Dialogo sulla pena di morte

Seconda parte

https://it.wikipedia.org/wiki/Cesare_Beccaria#/media/File:Cesare_Beccaria_in_Dei_delitti_crop.jpg

Cesare Mi pare che siamo arrivati ad una prima impasse. Andiamo avanti con un’altra questione. Può uno Stato arrogarsi il diritto di togliere la vita ad una persona? Come la mettiamo con il principio del diritto naturale alla vita? Cesare Beccaria sosteneva che un individuo — dal cui accordo con gli altri (contratto sociale) deriva la società politica — non può in alcun modo avere volontariamente ceduto ad altri uomini “l’arbitrio di ucciderlo”. E’ vero, lo Stato nasce nel momento in cui un cittadino, entrando a farne parte, rinuncia ad una porzione della propria libertà, ma in questa rinuncia non può rientrare il massimo dei beni, la vita.

Emanuele E’ il vecchio argomento contrattualistico. Ebbene, tu hai citato il tuo Beccaria ed io ti rispondo con altri due padri della teoria contrattualistica, Locke e Rousseau. Locke ritiene che un cittadino nel momento in cui commette un qualsiasi crimine, perde con ciò i suoi diritti; e la società può e deve punirlo sia perché egli merita (retribuzione) di essere punito, ma anche per difendersi (utilitarismo); e, quello che è più importante, la pena può arrivare fino alla morte. Rousseau, nel Contratto sociale, sostiene che il cittadino nel momento in cui accetta il contratto sociale non si riserva alcun diritto alla vita: “E’ per non essere vittima di un assassinio che si acconsente a morire se tale si diventa”.

C. Sono opinioni autorevoli, ma sempre opinioni. Io sto dalla parte di Beccaria: perché dovrei rinunciare al mio diritto alla vita per ottenere la garanzia di non essere assassinato? E chi mi può dare questa garanzia? Solo la cieca fiducia nell’effetto deterrente che la minaccia di morte può avere, potrebbe spingermi ad un tale passo, ma questo è un punto ancora contestato. Soltanto se mi si proverà con assoluta certezza che tale effetto deterrente esiste realmente, potrò dare una qualche ragione alle convinzioni di Locke e Rousseau.

Io ritengo che uno Stato che mette a morte un cittadino si macchi della stessa colpa che vorrebbe correggere. E’ un argomento di giustizia che ad atti uguali devono essere assegnati gli stessi attributi o le stesse valutazioni.

E. Io credo che tu ti sbagli. Non si possono mettere sullo stesso piano gli atti individuali e gli atti dello Stato. Sarai d’accordo con me che “il tutto viene prima delle parti”, e che quindi la vita dello Stato, dell’intero corpo sociale valga più di (è un bene superiore rispetto a) quella di una delle sue parti. Mi ero scritto questa citazione dalla Summa Theologica di S. Tommaso:

Ogni parte è ordinata al tutto come l’imperfetto al perfetto […] Noi vediamo a causa di ciò che se l’asportazione di un membro giova alla salute dell’intero corpo umano […] è lodevole e salutare sopprimerlo. Ora ogni persona considerata a parte si pone in rapporto alla comunità come la parte rispetto al tutto. Di conseguenza se un uomo costituisce un pericolo per la comunità […] è lodevole e salutare metterlo a morte per salvare il bene comune.

C. Questo richiamo a S. Tommaso e alla veneranda concezione organicistica dello Stato mi stupisce in un laico come te. Comunque, ad essa si può opporre la teoria contrattualistica della Stato che porta a considerare le cose in modo differente: lo Stato non è prima dell’individuo, ma nasce dopo. Non basta, io contesto anche l’uso di luoghi comuni come il luogo della quantità di aristotelica memoria, secondo cui una cosa vale più di un’altra per ragioni quantitative, o quello dell’ordine che afferma la superiorità dell’anteriore sul posteriore. E. Che lo Stato sia superiore all’individuo è indubitabile, lo prova anche l’esistenza (fin qui mi pare non contestata), della dottrina della ragion di stato, che si fonda sul principio che nella condotta dello Stato sono concesse deroghe alle norme generali che valgono per i privati. Ecco allora che non si vede perché allo Stato non debba essere concesso ciò che è normalmente concesso ai cittadini, il diritto, p.e., di legittima difesa. La legittima difesa (insieme allo stato di necessità) è una ragione che può giustificare un reato; ed è un motivo di giustificazione accolto dal diritto penale di tutti i paesi. Ora, uno degli argomenti a favore della pena di morte si fonda proprio sul principio della difesa sociale. Lo Stato ha l’obbligo di difendere la società dai criminali che ne minano la sopravvivenza, così come il singolo individuo ha il diritto di difendere se stesso dalla minaccia alla propria vita.

Questa considerazione mi porta anche a riprendere il tema del diritto alla vita. Il diritto alla vita, come prova il riconoscimento del principio di legittima difesa, non è un diritto assoluto, perché altrimenti non potrebbe essere mai violato, neanche per proteggere la propria vita. Accettare come valido tale principio significa ammettere che un individuo può perdere il diritto alla vita per aver messo a repentaglio la vita di un altro. Ecco che allora non si può condannare la pena capitale basandosi su questo principio.

C. Non sono d’accordo. Per intanto il principio della ragion di stato si giustifica solo quando non vi sono alternative legali per assicurare gli

stessi obiettivi. E, nel nostro caso, occorre valutare se la pena di morte sia l’unico mezzo possibile per raggiungere gli obiettivi che con essa si vogliono raggiungere. La pena di morte è solo una delle possibili pene che uno Stato ha a disposizione per punire un reato ed assicurare la difesa sociale. Qualcuno ha scritto:

Fuori della società civile, se un nemico accanito viene ad attentare ai miei giorni, e, respinto venti volte, ritorna a distruggere il campo che le mie mani hanno coltivato, poiché io non posso che opporre le mie forze individuali alle sue, bisogna che io perisca o che uccida, e la legge della difesa naturale mi giustifica e mi approva. Ma nella società, quando la forza generale è armata contro un solo individuo, qual principio di giustizia può autorizzare a dar la morte? Quale necessità può assolverla? Un vincitore che fa morire i suoi nemici, presi prigionieri è chiamato barbaro! Un uomo che fa sgozzare un bambino, ch’egli può disarmare e punire, parrebbe un mostro! Un accusato che la società condanna non è per essa che un nemico vinto ed impotente; le è dinanzi un uomo adulto, ma più debole di un fanciullo. Così agli occhi della verità e della giustizia, queste scene di morte che essa ordina con tanto d’apparecchio, non sono altro che vili assassinii, che dei delitti solenni, commessi, non dagli individui, ma dalle nazioni intiere, con delle forme legali.

E. Non sarà quello che sto pensando? Certo che potresti sceglierti meglio i tuoi compagni di strada! Citare in difesa dell’abolizione della pena di morte un passo tratto da un discorso all’Assemblea Nazionale di M. de Robespierre, è come citare una perorazione di Hitler a favore degli ebrei.

C. Mi rendo conto che ha un po’ dell’umorismo nero, eppure Robespierre, come ci attesta anche Bobbio, è stato uno dei più efficaci difensori dell’abolizione della pena di morte! Proseguiamo. L’analogia dell’individuo con il “corpo sociale” è discutibile. E’ improprio parlare di diritti riferendosi allo Stato: solo gli individui hanno diritti non le istituzioni.

Per finire, la legittima difesa è riconosciuta come una valida giustificazione per un reato, soltanto nel caso in cui il reo non avesse altre vie d’uscita (come la fuga). E questo non sembra il caso dello Stato. Lo Stato ha una molteplicità di vie alternative (come l’ergastolo) per difendersi e infliggere la pena. Inoltre, com’è stato più

volte rilevato, la pena di morte viene comminata dopo un lungo processo, eseguita a freddo ed in modo premeditato.
 E. Tu dai per scontate troppe cose. La principale è questa: tu sostieni che gli stessi obiettivi (la difesa sociale) lo Stato li può ottenere nello stesso modo con pene alternative, ma come fai a dirlo? Io credo che la pena di morte sia l’unica forma di pena adeguata agli scopi che vogliamo raggiungere: la giusta punizione del reo, la difesa dell’ordine sociale e l’effetto-deterrenza.

Per quanto riguarda la giusta punizione abbiamo già detto. Veniamo alla difesa dell’ordine sociale. Punire un assassino con la morte serve per impedire che una volta rimesso in circolazione quest’individuo possa rifarlo. Le cronache sono piene di casi di omicidi efferati commessi da persone condannate per omicidio e rimesse in libertà per le più svariate ragioni. Eliminare i condannati evita questo rischio. E’ un atto di pulizia sociale: la società sarà migliore senza quest’individuo.

C. Mi chiedo da dove proviene tutta questa rabbia. La tua è una visione sociale terrificante, quella di uno Stato che difende la società da tutti quegli elementi che possono disturbarne l’ordine. Mi chiedo che tipo di Stato possa venirne fuori, anzi lo so già: è lo Stato di Polizia, che tiene d’occhio e punisce anche preventivamente coloro i quali possono turbare in qualche modo l’ordine costituito. Ma chi stabilirà che cosa è bene per la società e quale ordine sia il più adeguato?

Se portiamo con coerenza alle estreme conseguenze la tua tesi, arriveremo a tenere in carcere per tutta la vita chi si sarà macchiato di qualsiasi colpa, ritenuta gravemente dannosa per l’ordine sociale. Se un assassino può essere recidivo, lo potrà essere anche il rapitore, lo stupratore, il ladro e così via. Chi può negare che una società non sarebbe migliore se non ci fossero ladri, assassini, stupratori ecc.?

La paura, la rabbia e la frustrazione sono un mix deleterio per la Ragione. Impediscono di pensare con lucidità, e fanno rincorrere le facili soluzioni, che tali non sono. La morte di un uomo, ormai costretto in galera e quindi non in grado di nuocere, forse diminuisce il nostro senso di frustrazione, ma non elimina in alcun modo il pericolo di rimanere vittima di altri criminali. Salvo che esso non riesca ad avere un’efficacia deterrente.

E. E’ evidente che la paura di perdere la vita sia l’unica minaccia plausibile, talmente grave da impedire che persone ragionevoli, in grado di intendere e volere, commettano un grave reato. Quanto alla rabbia ed alla frustrazione, è vero sono arrabbiato e frustrato, e penso

che siano sentimenti legittimi, in una società impazzita come questa, sempre più preda della piccola e grande criminalità, dell’efferatezza e crudeltà dei delitti, della mancanza di rispetto per la vita delle persone innocenti! Tuttavia, non è vero che sostenere che la società sarà migliore con un criminale in meno, porti per coerenza a simpatizzare per lo Stato di polizia.

C. Ma è possibile che nella tua visione della pena non vi sia nessuno spazio per la possibilità del recupero, della rieducazione, del rimorso e del pentimento?

E. Dammi una sola ragione per la quale dovrei essere interessato al pentimento, al rimorso, alla rieducazione di un assassino? Ha commesso il crimine più grave, ha con ciò perso il diritto al rispetto dei suoi diritti, la società non gli deve più niente. Egli con il suo atto ha rotto il patto che lo legava agli altri cittadini, ha seriamente minato il fondamento della comunità politica, il rispetto dei diritti altrui e, in particolare, del più sacro di tutti, il diritto al rispetto della vita. Perché la società dovrebbe prendersi cura di lui? Cosa ne può venire di buono alla società dalla sua rieducazione, dal suo rimorso o dal suo pentimento? Parlo naturalmente di chi si macchia del più grave dei reati, diverso è il discorso per coloro che si sono macchiati di delitti non gravi, per i quali è utile alla società rieducare in vista di un reinserimento.

C. Io nella tua argomentazione vedo, ancora una volta, soltanto un concentrato di rabbia, di paura e di frustrazione. Il compito dello Stato non è solo quello di garantire la sicurezza dei cittadini, ma è anche quello di garantire una civile e umana convivenza. Una forma di convivenza fondata non solo sul freddo rispetto dei diritti e dei doveri, ma anche sul sentimento di “simpatia”, di altruismo, di benevolenza e di solidarietà nei confronti dell’altro. Non già soltanto perché è bene provare questi sentimenti, ma anche perché è utile alla società. Una società di indifferenti fa paura. L’individuo nell’indifferenza degli altri è solo ad affrontare le sue paure, le sue difficoltà, gli imprevisti della vita. Prendersi cura dell’altro è un valore sociale che va difeso e che lo Stato, in primis, deve tenere sempre alto. Ora, prendersi cura dell’altro significa innanzitutto tenere per sacri il benessere e la vita altrui, e questo comporta il non sacrificarli senza necessità. E questo vale per qualsiasi vita, anche per quella degli assassini!

Io non sono di quelli che ritengono che il diritto alla vita sia un diritto assoluto. Ci sono casi in cui occorre scegliere fra la vita di chi è già e quella di chi sta per nascere; fra la propria vita e quella di un aggressore e via dicendo… Tuttavia, ritengo che nessuna vita debba essere distrutta se non è assolutamente necessario.
 Ebbene è assolutamente necessario sacrificare la vita di un criminale? E se si, quale messaggio dà lo Stato ai suoi cittadini, uccidendo un assassino? Io credo che abbia ragione Beccaria quando parla de:

[…] l’esempio di atrocità che [lo Stato] dà agli uomini, apparendo un assurdo che le leggi che sono l’espressione della pubblica volontà, che detestano e puniscono l’omicidio, ne commettono uno esse medesime, e, per allontanare i cittadini dall’assassinio, ordinino un pubblico assassinio.

Questo è il punto.
E. Non so perché, ma quest’ultimo argomento non mi ha mai convinto. L’imprigionamento non legittima il rapimento, né una multa legittima la rapina. La differenza tra omicidio ed esecuzione o tra il rapimento e l’imprigionamento è che il primo è illegale e immeritato, il secondo una legittima e meritata punizione per un atto illegale. La somiglianza fisica delle due punizioni è irrilevante.
 D’altra parte, se è vero che la vita è il più sacro dei diritti lo è a maggior ragione quella degli innocenti. Non ha forse calpestato proprio il più sacro dei diritti anche il criminale?
 Vedo che su questo punto non c’è possibilità di accordo, ma voglio, per amore di discussione accettare la tua provocazione.
 Mi chiedi se sia proprio necessario uccidere un assassino. Ebbene io ti rispondo di sì. Innanzitutto perché è l’esempio più efficace, è il messaggio più forte che può essere dato ai cittadini: la vita è sacra, chi la viola perde la propria. In secondo luogo, perché è il mezzo più efficace e definitivo per eliminare il pericolo della recidività. In terzo luogo, perché è il solo modo per ripristinare l’ordine violato, secondo quanto diceva anche Hegel; la crudeltà di certi delitti manifesta l’ingresso del Male nel mondo, e il Male deve esserne cacciato fuori negandolo. E ancora, perché è il modo più efficace e più adeguato di rispondere all’esigenza di giustizia dei cittadini e dei familiari delle vittime. Potrei aggiungere che è un mezzo deterrente molto efficace, ma so che è un argomento facilmente contestato dagli abolizionisti e non lo userò. Gli abolizionisti citano statistiche su statistiche per dimostrare che dove la pena di morte è stata abolita il crimine non è aumentato; tuttavia, chi ci assicura che con la pena di morte esso non sarebbe diminuito? Per quante persone abbiano potuto commettere omicidi senza preoccuparsi della pena, noi non sapremo mai quanti sono stati fermati sull’orlo dell’omicidio dalla minaccia della pena di morte. Io, comunque, pur ritenendo che la minaccia della morte sia un ottimo deterrente, sostengo che, anche se non lo fosse, gli altri argomenti che ho citato bastano e avanzano per provare la necessità etica e (questa sì) civile della pena di morte.

C. Innanzitutto, tu fai una distinzione discutibile fra esecuzione legale e meritata ed omicidio illegale e immeritato. Il problema è proprio questo: può uno Stato che voglia essere giusto dare veste di legalità alla messa a morte di un cittadino? Agendo in questo modo, non va contro uno dei suoi compiti fondamentali: la tutela della vita di tutti i suoi cittadini? Soltanto se rispondiamo sì alla prima domanda e no alla seconda, il tuo argomento funziona, altrimenti cadi in una tautologia. Un’esecuzione capitale è sicuramente legale se prevista dalla Legge di uno Stato, ma è meritata soltanto se prima abbiamo convenuto che la pena di morte è una giusta compensazione per il reato che la prevede? Ciò che io sostengo è che la pena di morte in quanto ingiusta è una forma di omicidio legalizzato. Ergo, vale quanto sostiene Beccaria.

Andiamo avanti. Visto che parli di sacralità della vita delle vittime innocenti, come la mettiamo con la vita degli innocenti condannati alla pena di morte? Chi ci assicura che la pena venga comminata ai soli colpevoli? Anzi, la storia giudiziaria degli Stati Uniti riporta molti casi d’innocenti condannati e salvati sull’orlo della sedia elettrica o puniti, malgrado la loro innocenza sia poi risultata evidente. La possibilità se non l’inevitabilità dell’errore umano è un forte argomento contro la pena di morte. La vita di un innocente condannato ingiustamente non è equivalente a quella della vittima di un omicidio?

Certo, si può obiettare che la pena di morte è e deve essere ristretta ai soli casi in cui la colpevolezza sia palese, conclamata, ma, ripeto: quanti sono i casi in cui c’è l’evidenza della colpa? Quante volte la presunta evidenza si è dimostrata non essere tale? E una volta fatto e riconosciuto l’errore come si fa a rimediare se la sentenza è stata eseguita?

Voglio leggerti un’altra citazione da Robespierre su questo argomento che a me piace molto:

Ascoltate la voce della giustizia e della ragione; essa ci grida che i giudizi umani non sono mai abbastanza certi, perché la società possa condannare a morte un uomo condannato da altri uomini soggetti ad errare. Se anche voi aveste immaginato il più perfetto ordinamento giudiziario, se aveste trovati i giudici più integri e più illuminati, sarà sempre possibile un errore, non evitereste assolutamente la prevenzione. Perché impedire il mezzo di riparare? Perché condannate all’impossibilità di tendere una mano soccorritrice all’innocente oppresso? Che importano gli sterili rimpianti, le riparazioni illusorie che voi accordate ad un’ombra vana, ad una cenere insensibile? Essi sono tristi testimonianze della barbara temerità delle vostre leggi penali. Togliere all’uomo la possibilità di espiare il suo malfatto col pentimento o con degli atti di virtù, chiudergli senza pietà il ritorno alla virtù, alla stima di sé stesso, adoperarsi per farlo più presto scendere, per così dire, nel sepolcro ancora tutto avvolto dalla macchia recente del suo delitto, è ai miei occhi una delle più raffinate crudeltà.

C’è di più, l’apparato giudiziario non sempre opera in modo giusto. Lo prova la quantità di gente di colore e di ispanici in attesa nelle celle della morte rispetto ai bianchi. Alcune corti di fronte agli stessi reati non usano lo stesso metro con ispanici, afro-americani e bianchi. Inoltre non tutti i cittadini possono spesso permettersi un’adeguata difesa per gli alti costi degli avvocati. L’imperizia di un avvocato è sempre grave, ma lo è maggiormente in caso di pena capitale.

E. Lasciamo perdere Robespierre, che predicò bene e razzolò molto male! Questo argomento non mi sembra molto sensato: è come se uno giudicasse ingiusto il sistema penale italiano perché la maggioranza delle persone condannate per mafia è di origine siciliana! E’ evidente che nel caso d’ispanici e di afro-americani, si tratta di quelle fasce marginali della società che più delle altre, per le condizioni socio-economiche e l’ambiente in cui si trovano a vivere, sono più portate a delinquere.

Inoltre, che qualche bianco possa farla franca (nel senso di essere condannato alla prigione piuttosto che alla pena capitale) non esclude che chi viene condannato giustamente per omicidio possa meritare la morte.

Che la pena di morte sia maldistribuita tra chi, comunque, la merita, e soggetta a capricci o discriminazioni, è irrilevante ai fini della moralità o giustizia della pena stessa, e non ne giustifica l’abolizione. D’altra parte la maldistribuzione non è connaturata con la sola pena di morte, ma con tutte le forma di pena.

L’eguaglianza di trattamento è meno importante della giustizia e la giustizia è indipendente dalla distribuzione ineguale. La Giustizia richiede soltanto che siano puniti quanti più colpevoli sia possibile, senza badare se altri hanno evitato la punizione.

Per quanto riguarda l’argomento della fallibilità dei giudici, contro di esso l’unica cosa che si può dire è che il gioco vale la candela; il rischio di mandare a morte un innocente vale la posta in gioco: la giustizia complessiva o la sicurezza sociale.

C. Ma tutto il sistema giuridico dello Stato di diritto non è fondato intorno al principio che è peggio un innocente in galera che un colpevole in libertà?

E. Qui stiamo parlando di un potenziale assassino.

C. Le garanzie di legge valgono sempre, anche nei processi per omicidio: negli Stati Uniti bisogna arrivare ad un verdetto di colpevolezza votato all’unanimità, ogni altro caso è a favore dell’imputato.

E. Bene, questo testimonia che il sistema penale di uno Stato di diritto garantisce il più possibile anche gli accusati di omicidio.
 C. Ciò non toglie che errori non solo siano possibili, ma ci siano anche stati (pensa al caso di Sacco e Vanzetti)!

Comunque, mi pare di capire che tu non sia molto sensibile a quest’argomento, perciò continuiamo con gli altri.
 Tu affermi che la pena capitale è importante per il messaggio che dà alla società: la vita è inviolabile. A me pare il tipico argomento che commette l’errore di autofagia. Chi uccide per far comprendere che non si deve uccidere è in contraddizione con se stesso, né più né meno che il padre che picchia il figlio per fargli entrare in testa che non deve picchiare i suoi compagni di scuola!

Il secondo argomento, che la morte dell’assassino evita il pericolo che una volta fuori possa rifarlo, a me pare molto debole. L’ergastolo o il carcere a vita sono mezzi che permettono di raggiungere lo stesso fine, ed in più sono rimediabili in caso di errore giudiziario.

Il terzo argomento, mi lascia perplesso. Gli abolizionisti potrebbero opporre che rispondere al Male con il Male aumenta piuttosto che annullare la quantità del Male esistente! Non è più adeguato negare il Male con il Bene, non scendendo allo stesso livello del criminale, dandogli la possibilità di vivere con la propria colpa, di aver modo di meditare sul male fatto?

Io, più prosaicamente, affermo che il male (con la minuscola) esiste perché esiste l’uomo, essere imperfetto, soggetto a vizi, tentazioni, ed istinti malvagi. Tutte cose da contenere, cui porre riparo, ma che non possono essere esorcizzate eliminando l’agente occasionale: uccidere tutti gli assassini in atto (se anche fosse possibile) non eliminerà tutti gli assassini potenziali e futuri.
 Prima di affrontare il quarto argomento voglio brevemente soffermarmi sull’effetto-deterrenza. Tu stesso ammetti che è un argomento controverso e controvertibile; veramente i dati che abbiamo a disposizione sembrerebbero attestare la non efficacia della pena capitale come deterrente. D’altra parte, più che provare la deterrenza della pena capitale, la questione vera è stabilire se l’imprigionamento a vita non abbia un uguale o maggiore effetto deterrente. Se così fosse, una società civile dovrebbe scegliere la pena meno crudele. Il punto vero è che chi si nasconde dietro la deterrenza, lo fa per non ammettere che, in realtà, ciò che non gli va giù è che un assassino possa non essere punito adeguatamente, con la perdita della vita. E questo ci porta all’ultimo argomento. Tu sostieni che la pena capitale è quella che meglio risponde all’esigenza di giustizia e di riparazione dei cittadini e dei familiari delle vittime. Non sono del tutto convinto. Anche negli Stati Uniti ci sono stati casi di familiari di vittime di gravi crimini che si sono pronunciati contro la pena di morte. E nei paesi in cui la pena di morte non vige, non mi sembra che i cittadini e i familiari delle vittime si sentano defraudati di qualcosa, se il criminale viene condannato all’ergastolo. Al più chiedono che al condannato non vengano concessi sconti di pena o agevolazioni di alcun tipo. Ma, quand’anche fosse così, uno Stato deve rispondere sempre e comunque ai sentimenti, che tu definisci di giustizia, io di vendetta, dei suoi cittadini?

Uno Stato di diritto deve essere giusto ma non vendicativo, efficiente nell’arrestare e severo nel punire il reo, ma non prepotente. Uno Stato di diritto deve riparare al vulnus perpetrato dal delitto, ma senza esasperare le pene rendendole crudeli. Se questo è vero, allora la pena di morte deve essere abolita.

La pena di morte deve essere bandita perché nessuno può “trucidare i suoi simili”. La pena di morte non può essere un “diritto” dello Stato, perché nessun cittadino, senza tradire la propria natura, glielo può riconoscere. Inoltre, la paura della pena di morte non diminuisce i delitti, perché non ha nessun effetto in coloro che sono spinti dal fanatismo, politico o religioso. Non ha nessun effetto in coloro che uccidono senza premeditazione. Non ha nessun effetto su coloro che, per problemi psichici, sono portati all’omicidio. Non ha nessun effetto su coloro che non sono in grado di comprendere pienamente le conseguenze delle loro azioni (è il caso di coloro che uccidono sotto l’effetto di qualche droga): insomma, non agisce come deterrente proprio in quelle situazioni per le quali essa viene ritenuta indispensabile. Dal punto di vista della giusta retribuzione del danno, io ritengo adeguata “la perdita della libertà” per un numero congruo di anni (sia esso l’intera vita o i 30 anni); una pena che anche molti sostenitori della pena di morte, come Stuart Mill, fra l’altro ritengono ben più spietata e crudele. La pena di morte trascende le necessità di una giusta salvaguardia della società, e, perciò, si configura come una sorta di accanimento crudele e vendicativo su uomini che ormai non sono più in grado di arrecare danni. Inoltre, checché se ne possa dire, essa è rifiutata dalla coscienza umana, come dimostra il “disprezzo con cui ciascuno guarda il carnefice”. E, per finire, si tratta di una pena definitiva ed irreversibile che pone seri interrogativi se solo pensiamo a quanto sia fallibile l’uomo, prigioniero dei propri pregiudizi, della propria emotività e di possibili errori di giudizio.

Mi sono sempre chiesto quale angoscia nel cuore e quale senso di solitudine possa provare un Giudice, che abbia un minimo di scrupoli morali e che si trovi a dover emettere una sentenza di condanna a morte. Mi chiedo, inoltre, quanti di quelli che tanto si battono per la pena di morte, se la sentirebbero di fare loro da Giudici o da carnefici.

Non dico niente di nuovo, molte di queste cose le aveva già scritte Cesare Beccaria nel Dei delitti e delle pene. Non mi pare che tu abbia portato argomenti nuovi che possano modificare le sue conclusioni. E. Bene, credo che siamo giunti ad un punto morto. Guardiamo gli stessi fatti e vediamo cose differenti. A questo punto l’unica soluzione possibile è che uno di noi due si converta alla posizione dell’altro, e non credo che sia questo il caso.

C. Penso anch’io che sia arrivato il momento di finire il nostro vino e andare a dormire. Posso solo prevedere una vita molto travagliata per il tuo articolo e per la tua reputazione. Mi auguro soltanto, che i tuoi argomenti non diano una giustificazione razionale alle reazioni emotive e irrazionali che montano nella nostra società e che non vengano sfruttate da qualche politico in cerca di facili consensi. Mala tempora currunt!

E. Le idee sono di chi se le prende! Spero anch’io che non cadano in mani sbagliate, ma tant’è. Buonanotte!
 C. Buonanotte anche a te.


Materiali per riflettere

I materiali qui di seguito citati mi sono stati utili per articolare il dialogo. A parte il testo di Bobbio, tutto il resto, assieme a tanto altro materiale (più o meno interessante) può essere recuperato su Internet. Chi si prenderà la briga di leggere i testi qui citati, vi ritroverà alcuni degli argomenti e dei controargomenti che ho messo in bocca a Cesare ed Emanuele. Ho provato a rafforzarli quando mi sembravano deboli e a cercare poi di confutarli come potevo. La razionalità filosofica, in fondo, si basa su un principio semplice: una tesi filosofica è buona finché non viene confutata, falsificata; provare a confutarla è, quindi, l’unico metodo per provarne la solidità.

N. Bobbio, L’età dei diritti, Einaudi, Torino 1992
 C. Beccaria, Dei delitti e delle pene, Armando, Roma 1998
 Ernest van den Haag, The ultimate punishment: a defense, http://www.pbs.org/wgbh/pages/frontline/angel/procon/haagarticl e.html
 M. de Robespierre, Discorso sulla pena di morte http://www.geocities.com/Athens/Olympus/3656/robes.htm
M. Arena, Non uccidere. Perché abolire la pena di morte?
 ht
tp://www .giuristi.thebrain.net/zaleuco/arena.htm
 J. Stuart Mill, Speech in favor of capital punishment
 H.
Bedeau, The case against capital punishment
 E.
A. Linehan, Executing the innocent
 Tu
tti e tre questi testi, assieme a molti altri, si possono leggere in Ethics Updates: Punishment and the Death Penalty http://ethics.acusd.edu/death_penalty.html
 
J. Fieser , Capital Punishment, in Internet Encyclopedia of Philosophy http://www.utm.edu/research/iep/c/capitalp.htm


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