nel primo anno di Flipped classroom, per le mie classi, fra registrazioni a casa e registrazioni in aula, ho preparato e messo sulla piattaforma di classe circa un centinaio di video lezioni. Complicato, faticoso, ma non impossibile!

E ancora.

Sappiamo che dell’insegnamento è riproducibile soltanto l’aspetto informativo, mai la situazione concreta e il contenuto educativo, tanto che, anche quando lavoriamo in classi parallele, i nostri piani di lavoro finiscono sempre per essere svolti in modo diverso. L’orizzonte dello studente è sempre inscritto nella lezione del docente. Ed è bene che sia così perché la relazione umana è la base di ogni apprendimento e insegnare non è soltanto comunicare informazioni.

“L’orizzonte dello studente è sempre inscritto nella lezione del docente.”

Poesia pura! Ma di quale “orizzonte” stiamo parlando quando perdiamo ore e ore a passare, triturandole, per renderle il più digeribili possibili, nient’altro che informazioni? Certo, non tutto è passaggio di informazioni, e allora?

Per usare la forma della domanda retorica che piace tanto all’autrice: lasciare la parte informativa alle video lezioni non è un modo per rendere l’ora di lezione più interessante, discutendo con gli studenti sul senso, sul significato, sui retroscena, o quello che si vuole? Chi, cosa, come, dove, e il quando non possono essere studiate in autonomia dallo studente, attraverso una video lezione? E non è possibile, per esempio, dedicare la lezione in presenza al perché? Per non andare al di là della mia esperienza: nelle ore recuperate dalle lezioni “frontali” dedico spazio ad attività dedicate agli approfondimenti, alla lettura di documenti e fonti originali, all’analisi logica e argomentativa a progetti multidisciplinari, alla produzione di materiali multimediali, etc.

L’insegnante-intellettuale

Un secondo elemento … riguarda il senso stesso della nostra “presenza” in aula. Il “docente capovolto” sta in classe assumendo prevalentemente il ruolo di “facilitatore” degli apprendimenti e invece affida a un video (come già detto preso da internet nella maggioranza dei casi) il compito di attivare l’interesse, la curiosità, la passione per lo studio. Ma non è questa una forma piuttosto ingenua di rinuncia ad assumere un ruolo da intellettuali (oso dirlo) all’interno della nostra tradizione culturale? … E infine, smorzare la nostra presenza in quanto autori di un discorso culturale non è anche una forma di deresponsabilizzazione verso gli alunni stessi, innanzi ai quali ci poniamo sempre meno come modelli di pensiero e di azione da prendere ad esempio? … Insomma, che fine fanno nella didattica capovolta la voce e la presenza del maestro? Il docente capovolto è un docente stravolto? … Nella didattica capovolta l’insegnante non è più un intellettuale.

Torna l’idea del “maestro”, dell’insegnante-intellettuale che magari si parla addosso. Ne avevo uno così al Liceo. Un insegnante di Filosofia che metteva davanti a sè, sulla cattedra, l’orologio, e poi iniziava a parlare di Platone, Aristotele o non so chi, senza mai alzare la testa dai suoi appunti, senza mai guardarci negli occhi per vedere, non dico se lo stavamo seguendo, ma se eravamo ancora in classe. Si badi: ottimo intellettuale, teneva le sue lezioni-conferenza di filosofia su Radio 2!

I video di 10 minuti disabituano al ragionare complesso

Altro argomento: i video di 10 minuti disabituerebbero “i ragazzi ad ascoltare e seguire discorsi complessi e quindi ad articolare ragionamenti elaborati a loro volta”. Immagino che subire passivamente 50 minuti di lezione frontale, invece, produca degli abili ragionatori! Per dirla con Totò: Ma mi faccia il piacere!

Dopo altre amenità su nativi digitali e “ alunni passati (di una scuola professionale) e presenti (di un liceo artistico) [che] sono in grado di ascoltare trenta minuti di spiegazione interattiva, di rivolgere domande sensate, di riflettere su quello che dico e di farmi riflettere su quello che dicono”, l’autrice dell’articolo conclude che la FC prefigura una scuola che vorrebbe

insegnanti come gangli passivi all’interno di una catena di distribuzione delle conoscenze, la riduzione degli studenti a fruitori digitali incapaci di ascolto profondo e di rielaborazione autonoma… un’idea di scuola — ma la scuola è allegoria del mondo di domani — come spazio inerte, come colonia di mode e di soluzioni già pronte per l’uso; una visione di scuola, in conclusione, come fucina di consumatori passivi.

Francamente, non si capisce di che sta parlando. Ma, naturalmente, posso sbagliarmi.

L’argomento dell’uomo di paglia

Una delle fallacie più note è quella del cosiddetto argomento dell’uomo di paglia (o argomento fantoccio): si fa dire al proprio antagonista qualcosa che è facilmente attaccabile o assurdo e poi lo si attacca!

È quello che fa l’autrice del secondo articolo. È un articolo dal tono canzonatorio ( “ I docenti fondatori dell’associazione, FlipNet o il prof. G. Cecchinato, che ne rappresenta uno dei riferimenti in ambito universitario, amano esordire, nei loro interventi, affermando che la flipped classroom nasce “dal basso”, quasi come un’esigenza tellurica di cambiamento.”; il docente flippato Novello Freinet, crede fermamente che per sviluppare competenze significative e per raggiungere anche gli ultimi studenti — i Gianni più nascosti e refrattari, non solo i Pierini dei primi banchi — sia necessario ribaltare il setting scolastico, disarticolarlo.”) e che rivela ignoranza della strategia e presunzione insieme.

L’articolo prende lo spunto dal titolo del prossimo convegno dell’associazione Flipnet, “Chi ama la scuola la ribalta”, per ridicolizzare le pretese della FC.

L’autrice gioca sul rapporto fra il modo in cui gli entusiati della Flipped rappresentano se stessi e le loro classi capovolte e la realtà. Insomma, gli insegnanti “flippati” amerebbero rappresentare se stessi e le loro classi in un modo che non ha niente di realistico.

L’autrice parte dall‘atmosfera irenica che nella rappresentazione dell’insegnante flippato regnerebbe nella classe come laboratorio permanente, per affermare che la realtà è ben altra:

Sappiamo tutti che la realtà è fatta di classi numerose ed eterogenee, aule spoglie, spesso piccole e poco attrezzate, lezioni che durano -in media-50 minuti ciascuna.

Realtà magari “vera”, che, però, a ben vedere, non c’entra nulla con la realizzabilità o meno di forme di didattica laboratoriale.

Le attività svolte? Cose ridicole:

Quante volte il tempo delle “attività” in classe non viene, in realtà, impiegato per ripetere i contenuti dei video? Come evitare il rischio di non banalizzare i compiti da svolgere per garantire la partecipazione anche dei più reticenti? Come non cadere nella trappola della “messa in scena” motivazionale che prende il sopravvento sulla sostanza?

Insomma, ma che ci venite a raccontare? Questa è la realtà vera!

E ancora:

Che non si possa essere competenti in una disciplina senza conoscerla è evidente. Dunque la maestria dell’insegnante capovolto deve consistere nel garantire contenuti in video semplici e chiari, ma sufficientemente approfonditi e mai banali. L’attività in classe, “cuore” del metodo capovolto, è indubbiamente connessa alla qualità dell’intervento video. Sottovalutare questo nesso e trascurare la cura del materiale preparatorio, apre, ancora una volta, le porte al riduzionismo e alla semplificazione. Come evitare l’effetto puntinismo o serie tv dell’insieme dei contenuti forniti? Difficile, in un video, trovare il tempo di un’introduzione, di un bilancio/revisione delle conoscenze passate, di una contestualizzazione storica. Elementi spesso imprevedibili ma possibili in un dialogo in carne ed ossa, magari sullo spunto di interventi estemporanei. Come evitare il rischio, nei pochi minuti registrati, di non giustificare a fondo lo statuto di alcuni concetti, di non dimostrare o precisare connessioni e relazioni, di ridurre la gamma di esempi e alternative presentate? Insomma, siamo sicuri di poter accedere a saperi profondi con contenuti “di massima”? Davvero l’attività in classe è così generativa da permettere anche l’acquisizione di competenze “alte” e non solo sommaria — ma coinvolgente- scolarizzazione?

La batteria di domande retoriche (sembra un vizio/vezzo comune per chi scrive in questo sito!) serve a far passare l’idea che tutto questo non è possibile, e che al più la FC offre una “conoscenza in pillole” e niente “competenze significative”. D’altra parte, come le lezioni frontali tradizionali possano permettere “l’acquisizione di competenze alteè un mistero glorioso, che dall’autrice viene assunto e non dimostrato.

Da “faccia a faccia” a “fianco a fianco”. Niente interrogazioni, lezioni frontali, niente noia”. In una classe capovolta si respira positività, si rivoluziona la relazione con gli allievi. In realtà, non c’è nessun legame sistematico tra organizzazione dell’insegnamento e relazione studente/docente. Il lavoro in gruppo o la realizzazione di un progetto non inducono, per loro natura, una migliore attenzione alle difficoltà individuali. Passare dal “faccia a faccia” al “fianco a fianco” non garantisce l’efficacia dell’intervento. La sollecitudine e la positività delle relazioni — doveri etici e condizioni favorevoli per l’apprendimento — non rappresentano di per sé elementi di miglioramento del sistema educativo. Di sicuro non possono sostituirsi a quello che resta il vettore fondamentale di accesso al sapere e alla cultura comune: la qualità didattica e pedagogica dei docenti nell’insegnamento della propria disciplina. Quel desiderio che ogni buon insegnante conserva: continuare ad approfondire e studiare, nel quadro di un progetto ”a lungo termine”, che non necessariamente produca “evidenze” ben visibili per poter essere apprezzato. Quel metabolismo lento di chi ha fiducia nella conoscenza.

“Quel desiderio che ogni buon insegnante conserva: continuare ad approfondire e studiare, nel quadro di un progetto ”a lungo termine”, che non necessariamente produca “evidenze” ben visibili per poter essere apprezzato. Quel metabolismo lento di chi ha fiducia nella conoscenza.” Pura poesia!

Sembra di sentire i professori di una volta che contestati dai loro studenti sessantottini urlavano: Voi non lo capite ora, protestate, vi annoiate, ma un giorno ….!

La scoperta: da collettiva a individuale. Utilizzare le risorse del digitale per liberare tempo per la “vera attività” in classe. Questo, teoricamente, il principio vincente del metodo. Ciò rinvia a casa tutta la parte di scoperta della conoscenza, elemento da non sottovalutare dal punto di vista cognitivo e didattico. La parola dell’insegnante davanti alla comunità in qualche modo “istituisce” anche un certo “rapporto” con la disciplina, non si limita a trasmetterla. La parola e il richiamo di uno sguardo “vivo”, fecondano il pensare dello studente. Non bisogna sottovalutare l’importanza di un “impegno” pronunciato a voce alta davanti agli studenti, la consistenza di scelte linguistiche condivise, la tensione al problematizzare autentico (questo si! e mediato dall’adulto) che un dialogo incalzante, fisico possono suscitare. Sentimenti non demodé, ma attualissimi: una “corazza” contro l’isolamento della connessione perpetua e la frantumazione delle relazioni.

Poesia, sempre poesia! Che cavolo vuol dire che “ ciò rinvia a casa tutta la parte di scoperta della conoscenza”? Ma di che scoperta stiamo cianciando? E quali scoperte fanno i nostri studenti con le tradizionali lezioni frontali? Se i docenti flippati amano dare una rappresentazione irrealistica del loro stare in classe, non mi pare che i teorici del potere taumaturgico della lezione frontale vadano più lontano!

Insomma, conclude la nostra autrice, cari docenti flippati, o in via di farlo, siate sani e schietti e ammettete “che, in tanti casi, la videolezione è solo un bel “condensato” di contenuti minimi; che, in tanti casi, l’attività cooperativa non è che la trasposizione dei vecchi “compiti per casa”, da fare in classe in briosa compagnia; che, in tanti casi, se si prende sul serio il voler “realizzare un prodotto significativo”, non ci si può raccontare che quelli proposti (nelle condizioni di lavoro reali) lo siano.”

L’articolo si conclude con un invito ad abbandonare la “chimera di una trasformazione strutturale o metodologica radicale e miracolosa”, affidandosi a cosa?

“…. [a] un impegno spesso invisibile, una progressione continua e laboriosa. Una costruzione collettiva di competenze professionali senza entusiasmi provvisori o echi multimediali, una diversità libera e responsabile di interventi e di riflessioni.”

Senza parole! A parte il tono canzonatorio, le critiche si basano su presunzioni di una docente che, a quanto mi par di capire, non ci ha mai neanche provato. Mi rendo conto che in un articolo ospitato su Letteratura e noi, si debba far poesia, ma non si può far passare un esercizio di stile per critica pedagogica!

Per concludere

Non amo fondamentalismi e integralismi di nessun genere, tanto meno in campo didattico. Come sempre e in tutti i campi, innovatori e conservatori si gurdano in cagnesco, l’un contro l’altro armati di dileggio e facili battute! Guardano le stesse cose e vedono cose diverse, convinti in buona fede di avere Dio e la Verità dalla loro parte.

Io credo che tra lezione frontale e flipped classroom non ci sia un aut aut, ma un et et. Un possibile modo di convivenza è quello che prospettavo in un altro post, dal titolo Lezione frontale o Flipped classroom ? Un falso problema.

Le due strategie non solo possono ma, secondo la mia esperienza, devono convivere. Ce lo chiedono gli stessi studenti! Avrò modo di tornare sull’argomento.


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