Diario del mio sconforto

Perché questi ragazzi non riescono a rilassarsi, a “godere” del semplice piacere di imparare senza coartazione, di riflettere sulle cose della vita e del mondo senza l’urgenza di dover poi rivomitare tutto a qualcuno? Perché devi sempre ricorrere al diktat, alla minaccia della ritorsione, alla minaccia della “verifica”: mi raccomando, state attenti, prendete appunti e studiate, perché dopo ve lo chiedo?

La “Votite

La “votite” è la malattia della scuola italiana! La malattia è talmente diffusa da essere diventata una condizione da cui partire se si vuole motivare allo studio.

Mi viene il dubbio (unito allo sconforto), dopo tanti anni insegnamento, che molti ragazzi (e spesso anche le loro famiglie) non abbiano alcun interesse ad imparare, a migliorarsi, a scoprire i propri punti di debolezza e cercare aiuto per colmarli! Non tutti, per carità, ma tanti. Per loro ha senso solo ciò che porta con sé un VOTO!

Le famiglie lo stesso! Sembra che il loro interesse siano i voti! L’importante è che il figlio abbia un voto adeguato a quello che, almeno nella loro testa, egli “vale” (qualche volta illudendosi), oppure semplicemente un voto sufficiente a permettergli di andare avanti negli studi.

Se poi il bel voto nasconde il nulla: un sapere appiccicaticcio, abilità nulle e competenze da semianalfabeta, va bene lo stesso. Tanto avrà tempo per imparare!

In realtà, ho come l’impressione che i primi a non credere in questa scuola siano proprio le famiglie. Ho come l’impressione che vedano la scuola secondaria come un parcheggio, o poco più; un purgatorio, in attesa di ciò che conta: l’Università.

E anche qui, una facoltà che offra una qualche speranza di futuro lavorativo, magari compatibile con le loro aspirazioni, e con quelle che sembrano loro le capacità del figlio (visto che tengono sempre meno in conto i giudizi e le valutazioni degli insegnanti, qualche volta, per la verità, a ragione!) .

La loro preoccupazione sembra essere quella che la scuola non carichi di lavoro i propri figli, “che hanno già tanti impegni”. Si suppone più importanti e gratificanti!

Molti ragazzi coscienti o meno delle proprie inabilità, non sembrano minimamente interessati a “crescere”, ne prendono atto e tirano dritto, cercando di sfangarla; non chiedono aiuto (tranne in casi sporadici) e quando glielo vuoi dare anche se non richiesto, rispondono con un “no, grazie!”, o “non ho tempo” . Accettano solo aiuti che li facilitano nelle loro incombenze (le video lezioni — ma solo se sostituiscono la fatica di leggere e comprendere il libro!-, l’aiuto per il ripasso in vista della verifica o dell’esame, per es.) e poco altro. Sono continuamente in cerca di scorciatoie: qualsiasi cosa li sollevi dal fare un qualche sforzo. Se devono fare una ricerca, non leggono , ma ne cercano una già fatta; se devono fare una presentazione, ne cercano una già bella e pronta; se devono analizzare un testo, cercano un’analisi già fatta da altri…. ; se devono fare una prova, cercano di copiare da qualcun altro… è la “cultura del plagio” metodico, eretto a sistema, per dirla con Recalcati.

“Approfondire”, aggiungere qualcosa al necessario (per la sopravvivenza scolastica o per il bel voto) suscita sbuffi, lamentazioni (sul carico di lavoro), recriminazioni! Se pretendi che si fermino un attimo a riflettere su quello che inghiottono senza masticare (ripetere a pappagallo senza capire una beata ….!) ti guardano come se li stessi vessando!

Tu parli, cerchi di aprire loro la mente… e loro ti chiedono: da che pagina a che pagina?

Mi chiedo se per loro l’insegnante “migliore”(!) non sia quello che gli spiega le paginette del libro e gli dice chiaramente cosa devono sapere per l’interrogazione!

Abbiamo una vita!

A quelli della mia generazione, sarebbe mai venuto in mente di dire a un adulto, lamentandosi dei troppi “compiti”: “abbiamo una vita!”?

Una volta pensavamo che quel tempo passato sui libri, nei nostri pomeriggi, era necessario: fastidioso, noioso, ma necessario. Cercavamo come fanno oggi i nostri studenti di evitarlo, alleviarlo, ridurlo all’essenziale, ma eravamo convinti che, comunque, era necessario, se si voleva fare qualcosa di buono nella vita. A scuola si seguivano le spiegazioni, o si era interrogati, o si facevano verifiche. A casa, nel pomeriggio si facevano i “compiti”, si studiava per le interrogazioni o le verifiche. I compiti erano un fardello necessario per apprendere quanto spiegato in classe dai professori: sia che li si avesse ascoltati, sia che non l’avessimo fatto.

Si facevano i compiti in gruppo, approfittando di chi aveva capito o cercando di capire assieme. Oppure nelle discipline dove eravamo più deboli o avevamo prof. più esigenti, ci facevamo aiutare da qualche insegnante privato.

Nessuno si sognava di contestare i “compiti” a casa! Ci lamentavamo, sbuffavamo, ma li accettavamo.

Per la nostra generazione, la vita dello studente era la vita NELLA scuola e PER la scuola, DOPO la scuola! I nostri giochi, i nostri hobby, i nostri interessi li seguivamo DOPO gli impegni scolastici o FRA gli impegni scolastici, ma non AL POSTO degli impegni scolastici (che erano la priorità)! O almeno, capivamo che questo era ciò che avremmo dovuto fare, anche quando non lo facevamo.

Oggi i ragazzi rivendicano una vita OLTRE la scuola. Hanno i loro impegni, le loro esigenze, i loro hobby a cui debbono rinunciare se la scuola si trascina oltre la scuola. Oggi, mi sembra, che la convinzione che il tempo passato sui libri a studiare, a fare compiti, a formarsi sia faticoso ma necessario, i nostri studenti l’abbiano persa. Della loro vita sono disposti a concederti solo le ore di scuola, e solo perché non possono sottrarsi: approfittane prof! Prenditi quelle ore, fammi lavorare, ma poi non rompere i cabbasisi a casa con compiti, esercizi, letture, approfondimenti, saggi, progetti ….. Fissa le tue verifiche e interrogazioni del cavolo … e lasciami in pace, che ho una vita anch’io!

Da qui quella che sembra la nuova parola d’ordine: LA SCUOLA DEVE FINIRE A SCUOLA!

La resa dei conti

Poi arriva il momento in cui devono fare, che ne so, la tesina di fine liceo, e qui scoprono di essere del tutto inetti, incapaci, incompetenti. Non sanno trovare collegamenti disciplinari (frutto anche di un sapere a compartimenti stagni); non sanno fare una ricerca esperta in Rete (visto che navigano a cavolo e se gli affidi una ricerca, prendono la fonte più immediata, semplice e scopiazzano); non sono autonomi nella lettura esperta di testi ; non sanno pianificare un lavoro (ideazione, progettazione, pianificazione, realizzazione); non sanno scrivere un saggio di ricerca, (ignoranza dei canoni, della forma e dello stile).

Verrebbe da dire: Vi sta bene! Ma sarebbe politicamente scorretto!

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